Una sberla da 5 euro: come Tokyo si stufò delle lolite

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Tanto tempo fa, quando il Giappone era ancora un posto lontano e misterioso, gli occidentali più morbosi amavano scandalizzarsi per il lolicon, ossia il ‘lolita complex’, complesso delle adolescenti. Data l’età media piuttosto alta del paese e tutta una serie di fattori culturali e sociali di cui magari parleremo un’altra volta, una considerevole parte di maschi nipponici adulti prova infatti una malsana attrazione per le ragazzine, che fino a trent’anni fa si esprimeva di solito sbavando con un certo imbarazzo sui personaggi dei manga.

Le cose sono tuttavia cambiate a partire dagli anni ’80 del secolo scorso con un’offerta di prodotti commerciali sempre più esplicitamente rivolti a questa fascia di pubblico: video e riviste ammiccanti, bamboline equivoche, videogame e locali appositi. L’aspetto particolarmente giovanile delle donne orientali, gli atteggiamenti e gli abiti da adolescente ha permesso di mettere in scena “bimbe” di 20 o 30 anni, per la gioia di tutti gli appassionati.

Ultimamente sono venuti alla luce però due tipi di problemi. Innanzitutto la partecipazione di vere ragazzine, come nei recenti casi del maid café (bar in cui il personale è vestito da camerierina sexy) che impiegava una dipendente di 14 anni, o del servizio di videochat con sedicenni seminude. Eccessi di questo tipo ricevono spesso sanzioni decisamente lievi: i locali chiudono un paio di settimane, i proprietari esprimono pubblicamente le loro scuse “per non avere eseguito controlli approfonditi”, dopodiché l’attività riprende in allegria.

L’altro problema è invece quello tradizionale dei bottakuri mise, cioè dei locali-fregatura. Questi esistono da sempre e sfruttano il senso di colpa dei clienti per infliggere loro conti gonfiatissimi senza paura di ripercussioni: un caffè costa 5 euro, un’omelette 25, scegliere una ragazza 10 euro (ma conversarci per mezz’ora viene fatturato a 50 euro extra) e così via, con abbondanza di costi a sorpresa.

Un’inchiesta del quotidiano Mainichi Shimbun ha rivelato che la situazione è anche peggiore nei locali di joshi kosei, dove le liceali finanziano la loro dipendenza dalle griffe offrendo “servizi di intrattenimento” più diretti, in apposite stanzette private. E so già cosa state pensando, ma il prezziario (almeno quello ufficiale) racconta ben altro. Cito testualmente: un abbraccio di cinque secondi costa 10 euro come un bacino mentre si tiene la testa appoggiata sulle cosce della ragazza come un cuscino, una passeggiata di un’ora è quotata a 80 euro, e per ricevere un ceffone – sì, avete letto bene – tocca sborsare 5 euro. Per lo meno sono economici!

Il punto è tuttavia che la crisi globale ha spinto perfino gli otaku a fare due conti, e i bottakuri mise di Tokyo sono in declino per il calo costante di fess… ehm, di clienti. La soluzione? Spostare queste attività in città meno cosmopolite come Osaka, dove fra l’altro un’ora di passeggiata basta e avanza per andare e tornare dai love hotel “casualmente” nelle vicinanze e la polizia pare faccia ancora meno controlli.

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