Un altro tipo di uomo – Intervista con Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini

A volte la macchina dell’informazione sembra avere una straordinaria capacità di girare a vuoto. È il caso per esempio del fenomeno delle denunce di molestie e violenze contro le donne che tiene banco da un mese abbondante sui giornali di tutto il mondo: i casi non smettono di moltiplicarsi, ma i mass media spesso si limitano a riportare la cosa sottolineandone il lato scandalistico. Dopo i primi giorni l’effetto è così divenuto più di noia che di indignazione, benché di aspetti da approfondire ce ne sarebbero parecchi.

Per quanto mi riguarda, il ragionamento è stato semplice. «Se tutto ciò dimostra che l’approccio più comune ai rapporti fra i sessi sia questa schifezza,» mi sono detto, «io che studio il sesso insolito farò bene ad andare in cerca di approcci differenti!» Così mi sono guardato in giro, ho letto qualche libro e ho pensato di intervistare Lorenzo Gasparrini – un uomo che insegna agli uomini modi diversi di concepire il mondo. Ecco cosa ci siamo detti.

 

Ciao, Lorenzo! Cominciamo con una tua presentazione?

Sono un filosofo femminista; mi occupo di attivismo tramite incontri e dibattiti su questioni di genere, con un’attenzione particolare alla maschilità e alla violenza maschile. Scrivo libri e articoli, e animo diversi blog.
Per vivere – non guadagno con nessuna di queste cose! – sono manager di ristorante.

 

Come sei arrivato a occuparti di questioni di genere?

In maniera piuttosto casuale. La mia carriera di studente universitario mi ha portato a conoscere testi di femministe, che venivano però ostracizzati dai professori ai quali mi riferivo. Ho toccato con mano il fatto che certi studi sono ostacolati, e da bravo filosofo ho indagato il perché e poi ho provato a seguire quelle indicazioni di trasformazione personale suggerite da molti femminismi. Constatato su me stesso che si trattava di cose molto ben fondate e che in effetti miglioravano parecchio la vita di relazione e la mia visione del mondo scardinando poteri che agivano su di me e che io facevo agire sugli altri intorno a me, mi sono reso conto di aver maturato una preparazione piuttosto difficile da trovare in Italia. Abbandonato l’insegnamento universitario ho riempito il tempo a disposizione scrivendo e incontrando persone e gruppi (nelle scuole, con giornalisti, nei centri sociali…) su quegli argomenti.

 

Dopo aver scritto un articolo un po’ critico sull’approccio femminile alla – giustissima, questo non è in discussione – campagna di #Quellavoltache, mi sembrava il minimo affrontare la questione anche dal punto di vista maschile. In particolare, mi pare che anche gli uomini abbiano le idee poco chiare su cosa fare di questa patata bollente delle proteste contro le molestie e la violenza di genere… o sbaglio?

Coinvolti da appena nati in una educazione sessista, è abbastanza ovvio che alla minima assunzione di responsabilità richiesta da chi subisce continuamente sul suo corpo e sulle sue idee la pressione di una maschilità dominante gli uomini si sentano colpevolizzati. Purtroppo proprio la cultura patriarcale tende a nascondere la differenza tra colpa e responsabilità, che invece è il cuore del problema. Il colpevole di una violenza è chi la commette, su questo non c’è dubbio. Quello di cui dovrebbero accorgersi però tutti gli uomini non è una presunta “colpevolezza” comune, ma una mancanza di responsabilità: se tanti, comunque troppi, uomini eterosessuali si rendono colpevoli di femminicidi, violenze private, minacce e vessazioni psicologiche, allora il problema è sociale e non è confinabile, ogni volta, a una “patologia” di un individuo. Questi singoli dipinti sempre in maniera schizofrenica come onesti lavoratori, ottimi vicini di casa, bravi ragazzi che poi uccidono o picchiano, cominciano a essere davvero troppi per credere alla storiella ipocrita del “malato”, del perverso o del mostro. C’è un problema sociale: nella nostra comune educazione a essere maschi abbiamo qualcosa che non va, che non funziona per noi e che è opprimente per tutti gli altri generi. Il problema è che a furia di sostenere – altra cosa che fa parte di quella educazione al sessismo – che i femminismi sono roba da donne, adesso ci mancano il linguaggio e la preparazione per affrontare questa situazione; il risultato è che la maggior parte degli uomini scambia la sacrosanta richiesta di libertà e di diritti da parte di donne etero e dell’universo LGBTQI come una sottrazione di diritti per sé, come una cosa “contro natura”, come una minaccia personale – delle totali assurdità.

 

In effetti è paradossale che le reazioni più nette viste finora siano state anche quelle più discutibili. Penso per esempio al caso di Kevin Spacey, che dopo l’accusa per un episodio di molestie verso un ragazzo trent’anni fa è stato ostracizzato su tutti i piani in un batter d’occhio. Non solo è stata annullata la serie televisiva di gran successo di cui era protagonista, ma addirittura gli organizzatori di una premiazione si sono affrettati a comunicare che revocheranno il premio che avrebbe dovuto essergli assegnato sulla base matematica degli ascolti rilevati.
Sul fatto che il suo comportamento – su cui comunque non ci sono prove certe – sia stato condannabile non c’è dubbio. Tuttavia mi sembra che la pena, che equivale a far finire una carriera, sia sproporzionata specie se confrontata alle vere sentenze criminali emesse dalle corti di giustizia. Faccio peccato se penso che dietro a reazioni simili ci sia un bel po’ di strumentalizzazione, o per lo meno di ipocrisia?

Usare l’etica come strumento di lotta politica è sempre molto pericoloso, non lo scopriamo certo adesso. Un ente che decide di non dare un premio a Kevin Spacey per le accuse che gli sono state fatte sta lavorando alla propria immagine: non ha certo come interesse la persona molestata da Spacey. Allo stesso modo un mondo economico e politico come Hollywood prova a liberarsi del problema “sessismo” espellendo i presunti colpevoli – mostrando così tutta la sua incapacità di gestire un problema sociale enorme. Quella sproporzione di cui parli credo sia proprio il sintomo di questa incapacità. Sembrerebbe che vada presa una decisione molto più difficile e complessa, che ovviamente nessuno vuole prendere: o la bravura nel proprio lavoro va premiata indipendentemente dal proprio comportamento privato (e allora il premio e la carriera che ha Spacey se li merita tutti) oppure decidiamo che è il comportamento privato (non fare violenza, non evadere le tasse, non corrompere) a determinare se si può fare una carriera (e allora chiudiamo tutta Hollywood, per favore?).

Questa alternativa maschera però ipocritamente il nodo davvero spinoso: il legame tra moralità e potere. La moralità di un’epoca, di un paese, di un ambiente è determinata proprio da chi gestisce il potere in quell’epoca, in quel paese, in quell’ambiente. Ecco perché è possibile far finire in pochi giorni la carriera di un grandissimo attore. Questo nodo ipocrita e deleterio tanti femminismi lo descrivono da almeno due secoli – ma nessuno li ascolta, e si è incapaci di fare le giuste distinzioni tra pubblico e privato, tra morale e potere. Quindi si distruggono le carriere pensando che il problema sia lì, sia nel famoso attore o nel grande produttore da cacciare via; dando ragione alle assurdità di Mattia Feltri, che appunto non distingue nella questione “arte” lo spazio pubblico e privato tra i piani del potere da quella della morale, o di Michele Serra, che s’inventa un nuovo maccartismo perché non vede che c’è un legame tra “lo stupro e la proposta sporcacciona”, e quel legame è il potere sessista maschile – ma non siamo ancora capaci di metterlo al centro del dibattito. Oppure non ci va…

 

Affannarsi a saltare sul carro dei nuovi egalitari è poco elegante. D’altro canto c’è anche un altro fenomeno che mi preoccupa: la crescita esponenziale delle denunce in tutti i settori della società, che dopo gli scandali enormi del caso Weinstein stanno cominciando ad assomigliare a una normalizzazione sull’argomento, con reazioni sempre meno indignate. A livello mediatico e sociale, qui non si rischia di ricadere nel paradosso dei telegiornali, per cui casi spettacolari tipo il “delitto di Cogne” tengono banco per anni, ma le migliaia di morti quotidiane nei conflitti in giro per il mondo non meritano nemmeno più un trafiletto?

Certo, questo rischio normalizzante esiste ed è anche dovuto, per esempio, al fatto che si usa impropriamente il termine “denuncia” per raccontare l’emersione di un fatto sociale che esiste da tempo immemorabile. Se lo chiamo “denuncia” lo lego a questioni giuridiche e temporali che non esauriscono affatto l’argomento. Dovremmo chiederci perché quel racconto di violenza che da sempre caratterizza i rapporti di genere non lo abbiamo ascoltato per secoli. Ma di nuovo: dov’è la competenza per educare a questo ascolto? In quei femminismi che abbiamo allontanato, ostacolato, nascosto. Nota come nella ressa di opinioni e discussioni che tengono banco sui media non esiste e non è documentato il lavoro dei centri antiviolenza, la cui esperienza è l’unica che potrebbe servire a spiegare i tanti nodi del problema. Perché una donna non parla per vent’anni e più di quello che ha subito e subisce? Perché un uomo, di fronte alle violenze commesse, nega e/o mostra sincero stupore per cose che pensava ovvie e normali? A queste domande il rumore mediatico fa rispondere attori, attrici, psicoesperti vari, ma nessuno che affronti queste cose tutti i giorni a contatto con le persone. Probabilmente la loro risposta non piacerebbe molto. Quindi, come tutti i fenomeni mediatici, anche questo della violenza di genere rischia di passare come fosse una moda, e purtroppo non lo è affatto.

 

Visto che di mestiere mi occupo di eros insolito, vorrei sentire la tua opinione su un’altro lato ancora del dibattito sull’eguaglianza di genere. Esiste infatti una frangia di pornografia che ha trasformato il patriarcato dichiarato in un vero feticismo, con uomini e donne che si comportano secondo gli stereotipi più classici (detti eufemisticamente ‘vita domestica anni ’50’) o secondo un’esasperazione del conflitto di genere. C’è pure chi questo approccio lo ricerca traendone soddisfazione erotica. È una reazione al cambiamento? Una trasgressione consapevole alle regole sociali? Una riappropriazione? Un modo per disinnescare un pericolo in un ambito piacevole? Una minaccia per la società? 

Io credo che qualunque pratica erotica vissuta consapevolmente sia già una sana riappropriazione di qualcosa che viene costantemente negato: la gestione dichiarata e consensuale del proprio desiderio. È allarmante constatare quanto ancora sia determinante il ruolo educativo della pornografia commerciale nel nostro paese. Ancora migliaia di ragazzi e ragazze scambiano quella finzione per la realtà del sesso, o peggio per un modello ideale di come dovrebbe essere il sesso. Senza una reale educazione sessuale e all’erotismo, viene scambiato per sesso proprio quello che non lo è.
Mi spiego meglio: quello che c’è di più intrigante e coinvolgente nel sesso – la gestione del desiderio reciproco – nella pornografia commerciale non c’è, è già “risolto” nella rappresentazione. Si vede un uomo che ha risolto il suo rapporto con l’eros schiacciandolo sulla prestazione atletica misurabile in centimetri, colpi di bacino e durata temporale; si vede una donna che ha orgasmi qualsiasi cosa succeda. Tutto è già scritto, detto, scontato, non c’è alcuna scoperta di sé e dell’altro – però questa è la sola risposta che tanti ragazzi e ragazze trovano a disposizione per le loro domande irrisolte. Il risultato è – quando va bene – una ancor maggiore insoddisfazione, frustrazione, noia. Tu chiami quello che fai “eros insolito” – purtroppo è insolito perché va per la maggiore qualcosa che eros non è.
Non c’è da stupirsi se poi quando cerchi di far capire più diffusamente l’importanza di una cultura del consenso, della ricerca del piacere reciproco, della conoscenza e del rispetto del desiderio altrui, sembra di fare la rivoluzione. Lo è, visto come di solito si vivono questi argomenti.
Se i ruoli tradizionalmente patriarcali sono vissuti come un feticismo, mi pare un’ottima cosa. Vuol dire che si è in grado di viverli ironicamente, appunto come “messa in scena” di un desiderio condiviso e non come unica modalità di espressione – coatta e non espressa – di quel desiderio.

 

Parlando di semantica e linguaggi, una cosa che non mi ha mai convinto moltissimo di una buona parte del mondo dell’attivismo è l’insistenza su formalismi tipo gli asterischi come desinenza neutra delle parole o su certe formule. Anche se viene fatto in buona fede, si tratta di una barriera in più fra idee ottime e il pubblico che dovrebbe ascoltarle – e anche in questa occasione vedo che la fase di denuncia online è molto chiara, ma le peraltro poche proposte per fare qualcosa per cambiare la situazione tendono a perdersi subito in un gergo da collettivo anni ’70. Più in generale, l’approccio usato finora nella lotta per l’uguaglianza di genere è ancora valido o credi che vada adeguato ai tempi e alla situazione attuale? E come?

Le scelte e le proposte linguistiche, siano esse formali o semantiche, rimangono senza senso se non sono portate avanti per significare un’esperienza, una presenza, una soggettività che si deve esprimere. La nostra lingua usa il maschile anche per rivolgersi a entrambi i generi, e questo è un grosso problema di identificazione e di rappresentazione perché ci abitua a pensare che il maschile “includa” tutti i generi paritariamente – e nella realtà questo non accade quasi mai.
Proporre un nuovo codice è sempre un’operazione che suona fastidiosa e non necessaria, perché proprio per il suo carattere di novità sembra voler andare contro quella economia del linguaggio che governa le espressioni linguistiche. Però se la richiesta è quella di un maggiore riconoscimento delle diversità anche nella lingua, questa richiesta non può essere accantonata facilmente. Non si può nascondere né che non vedersi nominati correttamente (pensa alle persone transgender) sia una forma di violenza, né che non si scardinerà mai la gerarchia patriarcale se non si comincia col nominare correttamente le protagoniste della vita sociale (avvocate, architette, sindache…) che dovrebbero equilibrare quella gerarchia. Non si tratta di vuoti formalismi se queste modifiche linguistiche vogliono ratificare un diritto di esprimersi, di nominarsi, di esprimere identità altrimenti taciute o indistinte.
La difficoltà sta nel far accettare queste novità dai parlanti, e in questo i media hanno un ruolo fondamentale perché nessuna forzatura “dall’alto” può avere successo nel breve periodo se non è diffusa per molto tempo e costantemente. Io credo che per quanto non tutti destinati ad avere successo e a rimanere a lungo nel linguaggio, tutte queste proposte hanno il pregio di causare spesso fraintendimenti che sono anch’essi uno strumento per una migliore comprensione. Si è comunque costretti a interrogarsi sulle forme più consuete di comunicazione, e forse cis i accorge di come nel linguaggio siano depositate e usate correntemente molte forme di violenza di genere.

 

Tornando a noi, mi tocca farti la domanda più difficile di tutte: un uomo che voglia contribuire all’eguaglianza di genere, oggi cosa dovrebbe fare nel concreto?

Credo che un uomo che voglia lavorare alla parità tra i generi dovrebbe interrogarsi senza paura sui condizionamenti che il suo genere ha assunto come “normalità” e che invece sono scelte culturali che vanno non solo a scapito di altri generi, ma anche del proprio, di se stesso. Cambiare linguaggio e abitudini fa succedere intorno a sé, nelle proprie relazioni, cose inaspettate e insospettabili perché quando cominci a minare la base di potere dietro i rapporti tra le persone – e dietro l’identità che ti sei costruito per anni – possono manifestarsi sia grandi disagi sia grandi serenità. Però si acquista la libertà di vivere senza paura e senza ipocrisia i propri desideri, sentimenti, relazioni.

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