Oltre i confini LGBT – Intervista con Nathan Bonni

catena lgbt

Ci sono porte che a volte si aprono per caso, ma conducono poi verso mondi quasi sconosciuti. È quello che è avvenuto un paio di settimane fa, quando su Twitter mi è stato segnalato un articolo di Progetto GenderQueer sul BDSM visto da un attivista LGBT che descriveva l’eros estremo in modo un po’ diverso da come lo conosco io. Strano, ma possibile: d’altro canto, pur occupandomi di sessualità non normative di tutti i tipi, anche io non ho una esperienza molto approfondita del mondo dell’attivismo italiano – così mi sono ritrovato nuovamente a pensare quanto sia curioso che nel nostro paese il mondo LGBT e quello BDSM vivano tanto separati. Stando così le cose, non c’è da stupirsi che abbiano una percezione un po’ distorta l’uno dell’altro!

Mi sono così rivolto a Nathan Bonni, che oltre a essere titolare di Progetto GenderQueer è anche co-fondatore della rivista Il Simposio e presidente del Circolo Milk di Milano, una realtà piuttosto attiva nel campo delle diversità sessuali. Dopo avere riscontrato una effettiva separazione fra le due culture, è nata l’idea di realizzare una doppia intervista senza peli sulla lingua, perché a furia di essere politically correct si finisce col non affrontare mai proprio quei pregiudizi di fondo che impediscono di dialogare veramente. Lui mi ha fatto parecchie domande inevitabilmente “colorate” da una filosofia incentrata sulle questioni di genere, e dopo qualche intoppo sono riuscito finalmente a restituire il favore.

Il risultato lo vedete qui sotto. Pur con tutti i limiti di una strana ma comprensibile diffidenza reciproca, insieme all’altra intervista getta comunque un primo ponte fra due culture con molti più punti di contatto di quanti non si creda – aprendo una di quelle porte di cui si parlava all’inizio. Da qui in avanti, varcarla ed esplorare dipende solo da ciascuno di noi.

 

 

Ciao, Nathan! Cominciamo col dire chi sei?

Ciao Ayzad. Ho 33 anni e da una decina sono attivista sui temi LGBT e del “non binarismo di genere”.
Dal 2010 sono presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk, che fa cultura ed offre servizi in ambiente non giudicante a tutte le persone portatrici di una tematica di orientamento affettivo e di identità di genere. La sigla è TBGL per sottolineare l’attenzione che l’associazione dà ai temi dell’identità di genere e degli orientamenti affettivi compresi tra omo ed etero.
Ancor prima di intraprendere la mia esperienza associativa al Milk avevo aperto un blog, che adesso è online da una decina d’anni, il cui obiettivo è dare “cittadinanza” a tutti i percorsi di variabilità di genere che non sono caratterizzati da una medicalizzazione del corpo e/o in cui la persona non è portatrice di un’identità totalmente riconducibile a “uomo” o a “donna”.
Un altro tema principale del blog è il binarismo di genere, cioè il concepire corpi, identità e ruoli come strettamente aderenti al “binario” 0-1 o, nel nostro caso, maschile-femminile. Mi interessa quanto questo incida sul mondo del lavoro, sulla formazione, sulla politica, sulle modalità affettive ed erotiche, sulle religioni e sulle spiritualità, su stili di vita alternativi e su molto altro, ed è per questo che sovente ho pubblicato ricerche e interviste riguardanti i parallelismi sui ruoli di genere e sui ruoli delle sessualità non normative.
Oggi ti rispondo quindi nella veste di autore del Progetto GenderQueer.

 

Nell’intervista che mi hai fatto – ma anche nel tuo blog e nelle mail che ci siamo scambiati per organizzare questi articoli – hai espresso la preoccupazione che persone queer, cioè con una sessualità non “tradizionale”,  e in particolare quelle transgender possano non sentirsi a proprio agio nell’ambiente BDSM. È una cosa che mi ha colpito, un po’ perché mescola l’identità e l’orientamento con delle preferenze in termini di pratiche slegate da questi aspetti, ma anche perché in decenni di esperienza sulla scena kinky non ho riscontrato elementi che possano far sorgere questa paura. Anzi, vi incontro normalmente lesbiche, bisessuali e trans (quest’ultima categoria soprattutto in ambito fetish) che interagiscono senza alcun problema con le persone eterosessuali…

Nonostante la mia presenza online fra blog e social connessi mi dia un osservatorio privilegiato da cui entrare in contatto con tantissime persone LGBT e in particolare bisessuali, pansessuali, genderqueer e transgender, il BDSM non ricade fra le mie tematiche principali. Di conseguenza posso dire che, fra loro, tanti hanno interesse o curiosità per quella cultura ma non ho delle statistiche sui loro timori nel frequentare l’ambiente BDSM o sulle eventuali esperienze che hanno avuto in questo ambiente.
Diverse persone, soprattutto portatrici di una tematica di identità di genere, e coloro che hanno un aspetto non conforme alla propria identità, temono di essere “fraintesi” in luoghi di incontro dove il primo approccio è estetico e dove non ci sono i tempi, i modi e le circostanze per spiegare. Sono paure che si estendono non solo agli ambienti di incontro BDSM, ma a tutti gli quelli che prevedono la socializzazione, mirata o non mirata alla possibile svolta erotica. Ovviamente se la persona ha delle tendenze BDSM o anche solo delle curiosità, si pone il problema che questi equivoci possano accadere e che quindi un’esperienza su cui si avevano aspettative positive possa invece risultare deludente, quando non “disforica”. Essere fraintesi riguardo al proprio genere è una delle esperienze peggiori che una persona transgender o gender non conforming in generale possa fare.
Ciò non toglie che il BDSM possa comunque essere praticato anche non frequentando “gli ambienti” e , perché no, magari sperimentando con un o una partner che precedentemente non conosceva il BDSM.

 

La spiegazione è chiara, ma non si tratta di una proiezione di paure personali nei confronti di gente con tutt’altre preoccupazioni? Sembra un po’ la logica dei fondamentalisti cattolici in conflitto aprioristico con i gay perché sono convinti che vogliano attentare alle loro virtù, o di quei razzisti che vedono in ogni persona di colore una minaccia anziché, appunto, una persona…

Attenzione a non confondere vissuti con ideologie. Una persona LGBT non fa qualcosa che riguarda la sua sfera amicale, sentimentale ed erotica mossa da un’ideologia, ma mossa dalle considerazioni dei pro e dei contro sulla possibiltià di sentirsi più o meno a suo agio in un ambiente. Quindi alcuni osano, sperimentano, altri no.
Nel caso di una persona trans, magari con un aspetto che “tradisce” la sua identità di genere, il timore non è certo che gli venga imposto di fare qualcosa, ma magari che il suo genere venga frainteso e che quindi si creino spiacevoli equivoci che richiedono chiarimenti che non ha voglia di dare in uno spazio di incontro. Come dicevo, questa paura può essere estesa a tutti i luoghi di incontro e non solo a quelli BDSM.

 

Un paio di domande fa, nel mio elenco non comparivano gli uomini gay perché in Italia è raro che partecipino a eventi pansessuali, cioè rivolti a tutti. Non mi riferisco solo a party in cui comunque i giochi BDSM rappresentano solo una parte di ciò che fanno i partecipanti – e il sesso una ancora più piccola, visto che di solito è più comodo farlo a casa propria – ma anche a banali occasioni di incontro e confronto quali per esempio i munch. Pensa che, dopo quasi vent’anni che organizzo queste cose, potrei contare i gay dichiarati che vi hanno partecipato sulle dita di mani e piedi.
Secondo te da cosa dipende? Dopotutto, le basi del BDSM moderno sono 
nate proprio nella cultura leather degli omosessuali della West Coast statunitense.

Premetto che io sono un uomo gay transgender, ma anche fossi un uomo gay non transgender non potrei parlare che a nome di me stesso. Nel caso degli incontri finalizzati all’erotismo o all’ “amicizia, poi chissà” penso che molti uomini gay preferiscano un ambiente “tra pari”, dove tutti i partecipanti sono attratti dal proprio genere o, perlomeno, anche da esso. Altri preferiscono invece un ambiente misto.
Credo siano due modalità entrambe legittime, che derivano solo da approcci diversi. Altri ancora preferiscono interagire affettivamente ed eroticamente con altre persone visibilmente e dichiaratamente LGBT, mentre in ambienti misti potrebbero interagire con bi-curiosi o con uomini bisessuali che preferiscono però le donne, e che spesso vivono socialmente come eterosessuali.
Per una piccola parte di omosessuali maschi si tratta di vero e proprio “separatismo”, ovvero di persone che vogliono interagire solo con altre persone di sesso biologico maschile, e che quindi escludono dagli altri anche le persone transgender, in entrambe le direzioni. Sono solo omosessuali con un orientamento erotico binario.

 

Quel che posso dirti è che, vedendola dall’altra parte, c’è una convinzione diffusa che gran parte del mondo gay “incontra solo per scopare” e che sia banalmente per questo che nel tempo libero non interagisce con altri orientamenti. È ovvio che sia sbagliato generalizzare, ma tale visione viene in effetti favorita dall’approccio adottato da tanti, al punto che conosco anche numerosi gay disperati perché non riescono ad avere relazioni a tutto tondo. Allo stesso modo, sono parecchie le volte in cui ho provato a invitare qualcuno ai miei eventi e mi sono sentito rispondere «ah, se non ci sono darkroom preferisco andare dove posso divertirmi!».
Non è un po’ limitante ridurre tutto all’aspetto sessuale, o per lo meno dargli così tanta importanza? Voglio dire: ti assicuro che anche per me sesso e BDSM sono molto importanti, eppure non è che eviti di partecipare ad altri tipi di serate o di frequentare determinati gruppi di persone…

Penso che il pensare che le persone LGBT usino il loro tempo libero per il sesso sia uno stereotipo. Come vedi ogni subcultura, ed in particolare quella LGBT in quanto maggiormente visibile, è vittima di pregiudizi. Le persone LGBT che conosco, di genere maschile e non, dedicano il tempo libero a tanti interessi culturali e ricreativi, che mettono loro in comunicazione con tante persone affini, LGBT e non. Sento quindi molto distante questo stereotipo del gay “morto di sesso”, ed è anche lontano dalle persone “non LGBT” che mi circondano, la cui percezione delle persone gay sta gradualmente cambiando anche grazie alle unioni civili: le figure del gay marito, del gay papà e del gay che ha trovato il proprio compagno di vita si stanno sempre più diffondendo nell’immaginario sociale. Anche se penso ai miei colleghi uomini gay, e a come sono percepiti dai colleghi e dai capi, non credo che vengano pensati come promiscui.
Infine, non credo che le persone LGBT pensino sempre all’aspetto sessuale, ma se il contatto con loro è avvenuto tramite temi di “sessualità non normative”, è chiaro che la chiave di comunicazione fosse quella “sessuale”. Se l’argomento comune è l’erotismo è chiaro che si comunichi dando spazio a quelle tematiche ed esigenze. Se invece è la politica si parlerà di diritti. Se è la cultura si parlerà di sensibilizzazione sociale e così via.


La mancanza di informazione che genera pregiudizi piccoli e grandi è piuttosto diffusa a livello di sottoculture: gli scambisti equivocano la scena queer, i leather hanno una concezione fantasiosa della cultura cuckold, i cattolici immaginano peste e corna dei gay, e così via. Quali pensi siano i meccanismi per cui le iniziative di comunicazione – o per lo meno di comprensione – fra scene differenti sono così rare?  

Purtroppo ogni subcultura è soggetta a forti stereotipi e quindi è importantissimo che si faccia cultura sui propri temi. Non escludo che le subculture abbiano pregiudizi e stereotipi sulle altre subculture, ed è per questo che spesso si organizzano degli eventi “crossover” di confronto, ad esempio tra LGBT e Poliamore, o tra LGBT e Cultura Femminista e, perché no, anche tra LGBT e BDSM.
Non credo che questi eventi siano così rari, ma probabilmente dipende dal fatto che le realtà “non binarie” hanno maggiore interesse a questi collegamenti tra subculture o a fare ricerca rispetto all’attivismo “omosessuale” storico.

 

Mi sa che tutti questi eventi devono essermi sfuggiti… A ogni modo, va detto che però a volte a ostacolare l’accettazione della varietà di genere e di orientamento è paradossalmente il modo in cui si presentano i diretti interessati stessi. Soprattutto in passato lo strumento della provocazione è stato forse abusato o forse frainteso, al punto che quando una mia conoscenza ha saputo che stavo realizzando questa intervista, ha riproposto una vecchia argomentazione che tanto vale affrontare. Parlando di manifestazioni come i Pride, ha infatti detto: «sarebbe bello che spiegasse in quale modo si pensa che presentarsi coperti di piume di struzzo, conciati come battone e lasciando una scia di spazzatura alta tre dita dovrebbe favorire l’integrazione sociale fra gruppi differenti».

Chi ha suggerito questa domanda  forse non è mai stato fisicamente ad un Pride e lo ha visto dalle foto delle testate più reazionarie. Ci saranno sempre delle drag queen o delle persone estrose, ed è un loro diritto esserci, ma la maggior parte dei partecipanti sono nei loro abiti quotidiani, oltre agli attivisti con cartelli, spille e bandiere.
L’importante è che non si finisca per disprezzare la libertà di chi, diversamente da me, preferisce andare con abiti scelti appositamente per “scardinare” il conformismo di genere.
 

 

Il filo conduttore delle mie osservazioni mi sembra che si possa ridurre alla perplessità verso il volersi identificare soprattutto – se non esclusivamente – con l’aspetto in fondo assai marginale delle proprie preferenze sotto le coperte. Nelle cosiddette minoranze sessuali avviene a livello di denominazioni e sigle, di ambienti frequentati, di chiusura verso l’esterno, di approccio sociale – però l’effetto complessivo è poi di alimentare un’impostazione conflittuale stile “noi contro loro” anziché relazionarsi semplicemente come persone con persone. Tu che ne pensi?

Purtroppo spesso le persone pensano che le battaglie LGBT siano legate al ricondurre se stessi solo al proprio orientamento affettivo o identità di genere. In realtà ogni attivista ha molti hobby, passioni, il suo lavoro, ma è chiaro che fa “attivismo” relativamente all’aspetto in cui si subisce una discriminazione culturale e/o legale. Inoltre essere affettivamente ed eroticamente attratti dallo stesso genere o da entrambi non è una questione solo legata alle pratiche sessuali, ma che influenza la propria vita, quella di coppia, di fare o meno famiglia, eccetera. Se poi invece si pensa all’identità di genere, allora le coperte c’entrano davvero molto poco. 
Mi preoccupa però l’ostilità verso il “separatismo culturale” che le minoranze devono fare, almeno in parte, per l’ottenimento dei propri diritti e per fare informazione sulla propria condizione. Perché le definizioni e le sigle fanno così paura? Non è anche, in parte, un problema di chi le rifiuta per se stesso, e non sempre per motivi “sani”?
È bello poter essere liberi dalle definizioni, ma solo dopo aver fatto prima i conti con ciò che si è.

 

Ok, allora ti aspetto al prossimo Sadistique?

In realtà non sono un tipo da locali. Più probabile sarà ritrovarci a bere un caffè continuando il nostro confronto tra BDSM e LGBT. 

 

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