Lo zen e l’arte del BDSM – La recensione di ‘Slavecraft – Roadmaps for erotic servitude’

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Slavecraft

A grateful slave
Daedalus Publishing, 2002
$ 15,95
184 pagine
Lingua: inglese
Isbn: 1881943143
@: sito dell'editore

Una sana abitudine della comunità Bdsm statunitense che purtroppo non ha attecchito nel nostro paese è distinguere nettamente fra sottomessi (sub) e schiavi. I primi si incontrano piuttosto spesso: sono quelle persone che amano abbandonarsi alla volontà del partner, subire ciò che questo progetta per loro e mettersi a sua disposizione per la durata dell’incontro.

Gli schiavi – e le schiave, naturalmente – sono una razza molto più rara. Per loro sottomettersi occasionalmente non basta: desiderano appartenere a qualcuno e vivere per servirlo. La disponibilità sessuale, le punizioni e il resto sono solo aspetti secondari di una relazione molto più profonda, cui dedicano ogni momento libero da impegni inevitabili – tipo il lavoro, dormire e mangiare. Vivere il Bdsm in questo modo non è un gioco, ma una scelta di vita che pretende grandissimo impegno ma offre emozioni senza pari.

Slavecraft, che tradotto letteralmente significa “l’arte di essere schiavi”, è l’opera di uno schiavo così convinto da avere rinunciato persino al suo stesso nome. L’autore ha scelto di esistere solo come proprietà di Guy Baldwin, e per diventare un oggetto di cui lui potesse andare fiero ha seguito un lungo percorso che non avrà mai fine.

Non di addestramento, però. Come spiega in questo libro, l’idea che la schiavitù possa essere imposta dall’esterno è un mito pericoloso: il Padrone può guidare e plasmare, ma per farlo ha bisogno di una disponibilità assoluta che deve nascere spontaneamente nello schiavo stesso. Anzi, deve essere coltivata giorno per giorno, con la stessa dedizione di un monaco che si impegna ad annullarsi come individuo per servire meglio l’ordine cui appartiene, o di un militare che sceglie consapevolmente di divenire non più un essere umano, ma un anonimo elemento della macchina-esercito, presente solo per ubbidire.

Slavecraft è il racconto traboccante di sincerità del percorso intrapreso dall’autore – una sorta di breviario per chi volesse seguirne le orme approfittando dell’esperienza di chi “c’è già passato”. Non si tratta di una lettura particolarmente eccitante: l’impressione è infatti di trovarsi di fronte all’opera di uno di quei maestri zen che passano una vita in meditazione per poi descrivere con una semplicità disarmante la via della perfezione. È illuminante, strano e fa provare grande rispetto per chi ha scelto una strada tanto coerente.

Sfortunatamente, proprio come quei testi lascia a volte perplessi. Chiunque sia “a grateful slave” sarà davvero un modello di vita o si è fottuto il cervello strada facendo? Le sparate new age che compaiono ogni tanto sono intuizioni geniali o il frutto di una mente (auto)plagiata? Il dubbio è sorto anche ai curatori del libro, che nelle numerose prefazioni e postfazioni tendono a distanziarsi un po’ dalle opinioni dell’autore. Leggendo i loro interventi, tuttavia, la cosa che più salta all’occhio è la differenza di stile con lo schiavo: tanto lui è limpido e sereno, tanto loro (compresi alcuni mostri sacri del Bdsm) appaiono impacciati e a disagio.

Slavecraft ha il pregio di non lasciare indifferenti. Che lo si legga con ammirazione o con compassione, il personaggio che vi viene descritto incarna quello stile di vita che moltissimi appassionati di Bdsm possono solo immaginare nei loro sogni. In un mondo pieno zeppo di sub, incontrare anche solo tramite un libro un vero schiavo è un’esperienza unica e sorprendente. Perdersela è davvero un peccato.

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