I luoghi di Peccati originali: la Torre Branca

torre branca

La scorsa settimana il post con un estratto dal mio romanzo Peccati originali ha riscosso un certo successo, pertanto mi sembra il caso di ripetere l’esperienza con un altro luogo toccato dalle strane indagini del protagonista. La Torre Branca di Milano è poco più di un traliccio alto circa 110 metri, alla sommità del quale si trova una sala panoramica davvero spettacolare. Benché offra un’esperienza notevole, gli orari di apertura incostanti e la posizione defilata non giocano a suo vantaggio: anzi, in questa scena tratta dal libro viene scelta proprio per garantire la privacy dei personaggi…

 

[…]

Le monumentali arcate fasciste del Palazzo dell’Arte lo accolsero, puntualissimo, coperte di stendardi colorati che annunciavano quattro differenti mostre di design. Il suo lungo soprabito di pelle nera passò attraverso un nugolo di turisti orientali e oltre le coppiette a passeggio nel grande atrio, diretto verso il fondo dell’edificio. Qui, in cima a un breve scalone di marmo chiaro, era stato aperto un bar/libreria/esposizione/negozio nello stile dei grandi musei newyorkesi, arioso ed elegante. Una delle sue caratteristiche erano le sedie, tutte diverse l’una dall’altra e tutte rappresentative dell’arte applicata per cui erano famose le esposizioni della Triennale. Nell’entrare passò in rassegna poltrone in vimini e scranni d’acciaio, sgabelli optical e sedute improbabili sino a scovare la sagoma tarchiata dell’amico, il cui animo d’inquirente implacabile era ben celato nell’aspetto da bonario cinquantenne.

Arcangelo era seduto a un tavolo vicino alla grande vetrata affacciata su Parco Sempione e l’inquietante Fontana dei bagni misteriosi di De Chirico, concentrato nella lettura di un quotidiano. Impermeabile, giacca e ventiquattrore erano stati gettati a drappeggiare una poltroncina blu e rossa in stile Bauhaus; il volto arrossato e gli aloni di sudore sotto le ascelle della camicia chiara male intonata alla cravatta davano l’impressione che invece di un pranzo avesse appena affrontato una maratona.

Ayzad lo raggiunse contemporaneamente a una cameriera mulatta: quando il magistrato abbassò il giornale per consentirle di sparecchiare, trovarsi davanti anche l’amico gli fece irrigidire il viso in una maschera meno che entusiasta. «Oh. Ciao» salutò senza tendergli la mano. «Lo vuoi anche tu un caffè?»

«No, grazie. Sono a posto così».

L’altro ripiegò Il Secolo XIX. «Uno solo e il conto, allora. Ma buono il caffè, eh?» raccomandò alla ragazza, che accennò un sorriso di circostanza e li lasciò soli. «Ed ecco qui la mia spia… siediti, siediti» continuò come se l’ospite non avesse già tolto il cappotto e si stesse accomodando di fronte a lui.

«Mi era sembrato strano che si trattasse di un invito di cortesia» commentò questi cercandogli un accenno di benevolenza negli occhi color ghiaccio. «Forza, vai con il cazziatone».

«No, lo sai che son contento di vederti. Però questa cosa ci tenevo a dirtela in faccia. Se posso darti un consiglio da amico lascia perdere certi giochini: non ci sei proprio tagliato, e una volta o l’altra rischi di finire nei guai».

«D’accordo, però…»

Arcangelo si sporse con uno scatto verso di lui. «Però un belino, baban![1] L’hai capito o no cosa t’ho detto?»

Ayzad trattenne a stento un brivido e annuì, realizzando improvvisamente la serietà dell’avvertimento. I due restarono a fissarsi immobili finché il più giovane non prese a mordicchiarsi il labbro inferiore e distolse lo sguardo con un altro assenso secco del capo. «Allora intesi» rimarcò il procuratore sancendo un nuovo silenzio che durò fino a che non venne servito il caffè.

«Prima volevo spiegarti che se ieri ho usato una linea criptata era anche per non coinvolgerti in un possibile casino» riprese il milanese mentre l’altro mescolava nervoso. «Da quando mi hanno incaricato del lavoro di cui ti ho parlato mi sento un po’… osservato. L’altro giorno hanno messo persino qualcuno a sorvegliarmi sotto casa».

«Sul serio o è solo una tua paranoia?»

«Direi sul serio. Credo che la De Sanctis avesse qualche segreto che non si vuol fare venire allo scoperto».

Il magistrato piegò la testa all’indietro cercando di farsi colare in bocca dalla tazzina anche le ultime tracce di zucchero. «Che tipo di segreto? Non la sua doppia vita…»

«No, non credo. Su internet ci sono dappertutto le sue foto mentre gioca: non sarebbe un grande mistero».

«E quindi hanno messo te a scoprire di che si tratti?»

«Ma va’» si schermì l’altro con un gesto della mano come a scacciare un’idea assurda. «Io dovevo solo aiutare la figlia a convincere l’assicurazione che la contessa si fosse ammazzata per sbaglio con un hogtie[2] fatto male. Solo che ieri mi è venuto un mezzo dubbio…»

         «…e così hai pensato bene di sputtanarmi con i colleghi. Era proprio necessario parlare del mio viaggio in Repubblica Ceca?»

Ayzad assunse un’aria sinceramente desolata. «Oh cazzo… non volevo crearti problemi… Non ho trovato nessun altro modo per farti capire chi fossi senza stare a scriverlo».

«Ma ti venisse un po’ di bene… La prossima volta che non vuoi attirare l’attenzione prova a mettere un’insegna al neon, che fa meno cagnara! Te l’ho detto: non sei proprio il tipo per fare giochi da servizi segreti».

«Ti ho messo nei guai per davvero, eh?»

Il procuratore sembrò finalmente rilassarsi un poco. «Mah, a dire il vero neanche tanto. Cosa ti credi, che quelli importanti del giro non sapessero già perfettamente i miei gusti, dove vado e cosa faccio?» sogghignò. «Anzi, è proprio perché so che la privacy non esiste che non ho mai nascosto niente… Se me lo chiedono ci scherzo su, e dopo due battute si cambia argomento perché vedono che non mi faccio problemi e non c’è trippa per gatti. Tanto guarda… gli scandali nascono solo se ne hai paura. Io non voglio far carriere particolari e vivo con la mia tartaruga: cosa vuoi che rischi? Però magari se in futuro eviti di urlare ai quattro venti che vado in vacanza all’Owk[3] mi fai un piacere, neh?»

Una bambina bionda di non più di cinque anni attraversò di corsa il bar sfiorando anche il loro tavolo. Arcangelo si voltò a seguirne la traiettoria verso il finestrone, sotto al quale erano esposte decine di eleganti volumi di cucina e architettura. Un attimo dopo buona parte dei libri era già franata sul pavimento, mentre la piccola ammirava felice il paesaggio arrampicata sul basso davanzale. Il rumore improvviso attirò l’attenzione di tutti i presenti, che presero a guardarsi l’un l’altro cercando di identificare i genitori della piccina. Ci volle un po’ prima che una signora in giacca scamosciata a frange, minigonna jeans e stivali bianchi da mandriana si alzasse controvoglia per recuperarla. Le sue movenze nevrotiche ostentavano un’irritazione artificiosa appresa da innumerevoli sitcom; anche quando raggiunse la figlia non trovò di meglio che afferrarla per un polso e trascinarla bruscamente con sé verso la cassa, e da lì alla gradinata che conduceva via dal locale. C’era da scommettere che nei suoi pensieri quello fosse il comportamento caratteristico delle donne d’alta classe.

Entrambi gli uomini restarono a osservare la ricostruzione del campionario da parte di due belle e scoraggiate cameriere finché Arcangelo non indicò l’esterno con un cenno del mento. «Belin, che cielo di merda che avete in ’sta città. Lo sapete che dovrebbe essere blu e non bianco, vero? Mi chiedo come fai a vivere con ’sta cappa di smog addosso».

«Va là che da te a Bolzaneto non è che l’aria sia proprio profumata…»

«Ma almeno vediamo a più di cento metri di distanza. Qua bisognerebbe salire sopra ’sta coltre solo per avere un’idea dell’orizzonte».

«Non avevi un appuntamento dove andare, tu?» ironizzò Ayzad.

«Mancano ancora tre quarti d’ora: viene a prendermi un’auto qua fuori. Hai fretta o era una battuta?»

«La seconda».

«Ma sul serio» chiese l’altro, «adesso che oltre alla Madonnina vi han chiuso pure il grattacielo Pirelli dove andate se volete sollevarvi da tutto il refrescümme[4]

Ayzad si distese al di sopra del tavolo, tendendo un indice nel campo visivo dell’amico. «Lo vedi quell’affare bianco lì fuori, dietro agli alberi? Se vuoi, quella è la torre Branca. Prendi l’ascensore e vai su a… boh, centodieci metri, mi pare».

«Ecco» s’alzò veloce il magistrato. «Portami un po’ a farci un giro, dai». L’uomo lasciò tre biglietti da dieci euro sul tavolo, imbracciò le giacche e senza indossarle s’incamminò all’uscita.

«Non so se adesso sia aperta» osservò Ayzad affrettandosi dietro di lui. «Possiamo provare, comunque».

I due percorsero a passi rapidi la poca strada che separava il palazzo delle esposizioni dalla piazzetta rialzata su cui svettava la torre. Questa era poco più di un traliccio di tubi sovrastato da un tamburo esagonale, che nel Ventennio aveva ospitato un ristorante esclusivo poi chiuso con l’introduzione dei moderni regolamenti di sicurezza. Data la scarsa attrattiva per i turisti gli ultimi rimasti a salirvi erano i cittadini più curiosi, quelli per cui era un punto d’onore visitare ogni angolo insolito di Milano. Anche la donna alla biglietteria sembrò sorpresa di avere due clienti in una giornata così coperta. «L’ascensorista non è ancora arrivato» spiegò tenendo d’occhio il televisorino portatile piazzato in un angolo del gabbiotto. «Tornate tra mezz’ora».

Arcangelo estrasse dalla tasca un tesserino e lo premette contro il vetro dello sportello. «Procura della Repubblica, signora. Mi assumo io tutte le responsabilità. Mi consegni le chiavi e non si preoccupi: saremo di nuovo giù tra dieci minuti».

L’imprevisto smosse la bigliettaia, che spense addirittura la tv e si mise a esaminare il documento sollevando gli occhiali bifocali per vedere meglio. «La chiave è già dentro» concesse. «I bottoni sono come quelli che ha a casa: uno per salire e uno per scendere. Se le serve qualcosa tenga schiacciato quello giallo dell’interfono, che mi squilla qua. Capito?»

Il genovese confermò, ringraziò e si incamminò verso la cabina seguito dal suo perplesso ospite. Le porte si chiusero senza problemi alle loro spalle: l’unica differenza con un comune ascensore condominiale erano le pareti per metà in vetro e un indicatore a cristalli liquidi che indicava la quota raggiunta. Quando le cifre rosse mostrarono ‘20 metri’ Ayzad non seppe più trattenere la curiosità. «Ma è un raptus occasionale» chiese, «o ce l’hai sempre questo entusiasmo per le grandi altezze?»

Per tutta risposta il procuratore lasciò cadere a terra l’impermeabile e la giacca e sì affrettò a slacciarsi i pantaloni. «Adesso ti faccio vedere» sibilò.

[1] In genovese “babbeo”.

[2] Hogtie. Forma di bondage in cui il soggetto viene posto prono e le caviglie sono legate ai polsi o le spalle. È la stessa figura chiamata “incaprettamento” nel gergo mafioso.

[3] Owk.Acronimo dell’Other World Kingdom <www.owk.com>, una piccola tenuta in Repubblica Ceca in cui era stato ricreato un “regno delle Mistress” dal regime particolarmente duro per sottomessi paganti e Dominatrici “ospiti”.

[4] In genovese “puzzo di ristagno”

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Il resto della storia lo trovate naturalmente nel libro, che potete acquistare subito qui. Buona lettura!

 

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