Siamo tutti un po’ furry?

furries having sex

 

Questo post inizialmente sarebbe dovuto essere una notiziola semplice semplice. Tabù, il programma di National geographic sulle culture insolite, ha realizzato una puntata sui furry estremi – e in particolare su un signore della Pennsylvania noto come ‘Boomer’. Questo solare personaggio dichiara di sentire una speciale affinità con i cani, di sentirsi molto più felice quando si comporta come loro, e quindi di passare più tempo possibile nei panni di un bobtail antropomorfo che abbaia, gioca a riportare i legnetti e mangia dalla ciotola.
L’idea era di mostrarvi il trailer dell’intervista, fare due battute sulla sessualità dei fuvert, spiegare la psicologia degli altri “animalisti” a tempo pieno come alcune ponygirl e chiuderla lì, perché pensavo si trattasse di fenomeni troppo marginali persino per i miei standard. Già che c’ero sono andato però a controllare anche quali fossero le ultime novità dal mondo dei feticisti dei costumi di pelouche… e sono rimasto davvero sorpreso.

La Anthrocon, cioè il più importante raduno mondiale per i furry (ossia gli appassionati di animali antropomorfi), quest’anno ha avuto più di 5.500 partecipanti – milletrecento dei quali non hanno esitato a partecipare a una parata in costume nel centro di Pittsburgh. Si tratta di numeri decisamente troppo alti per scherzarci su senza studiare la cosa un po’ più a fondo, così mi sono letto buona parte della WikiFur – la Wikipedia dei furry, ovviamente – e saltando di link in link sono arrivato anche a Furries: an inside look.
Questo bel documentario realizzato proprio durante una convention specializzata contiene diverse interviste ad appassionati e operatori del settore. La loro descrizione del mondo furry è molto meno perversa di quanto si potrebbe immaginare. L’organizzatore della Anthrocon addirittura si diverte ad affrontare l’argomento sesso: «i maniaci ci sono in qualsiasi ambiente» sghignazza «ma pur tollerandoli li emarginiamo, perché alla comunità quello che interessa è semplicemente divertirsi in maniera innocente».

Sarà. A me pare che facendo una semplice ricerca su Google, la maggior parte del materiale riguardante i furry sia composto da pornografia quantomeno imbarazzante, ma a sentire loro i motivi per cui migliaia di persone vestite da pupazzi si ritrovano a questi eventi non è affatto il sesso. «Beh, certo che abbiamo una sessualità» dice un intervistato. «Ma non ce l’hanno tutti?»
Ottima risposta. La quantità di zozzerie pellicciose disponibili online fa sospettare una certa ipocrisia, ma ho voluto prenderla per buona. Finché all’ennesima intervista in cui viene ripetuto che l’attrattiva del mondo furry sia di essere composto da brave persone, che non discriminano chi è diverso dalla norma e anzi si supportano fra loro, mi ha ricordato dove avessi già sentito dichiarazioni simili. «Sento che la mia vera famiglia è questa» dice uno; «Sono molto più me stesso quando interagisco sui siti specializzati che non nella quotidianità» confessa un altro; «A questa convention c’è più creatività di quanta ne veda normalmente in un anno» gongola un altro ancora. E ogni pezzo va finalmente al suo posto, completando un puzzle che mi impegnava da anni.

Queste frasi le ho sentite ripetere identiche nell’ambiente dei fanatici di fumetti. E in quello dei giochi di ruolo. Ma anche dai feticisti, nella cosiddetta “Scena” BDSM e fra molte sottoculture erotiche minori. Dopotutto avevo appena finito di leggerlo in Playing on the edge: molte persone entrano a far parte delle community BDSM non tanto per seguire un loro irrefrenabile istinto sessuale… ma perché sono ambienti accoglienti, tolleranti e che offrono più stimoli intellettuali della media. Da un certo punto di vista per loro l’eros è solo un piacevole effetto collaterale.
Ma se le cose stanno così finalmente si spiegano tutte le magagne della cultura dell’erotismo estremo! Sta’ a vedere che i furry che scopano bardati coi loro costumi sono pochi per lo stesso motivo per cui nel giro di fruste e corsetti sono una minoranza quelli che vanno ai party in cui si pratica davvero, o per cui il fetish va fortissimo ma i negozi specializzati chiudono per mancanza di clienti… Semplicemente, lo stesso tipo di persona un po’ introversa che da adolescente trovava rifugio nel mondo senza conflitti di fumetti e role game, da grande continua a cercare comunità ultratolleranti da cui farsi accettare senza fatica. Tipo le sottoculture erotiche, appunto.

Una delle frasi più agghiaccianti che abbia mai udito la pronunciò anni fa un famoso sessuologo durante un convegno sulle parafilie. «La maggioranza dei pedofili non è che sia attratta dai minori» spiegò. «Il fatto è che è spaventata dagli adulti». O, in altre parole: chi ha serie difficoltà di socializzazione esprime la propria libido dirigendola dove trova minore resistenza. I più sfortunati possono finire a scatenarla in maniera criminale; chi invece ha più informazioni e viene a conoscenza di contesti accoglienti nei confronti delle diversità vi si integra – non perché condivida fino in fondo l’interesse, ma per sentirsi accettato senza sforzi. A lungo andare diventerà poi naturale fare propria anche la cultura del gruppo, benché la differenza con i membri più convinti rimanga percepibile a tutti.
Il fatto è che le sessualità alternative solleticano chiunque. Sono basate su archetipi potenti come la dominazione, la trasformazione, l’androginia, l’ascesi… certo che è facile esserne attratti. Però c’è una bella differenza fra essere mossi da una pulsione sincera (o anche solo da serena curiosità) e un ipocrita “adattarsi al meno peggio” perché non ci si sente all’altezza di una sessualità e un’affettività standard.

Da molti anni sostengo che il BDSM sia la cura naturale del sadomasochismo patologico. Tante persone vi si avvicinano mosse da frustrazione mista a istinti incontrollati di dominazione o sottomissione che generano fantasie esagerate, pericolose da realizzare concretamente. Poi entrano a contatto con la complessa e serena cultura dell’eros estremo, scoprono modi di incanalare i loro impulsi in comportamenti non distruttivi, imparano ad accettare se stessi e il prossimo, a integrare sensualità e quotidianità… e ne vengono trasformate. A un certo punto, master ammazzagiganti e slave autolesionisti trovano l’equilibrio di cui avevano bisogno e vivono finalmente la sessualità per quel che dovrebbe sempre essere: un gioco sereno. Le loro pratiche restano intense ma divengono meno nevrotiche, il bisogno di esibirsi diminuisce, la presenza sulla scena pubblica si fa più rarefatta. Non è che invecchino: crescono.
Il problema naturalmente è arrivarci, a crescere. Se ho parlato della scena BDSM è perché è quella che conosco meglio, ma anche perché si fonda su meccanismi (di comunicazione, autoanalisi, dinamiche…) che anche involontariamente conducono al tipo di percorso appena descritto. Mi chiedo però quanto complicata possa essere l’esperienza in altri contesti “trasgressivi”, tipo appunto quello dei furry, di certi feticismi o peraltro quello degli sport estremi, dove la libido viene sublimata in forme astratte. Quanta terribile fatica si dovrà fare per passare da «mi nascondo dietro un pupazzo di pelouche per farmi accettare e mi masturbo di nascosto su versioni porno dei film Disney perché è meno rischioso di avere una sincera vita sessuale» a «ogni tanto è divertente sperimentare altre identità, ma ho imparato a vivere serenamente anche nella mia pelle»? Immagino tantissima, specie se la base di partenza è la (auto)illusione di essere lì per tutt’altro motivo.

Un’altra cosa che mi ha insegnato la cultura BDSM è l’importanza di mettersi sempre in discussione. Prima di pubblicare questo post ho chiesto un’opinione a un paio di psicologi e sessuologi che mi hanno confermato che la mia teoria sia sostanzialmente giusta, benché difficile da dimostrare con dati scientifici precisi. Ciò nonostante mi piacerebbe sentire anche cosa ne pensate voi: i commenti sono sempre aperti.
L’altro dubbio che sorge naturale è, ahimè, quanto Boomer ci sia in ciascuno di noi, per come affrontiamo non solo il sesso ma anche la vita in generale. Chissà che un po’ di cultura dell’eros insolito non sia proprio la terapia ideale…

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  • http://about.me/marcostizioli marcostizioli

    Mah… Sei così sicuro che le sottoculture erotiche siano tolleranti?
    Dalla mia piccola esperienza è un mondo di merda tanto quanto il mondo “non erotico”.

    • Ayzad

      Per quanto ho visto io possono essere chiuse in termini di pratiche (es. il mondo scambista non ama mescolarsi con quello BDSM e viceversa; quello gay maschile non vuole contatti con quello etero – almeno in Italia…), ma al loro interno mostrano grandissima apertura fra fasce sociali, accettazione di fisici non normativi, eccetera.

      • http://about.me/marcostizioli marcostizioli

        Io ho trovato più apertura mentale nei miei amici “non erotici” che in certe comunità.
        Ma io sono troppo individualista per stare in comunità.
        Il problema deve essere mio 😀

    • CG

      Credo andrebbe meglio definito il concetto di “tolleranza” qui usato.

      Provo a spiegarmi meglio: ho l’impressione che il nodo nel discorso di Ayzad non sia tanto la capacità di apertura effettiva di una data comunità, quanto la premessa/promessa di poter essere un comodo rifugio basato su un certo tipo di cultura (set limitato di regole e immagini condivisi).

      Il riconoscimento comune di queste regole e immagini é l’humus iniziale su cui poi si formano le comunità vere e proprie, le quali, per mille ragioni, possono anche sviluppare forme di chiusura ed intolleranza.

      Le culture interne di queste comunità, essendo perlopiù trasversali rispetto alla cultura mainstream, presentano caratteristiche di inclusione differenti da quest’ultima (anche se a volte ciò potrebbe deriva anche dal bisogno di “fare gruppo”).

      Ossia si può creare una situazione del tipo: “Tu e noi condividiamo un dato humus culturale ed é in questo riconoscimento comune che tu sei accettato (il rifugio sicuro), poi però nel nostro farci comunità abbiamo adottato specificità e rigidità cui devi adattarti (chiusura)”

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