L’uomo di gomma e l’autofobia interiorizzata

The Gimp Man of Essex

In questi giorni i media britannici stanno facendo a gara a chi si scandalizza di più per un nuovo personaggio: The Gimp Man of Essex, un tizio misterioso che gira per l’omonima contea a nord-est di Londra… ricoperto di gomma nera dalla testa ai piedi. L’abitudine di chiamare tute di lattice come la sua ‘gimp suit’ (letteralmente: ‘tuta da scemo’) deriva dal film del 1994 Pulp fiction. Vi compariva infatti un tale incappucciato chiamato così, e diventato nella traduzione italiana ‘lo storpio’, ma questi indumenti sono in realtà un classico del fetish fin dagli anni Cinquanta. Chi li usa ama la sensazione di costrizione, l’odore della gomma e l’anonimato, che aiutano a entrare in uno spazio mentale lontanissimo dalla quotidianità dove è possibile sentirsi – e comportarsi – come pure entità sessuali.
Quei cappucci così lisci possono tuttavia risultare piuttosto inquietanti per certe persone. Quella stessa perdita di identità che rende più facile considerare chi li indossa solo come bambole sessuali anziché persone complete evoca anche paure primordiali di isolamento e incomunicabilità. Chi non ha una faccia fa paura, e non a caso fior di film dell’orrore, come American horror story o The collector, adottano questo look per i loro cattivi. Ma allora perché quel tipo se ne va in giro conciato così?

La risposta vera è ovvia: si tratta di un esibizionista che gode dell’attenzione suscitata dalla sua luccicante seconda pelle – ma questi sono solo affari suoi. In effetti, se glielo si chiede lui dà tutta un’altra spiegazione, decisamente più carina. L’uomo di gomma dell’Essex sta raccogliendo fondi di beneficienza: per ciascuna foto insieme a lui pubblicata sulla sua pagina Facebook, l’uomo dona infatti una sterlina. Il denaro va a Colchester Mind, un’associazione locale di aiuto alle persone disagiate – soprattutto a causa di problemi psichici – per reintegrarle nella società. Impresa molto nobile, che è meglio lasciar spiegare al diretto interessato.
«La mia famiglia non sa di questa mia attività. Ho cominciato a giugno 2013 e non esco mai durante i weekend o le feste scolastiche, perché non vorrei spaventare i bambini» dice. «Sono abbastanza adulto da rendermi conto di come la gente veda in tutto il lato negativo: certi pensano che sia un pedofilo o un pervertito che fa cose orribili, ma il mio scopo è solo avviare un dibattito sulla diversità. Quando spiego di cosa si tratta la maggior parte delle persone si dichiara dalla mia parte, e tutto sommato facendo un giro in spiaggia si vede esibire ben più di quanto faccia io!»

Lasciamo da parte un attimo alcuni passaggi un po’ bizzarri e accettiamo la sfida. A ben guardare Gimp Man ha ragione: un tizio vestito di latex è insolito e innocuo proprio quanto chi soffre di disagi psicologici. A guardarlo bene però non si può fare a meno di pensare anche alle rubberdoll di cui scrivevo pochi giorni fa, o ai furry. Anche loro condividono il suo stesso sogno: essere semplicemente accettati dalla società, senza esserne temuti sulla base di supposizioni e pregiudizi imbecilli. Diciamolo: c’è davvero qualcuno che creda che un tale che indossa un costume da gatto di pelouche possa costituire un pericolo pubblico?
A conti fatti gli unici a esserne convinti sono pochissimi bigotti. Come dimostra il caso del Gimp Man, o l’esperienza descritta nel documentario sulle rubberdoll, o la colossale parata di furry della Anthrocon (la convention dei costumi da animale), o il ben più noto Pride… Purché non si violino i loro diritti, alla maggior parte della gente non frega nulla di come vi vestiate o di cosa facciate in camera da letto. Del resto è esattamente quel che ci si aspetterebbe. Ma allora da dove spuntano gli estremisti che aggrediscono chi mostra caratteristiche non comuni? E perché non vediamo più gente vestita strana per le strade delle nostre città?

Ci sono diversi motivi, in effetti. Alcuni legati al controllo sociale, altri al denaro – ma tutti derivanti in fondo in fondo dalla paura. Paura di se stessi, a essere precisi. Avete mai sentito quelle dichiarazioni contro l’ateismo che dicono: «chi non teme il giudizio di dio e la dannazione eterna è certamente destinato a cedere ai propri bassi istinti e a commettere ogni sorta di crimini»? Un ragionamento da pazzi, come può subito capire qualunque persona sana e dotata di senso etico. Non ci vuole mica Freud per comprendere che un pensiero simile può venire solo da qualcuno che quegli impulsi violenti li sente dentro di sé e fa molta fatica a tenerli a bada.
Stesso discorso per le fobie sessuali. Qualcuno ha mai capito di preciso com’è che il matrimonio gay dovrebbe distruggere l’istituzione della famiglia, per esempio? O come l’anonimato di una maschera di lattice dovrebbe rendere chi la indossa un pedofilo? Potremmo fare dozzine di esempi simili, nessuno dei quali minimamente logico – eppure sono proprio questi i discorsi che i media adorano e rilanciano incessantemente.

L’effetto complessivo di questo bombardamento è che le persone già “eticamente squilibrate” trovano conferma delle proprie autofobie (paure di se stessi), che vengono rafforzate da ciascuna ripetizione di ogni allarmismo ingiustificato… ma il pericolo più grande è un altro. Per tagliar corto una lunga disquisizione di psicologia, trovarsi esposti a questa parvenza di opinione predominante introduce dubbi e paure in chiunque – compresi i diretti interessati. La comunità gay, per esempio, conosce molto bene il fenomeno dell’omofobia internalizzata, cioè di come tanti omosessuali provino disgusto e odio per se stessi e le proprie inclinazioni “perché è normale che sia così”.
Tale discorso vale per tutte le minoranze sessuali. Ecco perché le rubberdoll e i furry sono convinti che il mondo ce l’abbia con loro [Spoiler: in generale, il mondo ha ben altro da fare], ma si può dire lo stesso anche di tante altre categorie. Moltissimi appassionati di BDSM ad esempio sono consumati dalla sicurezza che rivelare le proprie passioni ai loro partner comporti una catastrofe… anche se le statistiche dimostrano che la realtà sia ben diversa.
O meglio: le statistiche dimostrano anche che ci sarà sempre una certa percentuale di persone che non ti accetterà mai, nemmeno se presenterai le tue idee nel modo più pacato e ragionevole possibile. Mosse dalle proprie paure, alcune di esse sicuramente reagiranno anche in maniera violenta. Tuttavia la reazione più comune – a meno che non vi comportiate da pazzi assatanati – è che l’interlocutore se ne freghi proprio, o dimostri interesse.

Quindi cosa si può fare per combattere l’autofobia internalizzata? Beh, se vi sentite particolarmente coraggiosi seguire l’esempio del Gimp Man dell’Essex potrebbe funzionare. Una strategia assai più ragionevole consiste però semplicemente nell’imparare a riconoscere le trappole psicologiche e sociali che ci circondano. Basta informarsi un po’ presso le fonti giuste, e in men che non si dica si è in grado di distinguere i pericoli reali – che naturalmente non mancano – dall’allarmismo a casaccio. Provare a frequentare ambienti alternativi e diversificati mette faccia a faccia con la constatazione che avere un aspetto o interessi fuori dal comune non ha niente a che vedere con il valore delle persone. Magari si può fare un piccolo sforzo extra per difendere il proprio diritto d’espressione.
Non si tratta di una guerra e non avete niente da dimostrare. Tuttavia potreste aver voglia di vincere almeno una piccola battaglia: quella contro le vostre stesse paure. È più facile di quel che pensiate, e non potete immaginare quanto sia più bello vivere senza tutto quel peso immaginario sulle spalle.

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