Esploratori dell’insolito – La chiacchierata/intervista con Ivan Cenzi di BizzarroBazar

Ivan Cenzi

Ivan Cenzi è l’anima di BizzarroBazar, un sito splendido che cerca di capire il mondo partendo dai suoi aspetti più anomali – proprio come faccio io con Ayzad.com. La principale differenza è che lui ha una sensibilità molto più poetica della mia e non è specializzato in sessualità fuori dal comune, ma nello studio della morte e di tutto ciò che scombussola l’ordine apparente della vita quotidiana. Suona morboso, e invece è quel che un giornalista pigro definirebbe ‘un inno alla vita’. Anche Ivan è diverso da come te lo aspetteresti: positivo, entusiasta… e OK, lo ammetto, animato da quella febbre vagamente inquietante di condividere le proprie scoperte che accomuna tutti gli esploratori dell’insolito. Dev’essere per questo che, nelle rare occasioni in cui riusciamo a incrociarci, ci piace perderci in gran conversazioni al confine con il surreale, ma molto terapeutiche per salvarsi dalla superficialità e dalla banalità che assediano un po’ tutti. Nell’ultima abbiamo cercato di tirare un po’ le fila di cosa diavolo stiamo facendo delle nostre vite.  

 

Ciao, Ivan! Qui sopra ti ho presentato in maniera un po’ vaga… Vuoi dire qualcosa di più su chi sei ai miei lettori?

Sono un esploratore del perturbante e un collezionista di meraviglie. Con “meraviglie” mi riferisco sia alla moltitudine di oggetti concreti, che finiscono nei miei armadietti privati e che occasionalmente porto con me nelle conferenze, ma soprattutto alle storie che scopro e racconto da anni sul blog, nei miei libri, ecc. Vicende bizzarre, spesso sconcertanti ma autentiche, che mettono sottilmente in discussione le nostre certezze.
E tu, piuttosto? Chi sei?

 

La mini-biografia su Ayzad.com dice che sono un giornalista pentito. In altre parole, un giorno ho scelto di scrivere solo cose utili a far star bene i miei lettori anziché far venire loro l’ansia e il mal di stomaco – e siccome una mia grande passione è studiare le forme più insolite della sessualità, ne sono diventato un divulgatore attraverso libri, eventi, conferenze e così via. Credo di essere anche l’unico personal coach in Italia specializzato nel risolvere problematiche legate all’eros estremo. Tu invece come sei finito a fare quel che fai?

In fondo ciò che faccio è non porre limiti alla mia curiosità. Perciò controbatto: come si può vivere altrimenti?
Forse è stata tutta colpa della letteratura. Da bambino la grande biblioteca in legno dei miei genitori era un irresistibile abisso di testi eterogenei: scavando bene potevi trovarci Salgari e Baudelaire, Edgar Allan Poe e la Bhagavadgītā, Peter Kolosimo e Konrad Lorenz, manuali di ipnotismo e di collezionismo naturalistico, ecc. Agli occhi di un piccolo e precoce lettore, per forza di cose tutte queste voci così diverse fra loro suggerivano un universo affollato di meraviglie e misteri.
Oggi mi occupo di meraviglia – che poi è il sentimento alla base di ogni filosofia, arte, religione o scienza; è la porta che mi dà accesso a tutti i mondi possibili, nonché l’unica reazione plausibile al paradosso del cosmo in cui ci troviamo. Meravigliarsi di fronte alle stranezze degli uomini e della natura, di fronte alle vertigini del sesso e della morte – davvero, come si fa a vivere altrimenti?

 

Osservando tanta gente che non si spinge mai oltre la desolazione del palinsesto Mediaset me lo chiedo spesso anche io, che per i libri “strani” nutro ancora una specie di feticismo. Tuttavia dobbiamo anche ammettere che la filosofia è forse un effetto collaterale di una curiosità meno nobile. L’ingresso al tuo campo di solito avviene attraverso il gusto per il morboso, e nel mio tramite l’attrazione verso l’eccesso scioccante. Com’è che poi si impara ad apprezzarne il lato sublime?

Ho il sospetto che se uno si sceglie un campo di attività che ha a che fare con il tabù, specializzandosi in cose talmente adulte da mettere a disagio gli adulti, questo abbia paradossalmente a che fare con una specie di sindrome di Peter Pan. Ci hanno proibito di dire «cacca» ad alta voce, e quindi continuiamo a dirlo. Anzi, adesso ne abbiamo fatto una professione – e quindi, secondo le stesse regole delle brave persone, siamo inattaccabili, perché produciamo. Tie’.
In altre parole, a livello di impulso di base, forse proviamo ancora il giubilo di saltare dentro alle pozzanghere, non credi? Sporcarsi le mani con quello che gran parte delle altre persone trova abominevole. Dall’altro lato, si fa un passo in più: si scopre che in quel fango ci sono diamanti nascosti; che basta superare alcuni pregiudizi cognitivi – o semplicemente riconoscerli – per accedere a prospettive inedite e feconde. I territori liminali per loro stessa natura ci restituiscono il profilo di una cultura, ci aiutano a vedere la mappa nel suo complesso. E sono dannatamente divertenti ed emozionanti.

 

Resta però il fatto che questo approccio non sia molto diffuso. Naturalmente mi piace immaginarmi un intellettuale illuminato, però ogni tanto il dubbio di essere solo “strano forte” rispunta. Nella tua esperienza, chi sono gli outsider che si impuntano ad appassionarsi del mondo a partire dai suoi angoli più oscuri? A volte mi viene perfino il sospetto che si tratti solo di trovarsi fuori tempo, un po’ come quando da bambino mi prendevano in giro perché leggevo i fumetti di supereroi, usavo i computer e amavo la fantascienza… che ora sono industrie di immenso successo e decisamente mainstream. Tutto sommato lo spirito della wunderkammer, anche solo come passatempo mentale, era un classico del passato e magari tornerà in auge tra qualche anno. Quindi: siamo davvero outsider? Lo facciamo per snobismo? Alienazione? Moda? Adolescenza cronica?

Quando anni fa ti ho conosciuto di persona, dopo una fitta corrispondenza, abbiamo cenato chiacchierando amabilmente con una signorina molto graziosa, che tutto sembrava fuorché un’alienata. Eppure il suo hobby era cucire vagine con il filo chirurgico da sutura. All’ultimo convegno a cui ho parlato – quello del CICAP di Piero Angela, quindi non certo un covo di death nerd – dopo la mia conferenza una distinta signora è venuta a discutere per un quarto d’ora di adipocera e saponificazione dei cadaveri, entusiasta di aver trovato finalmente qualcuno con cui conversare di certi argomenti che la incuriosivano, senza sembrare pazza.
Non so qual è la tua esperienza, ma in tutti questi anni grazie al mio lavoro ho incontrato un sacco di persone straordinarie: la percentuale degli sciroccati è prossima allo zero. C’è anche da dire che se qualcuno arriva sul mio o sul tuo sito in cerca della semplice prurigine sensazionalistica, si annoia ben presto. I miei lettori coltivano interessi eccentrici, ma mai “morbosi”. D’altronde, come dico spesso, non esiste la curiosità morbosa, cioè malata (da “mal atto”, poco adatto), perché la curiosità è al contrario sempre un adattamento, un sano vantaggio evolutivo.

 

Beh, il campo in cui mi muovo è forse un po’ diverso perché la curiosità del mio pubblico spesso nasce da una pulsione erotica che per sua stessa natura si nutre di irrazionalità. Quindi sì, qualche sciroccato c’è – ma di solito quando entra in contatto con un certo modo di trattare la sessualità, che unisce apprezzamento, sociologia e autoironia, gli aspetti malsani ne vengono disinnescati e si trasformano in una passione più positiva. Visto che prima hai citato il CICAP, è un po’ quel che accade quando i fissati di paranormale scoprono la bellezza della scienza: d’un tratto non provano più interesse per fantasmi e alieni, semplicemente perché la realtà è molto più “magica” e affascinante della fantasia.
L’idea di anomalia come vantaggio evolutivo mi piace, benché non sia sempre facile capire la differenza fra adattamento e degenerazione. Io per esempio mi trovo sempre un po’ in difficoltà quando devo trattare i
furry – specie da quando è spuntata la loro deriva nazista! Nel tuo caso, qual è la cosa più bizzarra che hai incontrato?

Non saprei dirti, onestamente. La mia linea di lavoro è piuttosto assurda, e finisce che non faccio più caso alle stranezze che mi capitano, sono la mia quotidianità. Ogni tanto qualcuno ridendo mi fa notare: «Ti rendi conto di quello che hai appena detto?», e solo allora mi accorgo che alcune frasi possono suonare un po’ strane. Cose del tipo: «Devo essermi perso una sanguisuga in macchina», oppure «Oggi faccio un salto dal tizio che ha trovato in cantina la suora mummificata».

 

OK, allora cambio domanda. Quali bizzarrie non hai esplorato e perché?

Ci sono alcune storie che decido di non raccontare. Chiamala linea editoriale o codice etico, come preferisci. Quando l’argomento è già stato trattato meglio di come potrei fare io, o rischia di essere troppo vicino a derive pulp e trash, allora lascio perdere. È una linea sottilissima, e può darsi che uno o due scivoloni io li abbia anche fatti, nel corso degli anni. Ma in genere se un argomento non mi fa brillare gli occhi e non mi tiene sveglio a spulciare febbrilmente le fonti, lo abbandono.
Anche tu sei un equilibrista, sempre sul filo del rasoio… che deontologia ti sei dato? Ti sei mai auto-censurato?

 

Avere tanto a che fare con il BDSM negli anni mi ha fatto capire che affrontare anche ciò che ci mette a disagio non sia solo una questione di onestà intellettuale, ma quasi un dovere morale. Non necessariamente per farselo piacere a tutti i costi, ma perché uscire dalla propria zona di comfort è il modo migliore per ottenere una percezione più chiara delle cose e, di conseguenza, di noi stessi. Hunter Thompson, quello di Paura e delirio a Las Vegas, lo chiamava edgework, cioè proprio ‘operare sul filo del rasoio’. Di conseguenza cerco di parlare di tutto ciò che incontro con equilibrio e un pizzico di ironia senza essere irrispettoso. L’unica eccezione consapevole è stata per il fenomeno dei virped, i “pedofili virtuosi” che lavorano con enormi difficoltà per cambiare la percezione delle tendenze pedofile da pura minaccia sociale a condizione psicologica che possa essere dichiarata, gestita e possibilmente curata senza scatenare rappresaglie. Nonostante l’argomento abbia implicazioni sociali interessantissime, ho scelto di non trattarlo per risparmiarmi ogni coinvolgimento nelle prevedibili sceneggiate politico-mediatiche che scoppieranno quando i “giornalisti” italiani arriveranno (ormai con anni di ritardo) a parlarne a sproposito. Se proprio devo scrivere di stupratori di bambini, preferisco denunciare quelli veri e più pericolosi.

Qui più che censura percepisco un disgusto personale. Allora c’è qualcosa che ancora ti turba?

 

Sai, passando la vita a predicare la cultura del consenso, quel che più mi turba è quando il consenso non c’è. Il che mi fa pensare a una cosa: se guardo un triplo fisting anale non mi impressiono particolarmente. Se tu guardi un’autopsia neanche. Eravamo già così? Lo siamo diventati? Questo ci rende migliori o peggiori? Cosa invece ci sconvolge o ci commuove?

Ci si sente fighi, non è vero? «2 girls 1 cup, roba da pivellini per noi che guardavamo i video di Genki-Genki before it was cool». Si dimentica ogni modestia, quando ci si rende conto di avere sviluppato uno stomaco più forte rispetto ad altri. Ecco, qui forse da parte nostra c’è un po’ di vanità e auto-illusione. È solo consuetudine, non c’è nulla di eroico. Ci interessiamo di argomenti estremi, e dopo un po’ è naturale che l’effetto del tabù si attenui.
Da una parte è meglio così, perché togliere di mezzo le sensazioni “di pancia” favorisce l’analisi. Dall’altra, caro mio, sono emozioni che non torneranno. Tu non proverai mai più il brivido della prima frustata, né io il subbuglio di tenere in mano per la prima volta un teschio umano. Per fortuna le cose che mi turbano e mi commuovono non mancano mai. Come scriveva Chesterton, “il mondo perirà non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia”.

 

Capisco cosa intendi e nemmeno io mi sento particolarmente superiore solo per avere sviluppato un po’ più pelo sullo stomaco. Molto credo dipenda dal fatto che, dietro l’apparenza violenta delle pratiche BDSM e dei gesti dell’eros estremo, ci sia in realtà una grandissima empatia – una ricerca di trascendenza, addirittura. Negli argomenti che studi tu invece crudeltà, sopruso, abuso di potere sono spesso molto reali. Ma vero o simulato che sia, perché c’è tanta attrazione verso questo immaginario? Dove sta l’arte di tutto ciò?

Permettimi una piccola parentesi etimologica. La derivazione di crudeltà è interessante, perché è duplice: sembra che la parola discenda da cruor (sangue, carne ferita) e da crudus (crudo). Lévi-Strauss vede nel passaggio dal consumo di cibo crudo alla cottura uno dei fondamenti della civiltà; allo stesso modo, con la costituzione della polis vengono relegati fuori dalle (simboliche) mura della città tutti quei comportamenti che sono troppo animaleschi. Anche la crudeltà viene condannata e bandita dalla società, si decide che la violenza sarà ben delimitata dentro contesti leciti come il mantenimento dell’ordine o alcuni ambiti sacri altamente ritualizzati. Diventa quindi imperativo pensarci superiori alle altre creature, distinguere la nostra Cultura dalla Natura: non sopportiamo che il nostro corpo e il nostro istinto ci ricordino di essere animali. Chi cede all’indole bestiale, è un barbaro (letteralmente, “colui che balbetta”, che non sa parlare greco, che vive al di fuori della civiltà e del logos). Questo dualismo Natura-Cultura, e la conseguente vergogna di provare “ancora” istinti animaleschi, non è mai tramontato, come sai benissimo anche tu. Il disgusto per le esternazioni del nostro corpo (rumori, secrezioni, infezioni e malattie) ne è una declinazione, così come il tabù della decomposizione.
Ecco, la crudeltà mi intriga perché ci porta in contatto con tutto questo; ancora oggi, i crudeli non siamo mai noi, ma sempre e soltanto gli altri, i barbari. Salvo poi sintonizzarci sui salotti televisivi in cui i nostri simili sono messi alla gogna (versione odierna dei sacrifici umani), o in cui si fa record di ascolti con urla e improperi… e condividere video di bullismo, revenge porn o slut-shaming… E rallentare di fronte agli incidenti stradali, seguire la boxe, sbirciare le foto delle esecuzioni capitali… E adorare le storie truci, da Sofocle a Tarantino, da Shakespeare ai videogame. Intendiamoci, trovo questa ambiguità che ci portiamo addosso estremamente interessante: non serve a nulla demonizzarla, andrebbe esplorata. Forse la strategia giusta è trasformarla in forza creativa. Non a caso l’arte migliore è ancora quella crudele, quella che ci strappa qualcosa dentro.

Ivan Cenzi

Allora mettiamola così: assorbire ed elaborare l’insolito porta vantaggi? Quali? O ce la stiamo raccontando?

No, non ce la stiamo raccontando. Dare valore all’esotico e al weird significa coltivare una concezione del mondo che non è fossilizzata su sé stessi, sul proprio ombelico. Significa ammettere e desiderare la sorpresa, l’imprevisto, perfino il pericolo. Significa, in parte, voler sabotare la Visione Condivisa.
Quando tempo fa un amico mi disse che il mio lavoro era politico, sobbalzai. Ma in definitiva forse c’è una minima verità, nel senso che spesso quello che faccio è decostruire il mostruoso (il diverso, il “barbaro” di cui parlavamo prima) e svelarne gli aspetti meravigliosi. Sono curioso di sapere tu, come vedi quello che fai; se lo iscrivi volentieri in una direzione politica. La libertà sessuale è davvero rivoluzionaria oppure è reazionaria – solo un contentino, l’oppio da dare in pasto alle masse finché nel frattempo gli Illuminati si spartiscono il pianeta?

 

Ah, su questo argomento si è scritto tanto, e forse tanto a sproposito. L’idea che mi sono fatto è che l’educazione alla sessualità – che non equivale alla semplice educazione sessuale – sia uno strumento indispensabile per restituire alle persone consapevolezza e controllo: sui propri corpi e sugli impulsi che le muovono. In questo senso è un passaggio necessario per non essere più trascinati dagli eventi e dalle manipolazioni sociali, oltre che per lasciarci alle spalle vere piaghe come le violenze di genere. Una vera libertà sessuale si può ottenere solo da questo tipo di consapevolezza, altrimenti si finisce solo per cadere nella trappola neoliberalista di credersi tanto disinibiti, e rimanere in realtà solamente consumatori paganti di prodotti erotici preconfezionati. O peggio: di essere il prodotto stesso.
Il mio lavoro consiste proprio nell’avvicinare le persone alle informazioni, a un modo di pensare che permetta di raggiungere questa liberazione erotica. Peccato che, senza nemmeno bisogno di tirare in ballo chissà quale cospirazione, tantissima gente sia così spaventata e confusa dalla sessualità che di mettersi a leggere ciò che scrivo non se lo sogna neanche.

A proposito: uno che fa un mestiere come il tuo che razza di sogni erotici fa? Non so tu, ma io adesso sogno cose piuttosto banali.

 

Mah, direi che faccio sogni molto vari, ma erotici nessuno probabilmente perché le mie fantasie le soddisfo già da sveglio. E uno che fa un lavoro come il tuo, in cui “banale” indica robe tipo veneri anatomiche e tassidermia sperimentale, che cosa sogna la notte?

Non faccio più i bei sogni avventurosi e fantastici della gioventù. Invece il mestiere contamina in maniera talvolta imbarazzante le mie percezioni durante la veglia. Un paio di giorni fa ero al ristorante, e mi sono accorto che il proprietario aveva avuto l’inusuale idea di appendere nella sala da pranzo, dall’altra parte della stanza, la riproduzione di una bella vanitas settecentesca, con tanto di teschio e clessidra. Dopo aver pagato il conto, mi sono avvicinato al quadro per guardarlo meglio e mi sono reso conto che in realtà non c’era traccia di teschi: il dipinto mostrava solo degli orribili fiori in un canestro di vimini.

 

Di simili intrusioni delle mie ossessioni nella percezione del quotidiano potrei raccontarne un sacco pure io. Per dire: qualche mese fa sono passato vicino a un’insegna che indicava ‘Mastro legno: legnami e compensati’ – e istintivamente ho pensato «Beh, questo è proprio topping from the bottom!»… Il brutto è che fossi serissimo. In fondo veniamo un po’ tutti influenzati dalle nostre professioni. Qual è l’esperienza che più ti ha trasformato?

Scoprire di essere affetto da una patologia neurologica degenerativa. È successo qualche anno fa, proprio mentre con Carlo Vannini stavamo facendo le foto alla collezione di anatomia patologica dell’Università di Padova. La scrittura del libro, Sua maestà anatomica, è diventata un viaggio più personale del previsto, perché cercare di comprendere il senso profondo della malattia e della sofferenza (i veri rimossi sociali odierni) si era di colpo trasformato in un’urgenza personale. Anche grazie a quel lavoro, sono stato in grado di vedere una nuova riserva di meraviglia perfino nella convivenza con i dolori e soprattutto con l’incertezza. Incertezza che in fondo, mi son detto, c’era anche prima. Questo è solo il corpo che mi ricorda di non essere affatto sotto il mio controllo. Un memento mori evidente e quotidiano, quindi per certi versi prezioso. E che forse ha in parte cambiato le mie priorità, i rapporti di importanza tra doveri e piaceri.

 

Appunto: che cosa è il piacere?

La fonte più costante e profonda di godimento (sessuale o meno) che io abbia mai conosciuto è la fantasia. Ti ho visto spesso ammonire i tuoi lettori del divario fra chi fantastica e chi mette in pratica, e mi pare che tu dia un credito maggiore alla seconda categoria. E hai ragione, quando ti riferisci per esempio alla distanza fra chi si definisce esperto di BDSM perché ha visto un paio di porno estremi, e chi ha dedicato una vita all’esplorazione dei sensi. Tuttavia quando voi esperti di sessualità pontificate, si avverte sempre questa vaga e leggera spocchia! Questo guardare dall’alto in basso chi fantastica, senza passare all’azione! Io invece rivendico il primato della fantasia sulla realtà. I grandi guru della concretezza, della sensualità spicciola, non sono mai stati buoni a dar consigli su come fare sesso oltre l’event horizon, non hanno mai detto di cosa si prova a fare l’amore mentre si viene risucchiati da un buco nero e la materia si concentra talmente che la velocità di fuga supera quella della luce. Chi fantastica, invece, può dire di conoscere queste e mille altre cose, fino a prova contraria. La fantasia è, per esempio, l’onnipotenza di concepire un sesso impossibile:

Solitari richiami di lemuri vagavano dalle isole di cipressi palustri […] Spasimi scossero il suo corpo e una verde bava erogena colò dalle ghiandole sotto le sue branchie coprendo i due corpi con una bolla vischiosa – Sciogliendo carne e ossa in gelatina – Affondò nel cliente – Spine dorsali si strofinarono e si fusero in piccoli scoppi di piacere elettrico – Venne risucchiato in altri testicoli – Una morbida grotta perlacea si chiuse attorno a lui pulsando sempre più stretta – Si liquefece in dita di sperma che accarezzavano il pene dal di dentro – Contrazioni frementi mentre sprizzava attraverso carne rosa tumescente in un crescendo di colpi di tamburo eruppe fuori in un bagliore verde cadendo in lente convulsioni di sonno subacqueo” (William S. Burroughs, Il biglietto che esplose, 1962).

Se ne vedono di scene così, alle tue feste sadomaso? No, caro mio, la fantasia batte la realtà a mani basse!

 

E poi lo spocchioso sarei io? Tsk… Certo che la fantasia sia alla base di qualsiasi piacere, ma il bello sta proprio nel trovare il modo di trasformare i sogni in realtà. E alla peggio si può sempre ricorrere a un paio di trucchetti neurologici niente male, o al potere evocativo dell’ipnosi erotica.

Allora rincaro con lo snobismo, metto su i baffetti alla Dalì e ti dico: se un sogno ha bisogno di trasformarsi in realtà per darti piacere, allora è un sogno piuttosto meschino. (Oh, ma ti rendi conto che questa è  la cosa più vicina a una disputa televisiva che riusciamo a ottenere chiacchierando, io e te? Ipnosi erotica e alien sex… chissà perché non ci invitano nei salotti della domenica.)

 

Mi sa che conviene tornare in territori a te più consoni e passare da Eros a Thanatos: con la comprensione della morte derivante dai tuoi studi, come vivi la tua vita?

Ho forse più dimestichezza della media con i fenomeni relativi alla morte, con le sue implicazioni psicologiche, e con la storia dei simboli tramite i quali abbiamo cercato di darle un senso. Ma non direi che “comprendo” la morte, altrimenti non passerei così tanto tempo a studiarla. E in realtà non si riesce mai del tutto a liberarsi dal “gioco del bianco e del nero”, cioè il vedere opposti ovunque – quando sappiamo bene che vita e morte sono lo stesso processo. Bisogna continuare a rifletterci ogni giorno o si rischia di ricadere nell’illusione.
Come vivo la mia vita? Ecco, cercando di ricordarmi che va attraversata con leggerezza, come una danza, senza prenderla troppo sul serio.

 

Ti dirò che mi aspettavo una risposta più circostanziata, ma provvediamo subito. Per esempio, come esperto di decadimento e morte come ti vedresti nel ruolo di padre? Te lo chiedo perché nel mio caso ho una visione un po’ cinica del mondo dovuta alla conoscenza approfondita delle statistiche sui disagi che attendono le generazioni future. Questo mi basta per guardarmi bene dal far figli, eppure cerco di migliorare un pochino il mondo per chi invece ne fa.

Anch’io preferisco non avere bambini. Mi vedo meglio come “parente acquisito” di quelli dei miei amici. Ecco: non mi dispiacerebbe affatto essere quello zio un po’ fuori di testa che ha sempre storie strane da raccontare, e con cui puoi parlare delle cose più assurde. Mica scemo, dirai: tutti i vantaggi senza mai cambiare un pannolino! Appunto, mica scemo.

 

E se poi alla fine ci accorgessimo che l’obiettivo ideale è “solo” una vita normalissima, stile Mulino Bianco?

Mi sa che è un po’ troppo tardi ormai. Non ci rimarrà che guardarci negli occhi, e sospirare: allora abbiamo toppato, eh, socio?

 

E per non toppare quale obbiettivo cerchi di raggiungere? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ridere di tutto. Apprezzare l’inutile. Morire con curiosità.

 

Ah, andiamo sul filosofico pesante, eh? Allora senti questa: fatti la domanda alla quale ti è più difficile rispondere.

Le domande che hanno una risposta sono quelle che non vale la pena porsi.
(Ivan Cheng-Tzi)

(Sigh…)

Line
Line