Maiali nei guai: la dipendenza sessuale non esiste

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Da diversi anni la grande notizia per i sessuologi è l’imminente (nel senso di primavera prossima) pubblicazione del DSM-V, cioè del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta revisione principale. L’importanza di questo libro è incommensurabile, dato che si tratta del primo strumento per decidere se una persona sia sana o meno, e come debba essere gestita dalla società. Per fare un esempio, fino alla pubblicazione del DSM-II/7 nel 1974 l’omosessualità era indicata come una forma di malattia mentale che poteva condurre all’internamento forzato – il che fa capire anche perché dietro a ogni aggiunta o cancellazione dalle varie edizioni vi siano dibattiti che durano per anni.

Fra i problemi relativi alle scelte editoriali c’è anche il fatto che vengano compiute prevalentemente in segreto da parte di un comitato che non è tenuto a rivelare le proprie motivazioni. In effetti di tanto in tanto spuntano vecchi documenti relativi alle edizioni obsolete che rivelano come il giudizio del comitato possa essere stato influenzato da filosofie personali e dalla pressione delle lobby, al punto di scatenare diverse critiche anche piuttosto violente.

Il succo di ognuna di esse è che il DSM si presta a patologizzare anche comportamenti normali. Un caso su tutti: la sindrome di Asperger è una leggerissima forma di autismo, o solo un nome importante dato al carattere introverso e una buona scusa per vendere terapie e medicinali? In ogni caso verrà tolto dalla prossima edizione, e circa 460.000 bambini nei soli Stati Uniti torneranno improvvisamente a essere “normali”. Per un’azienda farmaceutica questa decisione da sola può influire sul fatturato per centinaia di milioni, pertanto è facile comprendere da dove venissero le spinte ad aggiungere nuovi “disturbi” al DSM-V.

Questo deprimente scenario nasconde tuttavia una sorpresa inaspettata: è appena stata divulgata la notizia che la “dipendenza sessuale” (nota anche come ‘sindrome da ipersessualità’) sia stata respinta dalle proposte in due diverse categorie, sia come disturbo da dipendenza che come disturbo sessuale. La condizione è stata inoltre esclusa dalla Sezione 3, che raccoglie tutti i casi che ‘richiedono ulteriori ricerche’. In altre parole: la dipendenza sessuale non esiste – anzi, è sempre stata una truffa bella e buona.

Il vero significato di tutto ciò si può riassumere in due punti chiave. Innanzitutto: visitare siti porno non è qualcosa di incontrollabile o che si possa definire una malattia. I gruppi fondamentalisti che – soprattutto negli USA – cercano di censurare a titolo medico questo tipo di contenuti e “curarne” gli utenti dovranno quindi piantarla e venire a patti con la realtà. D’altra parte questi ultimi dovranno rassegnarsi a passare meno tempo sulle zozzate, perché il loro comportamento è dettato da puro scazzo.

Ancora più importante è però il fatto che questa stessa mancanza di scuse si applicherà ai numerosissimi casi in cui personaggi imputati di abusi, violenze o semplici comportamenti idioti di origine sessuale si nascondono dietro il dito di una compiacente diagnosi di dipendenza sessuale. Come dire che i preti e gli allenatori pedofili sono ufficialmente dei puri criminali, gli stupratori pure, chi molesta colleghe e dipendenti in ufficio è solo un porco, e così via. Consideriamola una vittoria della sessualità sana.

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