Catfishing – Intervista con Alberto Caputo su relazioni molto pericolose

Catfishing

Il lavoro di personal coach per la soluzione di problematiche legate alle sessualità insolite porta sovente a confrontarsi con situazioni curiose. A volte simpatiche, altre incasinatissime, altre ancora spiazzanti – e in certi rari casi riconducibili a fenomeni ricorrenti.

Prendiamo il caso di una persona che ho conosciuto qualche tempo fa e che, ovviamente, mi ha autorizzato a raccontare in linea di massima ciò che gli è accaduto. Questo signore ama il BDSM e lo pratica come switch, cioè sia sottomesso che dominatore a seconda della partner; nel caso specifico stava approfondendo da un paio di mesi la conoscenza con una ragazza interessata a esplorare il ruolo di schiava, specialmente nell’ambito di una relazione di convivenza incentrata su regole disciplinari, bondage e altro. La signorina sembrava simpatica, con qualche comprensibile timore, ma anche interessante nonostante l’aspetto decisamente dozzinale e il fatto che abitasse a qualche centinaio di chilometri di distanza. C’era solo un problema: nonostante tutte le belle chiamate via Skype e le foto scambiate, il mio cliente proprio non riusciva a trovare il modo di convincerla a superare le sue paure e passare ai fatti. Quel che mi veniva richiesto era quindi di studiare insieme come tranquillizzarla o, m’aveva fatto capire, sedurla quel tanto che bastasse.

Dopo qualche domanda per inquadrare un po’ meglio la situazione, però, ho avuto una piccola illuminazione. «Scusi la domanda sciocca,» gli ho chiesto, «ma con questa ragazza vi siete almeno incontrati per conoscervi di persona?»

«Veramente no, ma ci sentiamo così spesso che mi sembra di conoscerla da una vita.»

«Su questo non ho alcun dubbio, ma prima di andare avanti le andrebbe di fare un piccolo esperimento per me? Visto che siete sempre in contatto su Skype, potrebbe mandarle ora un messaggio e chiederle una “prova di sottomissione”?»

Lui mi ha guardato storto. «Ma come? A quest’ora è al lavoro, e mica posso chiederle di fare porcherie in mezzo ai colleghi! Oltretutto fin dall’inizio ci ha tenuto a chiarire che non è proprio tipo da giochini virtuali, e io nemmeno.»

«Veramente non pensavo a niente di imbarazzante, anzi. Mi faccia un piacere, le chieda di scrivere le vostre iniziali dentro un cuoricino, come fanno gli innamorati, disegnandoselo sul dorso della mano. E di mandarle la foto. Che problema ci sarà mai?»

E lì, come da copione, la schiavissima ubbidientissima si è improvvisamente dimostrata “inspiegabilmente” ritrosa a concedere un gesto così innocuo. Proprio lei che inondava il mio nuovo amico di foto ginecologiche e di dichiarazioni di remissività assoluta.

«Non capisco,» ha osservato lui. «Di solito è così disponibile e carina… sarà una giornata no.»

«Oppure, come si dice, a pensare male ci si prende quasi sempre. Mettiamola così: provi allora a chiederle di aprire un attimo la telecamera del cellulare e di farle almeno un sorriso…»

«Boh, ha sempre detto che le cose in cam non le piacciono.»

«Lo immaginavo. Ma neanche un sorrisino? E, a proposito… Tramite normale chiamata via cellulare vi siete mai sentiti?»

«Mmh… No, non mi pare, perché?»

«Perché i software per modificare la voce funzionano molto meglio su computer fisso che sul telefonino. E Internet è piena di foto sia erotiche che non da spacciare per proprie, ma trovarne una che corrisponda a una richiesta semplice come quella del cuore con le iniziali è molto più complicato. Guardi, magari mi sbaglierò, ma così a occhio lei è stato vittima di un caso di catfishing

Il catfishing è un comportamento non troppo diffuso ma che si riscontra con una certa frequenza nel mondo del dating online. Consiste nel presentarsi con un’identità fittizia e instaurare un rapporto con altre persone usando questa maschera, che ovviamente non risulta più sostenibile nel momento in cui viene richiesto un incontro di persona. Per ritardare la fine del rapporto c’è chi mette in atto strategie anche molto impegnative, quali costruire interi profili falsi sui social network, appropriarsi delle immagini di altri, mascherare la propria voce come in questo caso (spoiler: la ragazza era un uomo), creare reti di ulteriori identità immaginarie a supporto di quella principale e così via.

L’obiettivo ultimo può essere vario. Tanti fanno catfishing solo per esplorare ruoli e soprattutto generi differenti dal proprio; qualcuno lo fa per ottenere vantaggi economici da vittime ignare che danno regali, ricariche telefoniche o veri e propri aiuti finanziari; certi si spingono addirittura a ricattare apertamente chi sta dall’altra parte dopo averlo messo in situazioni imbarazzanti… ma più spesso si tratta semplicemente di persone con seri problemi di socializzazione.
Se però io posso avere una certa competenza nel gestire gli effetti ultimi della cosa, per capire meglio il fenomeno mi sono rivolto a qualcuno che ne studia l’eziologia. Sono quindi andato da Alberto Caputo, che quando non conduce trasmissioni su Radio Montecarlo è uno psicologo specializzato in sessuologia e criminologia, per chiarirmi le idee.

 

Alberto Caputo

Alberto Caputo

Ciao Alberto, e grazie per la disponibilità. Prima di affrontare il catfishing vero e proprio, mi dai una mano a inquadrare il settore più ampio del dating online?  La maggior parte delle statistiche sulle interazioni erotiche via Internet si riferiscono all’estero e sono spesso influenzate dalle tesi sostenute dai gruppi che le promuovono. Quali sono i numeri riferiti all’Italia?

I dati affidabili e più recenti sono del 2014, commissionati dal sito Meetic al Centre for Economics and Business Research di Londra. Secondo il CEBR , il 17% della popolazione adulta italiana è definibile come dater attiva. Si tratta di circa 8,9 milioni di persone, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente (in Europa nel complesso sono 30,9 milioni). L’Italia guida la classifica degli appassionati degli appuntamenti online seguita da Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Paesi Bassi. Ben 218 milioni sarebbero gli incontri vissuti dai dater italiani, circa 25 a testa ogni 365 giorni, uno ogni due settimane. Uno degli aspetti più controversi delle statistiche sui siti/app di dating è che spesso non vengono pubblicati dati sugli utenti reali, ma solo sul numero di swipe e di match.

 

Le app di dating e Internet in generale sono davvero diventate il primo canale attraverso cui conoscere nuovi partner sessuali? Perché? E, già che ci siamo, quante di queste conoscenze si trasformano in relazioni continuative?

Il successo delle app e dei siti di dating deriva dalla loro semplicità, minimalismo, rapidità e ripetibilità d’azione. Cioè dalla capacità che questi hanno di miscelare alcuni meccanismi evolutivi di base: il modo in cui gli esseri umani sono potuti sopravvivere come specie è attraverso lo sviluppo di un apparato decisionale capace di dare giudizi rapidi sulla base di informazioni minime. Abbiamo ereditato i cervelli dei migliori riproduttori fra i sapiens-sapiens del neolitico, ma per quello che riguarda le strategie riproduttive, i nostri cervelli non sono in grado di distinguere tra ciò che accadeva nella savana 15.000 anni fa e quello che succede nel mondo virtuale di internet. In generale, nelle varie app e nei siti di incontri, l’utente imposta la ricerca del sesso, della fascia di età e il raggio geografico in cui rintracciare un potenziale partner. Si tratta dei 3 migliori predittori di possibilità di incontro. Questa è la parte del controllo razionale del processo. L’applicazione presenta possibili corrispondenze che sono costruite su criteri di ricerca appropriati, l’utente sceglie “mi piace” o “non mi piace” in base ad una reazione emotiva automatica ad ogni foto (aspetto fisico) o a ogni profilo (dai gusti culinari a quelli sessuali). La terza fase è fuori controllo dell’utente: il processo in attesa di una risposta positiva. Tuttavia il numero di tentativi di interazione virtuale è pressoché infinito, non richiede grande investimento di tempo e di risorse. E, essendo un meccansimo di interazione “asincrono”, soprattutto non espone alla frustrazione del giudizio e del rifiuto. Uno dei nostri driver psicologici fondamentali è quello di trovare certezza. Gli incontri tradizionali sono percepiti come un pericolo per noi perché comportano molta incertezza. Internet allontana questo pericolo, ci fa sentire più al sicuro in modo fittizio. È però un dato di fatto che una percentuale che varia tra 10-20% delle coppie eterosessuali si è conosciuta via internet. Questa percentuale salirebbe al 60% fra le coppie gay. Va notato che il 46% degli utenti di app e siti di dating vorrebbe una relazione a lungo termine, mentre solo il 25% cerca un’avventura. Altra cosa interessante è che, secondo uno studio dell’Università di Stanford del 2016, il 50% delle persone che utilizzano queste modalità di incontro si sposano dopo 3-4 anni mentre ci vogliono 10 anni per quelli che si conoscono offline.

 

Una volta era comune che gli annunci di “contatti e cuori solitari” esagerassero un po’ le caratteristiche positive dei soggetti: le stature erano tutte rialzate di qualche centimetro, le età e le taglie abbassate, gli uomini in particolare erano tutti “superdotati”. Online però è possibile creare intere identità alternative attraverso cui vivere relazioni a distanza. Quanto è diffuso il fenomeno, e quali sono le maschere più diffuse?

In generale, l’81% degli iscritti ai siti di dating mente su almeno una delle caratteristiche del proprio profilo. Sul peso mentono di più le donne, sull’altezza sono gli uomini a raccontare più bugie. Per ciò che riguarda il catfishing in sè, quanto emerge da un’indagine realizzata da Ipsos MORI (per conto di Vodafone, in occasione del Safer Internet Day) è che il 25% degli intervistati italiani dice di conoscere qualcuno che l’ha fatto. Pochissimi sono coloro che ammettono di averlo fatto in prima persona, il 4%. Secondo alcune ricerche statunitensi, 1 profilo su 10 dei siti di dating sarebbe falso e circa 87 milioni di profili di Facebook sarebbero finti o duplicati. Circa il 54% di coloro che cercano appuntamenti online ritiene che almeno un altro utente abbia presentato false informazioni nel suo profilo e il 28% afferma di essere stato contattato in un modo spiacevole o addirittura molesto.

Le maschere più diffuse? Almeno 8 diversi tipi, in ordine di frequenza: 1) Coloro che fingono di essere una persona del sesso opposto a quello reale e cercano persone del sesso opposto (cioè del loro stesso sesso reale); 2) Coloro che modificano la loro identità con il preciso scopo di raggirare, truffare o ricattere le loro vittime; 3) Coloro che mentono sulla loro identità alla ricerca di una vendetta di tipo personale, sentimentale o professionale verso la vittima del loro raggiro; 4) Coloro che mentono sulla propria immagine fotografica, pur dichiarando il loro sesso reale; 5) Coloro che mantengono la loro immagine reale, ma mentono sulla loro biografia (fingono di essere modelle quando fanno le cassiere al supermercato); 6) Coloro che sono amici intimi della vittima, ma si fingono qualcun altro per farle del male; 7) “Professionisti del rimorchio”, che usano internet come palestra per affinare le loro tecniche di seduzione; 8) Coloro che mentono sulla loro identità e cercano altre persone che mentono.

catfishing

Sinceramente posso comprendere chi pubblica annunci falsi solo “per vedere l’effetto che fa” e rendersi conto di come il mondo reagisca a personaggi differenti; presentarsi come donna in cerca di partner, per esempio, per un uomo è un’esperienza illuminante sulla grettezza dei propri simili. Puoi spiegarci però i meccanismi psicologici che spingono a investire tante energie e risorse nell’alimentare davvero relazioni che non si potranno mai concretizzare?

Devo fare una piccola disgressione, raccontando qualcosa della Teoria della Social Information Processing rispetto alla Comunicazione Mediata da Computer. La SIP di Joseph Walther suggerisce che possiamo sviluppare relazioni online anche senza usare la comunicazione non verbale e che queste relazioni possono diventare anche più intime delle relazioni faccia a faccia. Il punto centrale di questa interpretazione delle comunicazioni attraverso un device digitale è la gestione dell’impressione di noi stessi che siamo in grado di evocare su un altro utente, cioè lo sforzo più o meno consapevole di rendere strategica (ossia finalizzata ad uno scopo) la percezione di noi da parte dell’altro. Più semplicemente, come ci presentiamo agli altri “online”, attraverso 3 modalità integrate del nostro essere: ossia il sé attuale, il sé ideale e il sé morale. Il sé attuale è la personalità reale e veritiera dell’individuo, il sé ideale è la proiezione di ciò che l’individuo vorrebbe essere e il sé morale è la proiezione di ciò che una persona pensa di dover essere. Il catfishing deriva da uno scollamento tra il sé ideale o morale e il sé attuale: una persona finisce col presentare l’immagine con la quale si percepisce in modo idealizzato o pensa di dover sembrare essere. Quanto questo gioco può durare dipende da ogni diverso individuo. Qualcuno può arrivare a cambiare completamente la propria identità virtuale, utilizzando fotografie false e modificando le proprie informazioni di background. L’estremo è rappresentato da coloro che applicano consapevolmente e volontariamente il catfishing con l’obbiettivo di truffare, ricattare o vendicarsi.

Ad ogni modo, la radice comune di questi fenomeni è rappresentata dal cosiddetto “effetto disinibizione online” per il quale il rimanere potenzialmente anonimi nel cyberspazio riduce la sensibilità a sottostare ai codici morali e sociali. C’è comunque un sottile piacere nell’ingannare e nel pendere in giro l’altro senza doversi confrontare faccia a faccia con lui, evitando tensione, sensi di colpa e vergogna. Il catfishing si basa sulla costruzione di relazioni basate sulla fiducia, sulla confidenza e sulla sicurezza in un ambiente – quello dei social network – dove si è incoraggiati a condividere facilmente informazioni. L’obiettivo è un vero e proprio attacco sadico alla fiducia altrui.

 

Quando entra in gioco il sesso purtroppo tante persone sono abituate a “spegnere il cervello” e dimenticarsi delle conseguenze pratiche di ciò che stanno facendo. Nel caso di queste identità fittizie, per esempio, qual è il rischio legale di utilizzare fotografie scaricate dalla rete, interagire con persone che potrebbero essere minorenni, o addirittura simulare di esserlo?

Premesso che la nostra Polizia Postale è considerata tra le migliori del mondo, dobbiamo ricordare che dopo aver avvertito il social network dell’eventuale abuso subito, va sporta immediatamente querela.

È evidente che il reato di “sostituzione di persona” (art. 494 c.p.) è un illecito che con le nuove tecnologie è sempre più in aumento. L’articolo 494 del c.p. così detta: “Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un anno.” Il reato si configura: quando l’altro è tratto in errore sulla identità personale dell’autore; quando i comportamenti sono posti in essere con dolo specifico con lo scopo di procurare a sè o ad altri un vantaggio o di recare un danno. Altra questione è il postare immagini altrui. L’immagine di un soggetto deve essere considerata  sicuramente “dato personale”, così come previsto dall’art. 4 della Legge 196/2003 sulla tutela della privacy e, ai sensi dell’art. 13 dello stesso codice, il titolare del trattamento dei dati ha l’obbligo di  informare preventivamente l’interessato che  il suo dato (immagine fotografica) potrà formare oggetto di trattamento, dando la possibilità all’interessato di ottenere: l’aggiornamento, la rettificazione, l’integrazione o la cancellazione del dato trattato. Se dal fatto deriva nocumento, l’illecito è punito con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi.

In tutto questo interviene anche la Legge sulla protezione del diritto d’autore L. 633/41, indicando nel consenso (art. 96) la scriminante che esclude la responsabilità di colui che pubblica l’immagine fuori dai casi consentiti dalla legge e  detta: “Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salvo se la persona è nota e neanche se è fotografata in virtù di qualche ufficio pubblico che ricopre, o per ragioni di giustizia o di polizia, oppure per scopi scientifici, didattici, culturali, oppure perché la riproduzione  è legata a fatti, avvenimenti, cerimonie di pubblico interesse o che comunque si sono svolte in pubblico (art. 97). Anche nei casi di esclusione, sopra esposti è necessario, comunque il consenso  dell’interessato laddove l’esposizione o la messa in commercio possa arrecare danno alla reputazione ed al decoro della persona ritratta (comma 2 – articolo 97).

Il diritto all’immagine è altresì tutelato dal codice civile, integrato dalle disposizioni speciali della L. 633/41, che all’articolo 10 così detta: “Qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta,o pubblicata fuori dai casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni.”

Inoltre secondo la Cassazione la violenza o gli atti sessuali con minorenni “virtuali” non sono necessariamente caratterizzati da una minore gravità rispetto a quelli reali. Con particolare riferimento al reato di atti sessuali con minorenne, è interessante poi la previsione di cui all’articolo 609-sexies del codice penale. Essa infatti sancisce che il colpevole di tale delitto non possa invocare l’ignoranza dell’età della persona offesa a propria scusa, a meno che non si tratti di ignoranza inevitabile.

 

Visto che sei un esperto di criminologia, parliamo anche dei casi peggiori. Sui giornali capita per esempio di leggere casi di ricatto sessuale online: puoi descriverci questo fenomeno?

Per cominciare, sul vostro profilo arriva una richiesta di amicizia da parte di una donna straniera intrigante e di bell’aspetto. Una volta accettata l’amicizia si viene subito contattati nella chat privata tipo messanger. L’utente misteriosa esordisce da subito con domande indiscrete e dirette tipo “sei solo in casa?”, “hai per caso una webcam?” e via discorrendo, fino ad arrivare a proporre quasi subito di fare sesso virtuale. In realtà si tratta di un profilo fake gestito da un’organizzazione criminale, generalmente con sede in Africa o nei Balcani. L’intenzione è quella di estorcere denaro: la ragazza vi chiederà di continuare la conversazione su Skype e, tramite una videochiamata, vi chiederà di spogliarvi. Se voi assecondate la richiesta, fotograferà la schermata per catturare i fotogrammi che vi ritraggono in procinto di denudarvi, e nel mentre filmerà la vostra conversazione per crearne un file pronto per minacciarvi di compromettere la vostra reputazione e la vostra privacy una volta diffuso in rete. Il ricatto partirà con minacce di diffondere la vostra “esperienza” tra i vostri contatti di lavoro e soprattutto di diffondere il video della conversazione su YouTube. Il materiale verrà eliminato solo previo pagamento tramite Bitcoin o MoneyTransfer, con cifre che possono arrivare anche ai 1.000 euro.

 

Di male in peggio, c’è poi chi con le vittime non ci interagisce nemmeno e si “limita” a linciarle in rete nei cosiddetti “stupri virtuali” di cui s’è parlato molto nei mesi scorsi. Se casi come la tragedia di Tiziana Cantone sono (con molta difficoltà) ascrivibili a bravate sfuggite di mano, cosa diavolo passa per la testa di chi si accanisce su fotografie castissime di persone inconsapevoli? E, a proposito, esiste un fenomeno analogo nei confronti di uomini?

Si tratta di un preoccupante fenomeno che dall’estero, in particolare dall’Australia, è arrivato anche nel nostro paese. Sui social esistono gruppi chiusi, tendenzialmente popolati da uomini, in cui vengono pubblicate foto di donne (VIP o sconosciute della porta accanto) che vengono sottoposte alla “pubblica lussuria virtuale”. Tutti questi gruppi possiedono con un comune denominatore: la concezione della donna oggetto sessuale su cui fantasticare, masturbarsi, scrivere commenti denigratori e fornire consigli su pratiche sessuali degradanti, fino a immaginare la violenza. Non ho dati certi, sebbene con minore violenza verbale e fantasticata, alcuni episodi di virtual rape sarebbero stati registrati anche nel mondo gay statunitense. In questo casi, terminati con una condanna in carcere, non si tratta di gruppi, ma di singoli offender con vittimizzazioni multiple.

Il fenomeno è però diverso dal revenge porn, cioè la pornografia della vendetta, quella pratica di pubblicare in rete materiale imbarazzante come un video hard fatto in casa, oppure un’immagine dell’ex nuda. Ovviamente senza il consenso dell’interessata e spesso condividendo anche dati personali e riferimenti che facciano capire chi è. Nel 90% dei casi la vittima di revenge porn è, infatti, una donna.

 

Quali strategie – sia psicologiche che legali – si possono adottare se ci si ritrova vittime di aggressioni simili?

Come suggerivo: rivolgetevi alla polizia postale e ai gestori responsabili del social su cui avete subito molestie. Un supporto da parte di uno psicologo con un po’ di esperienza nel campo può essere prezioso.

Line
Line