Giallo rosso menopausa – La recensione di ‘Schiavo e padrona’

2013/01/schiavopadronacover.jpg

Schiavo e Padrona

Claudia Salvatori
Marco Tropea Editore, 1996
L. 18.000
140 pagine
Lingua: 88-438-0007-8
@: sito ufficiale

Lei è una sonnambula, certamente disturbata. Un giorno compra una rivista di inserzioni erotiche, risponde all’annuncio di uno schiavo e presto finiscono a giocare assieme nonostante lui sia costretto a spiegarle come comportarsi. Peccato che sul più bello la “padrona” svenga, e al risveglio trovi la sua vittima massacrata a coltellate. Cos’è successo? È stata una crisi di follia causata dall’esaltazione della dominazione, o qualcosa di più losco? Schiavo e Padrona comincia così: un inizio intrigante per un giallo con aspirazioni da Basic Instinct, che un paio d’anni prima aveva mostrato al mondo intero quanto fosse interessante e lucroso il mondo dell’erotismo alternativo. Peccato che subito dopo si dimentichi di Hollywood, e diventi purtroppo un classico esempio di “nuovo cinema italiano”.

Credo che abbiate presente il genere: sono quei film supponenti, presuntuosi, in cui gli attori continuano a urlare e agitarsi in presa diretta, sputando frasi pseudodrammatiche, pseudointellettuali, che farebbero arrossire di vergogna anche un adolescente. I critici ne vanno matti. Il pubblico normalmente si sente preso per il culo. Schiavo e Padrona ne è l’equivalente scritto, e visto che l’inchiostro costa molto meno di un set si permette pure grandi effetti speciali – a partire dall’ambientazione. La storia si svolge infatti in una versione mutante di Genova tanto degradata da risultare persino umoristica. Ogni palazzo, particolare o personaggio trasuda marciume e schifo: la discoteca è costruita su una fogna, il ristorante è un ex cesso pubblico, il centro commerciale è pieno di rifiuti, con negozi incendiati dalla mafia e popolato da ragazzini che usano le fontanelle pubbliche per lavare coltelli a serramanico sporchi di sangue. Così, come nulla fosse. Nella fontana più grande no, perché è asciutta e del resto serve già per depositarci i piccioni schiacciati dalle auto, in modo che possano putrefarsi meglio. Sul serio. Ci manca solo la puttana minorenne che declama “Ma non potrà piovere fango per sempre, cazzo!” per completare il pastiche di genere.

Quel che è ben presente, invece, è una visione del mondo Bdsm particolarmente offensiva. La regola d’oro di qualsiasi corso di scrittura è: “scrivi solo ciò che conosci bene” – ma in questo caso è palese che sia stata ignorata alla grande. Anziché documentarsi un minimo, la Salvatori mette in scena situazioni e personaggi che sembrano usciti dai fumetti di Jacula, uno più psicopatico e grottesco dell’altro, legati a riti e gergo tutti loro che non hanno alcun riscontro con la realtà. I luoghi comuni fanno a gomitate per entrare tutti sulla pagina, e col procedere della lettura si trascende sempre più verso abissi di mestizia che neanche Muccino si sognerebbe mai. A essere precisi, Schiavo e Padrona ha la strana caratteristica di partire come un’astuta osservazione di un mondo poco noto per trasformarsi poi in un esercizio di pornografia sempre più sguaiata. Il punto preciso del cambiamento è la scena in cui un leatherman ciccione ossessionato dall’iconografia religiosa violenta il coprotagonista (masochista bisex represso, con pulsioni autolesioniste ispirate dalla figura della matrigna stronza e impellicciata – alè) con un improbabile fisting a freddo. Da qui in poi il tono diventa osceno e compiaciuto, ma anche nettamente meno forzato: il porno si è liberato dall’ipocrisia, e resta solo il fardello obbligatorio dello psicodramma – ma con la profondità dei Bellissimi di Retequattro.

A un certo punto mi sono chiesto cosa possa spingere qualcuno a scrivere (credendoci) bestialità tipo quella del ragazzo che “scostò le tende del cinema cadente immaginando che fossero le labbra vaginali devastate di una vecchia prostituta”, quella della ninfomane ritardata che però è frigida o del sex shop che propone a ogni cliente l’acquisto di armi illegali – infarcendo il tutto di vocaboli supergiovani come squinzia, sprawl urbano o andiamo downtown. Poi ho guardato le note biografiche dell’autrice, e ho scoperto che questa ex sceneggiatrice di fumetti Disney ha composto il romanzo proprio mentre si trovava sull’orlo del climaterio. Molte donne all’arrivo della menopausa si tingono i capelli di rosso o cercano di riaffermare la loro femminilità con look improbabilmente sexy e un po’ tristi: lei deve averci provato tramite la scrittura. Dopo un paio di capitoli avrà sentito che il tempo stringeva, e allora sotto a sparare tutte le ultime cartucce, per uscire di scena col botto. In certe situazioni mica si può pretendere di fermarsi anche a prender bene la mira, no? Però è un peccato, perché magari sarebbe potuta venir fuori una bella storia.

Chissà se ho sbagliato diagnosi. Vedi che brutto effetto fa la psicologia spicciola?

P.S.
Via e-mail, un’amica mi avverte che da questo libro è stato anche tratto il film Amorestremo, sceneggiato dall’autrice e interpretato niente meno che da Rocco Siffredi. Una rara recensione si trova qui. Il premio ricevuto è questo.

Line
Line