Scrittura col medio alzato – La recensione di ‘Leathersex’

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Leathersex

Joseph W. Bean
Daedalus Publishing Co., 1994
$ 16,95
218 pagine
Lingua: inglese
Isbn: 1-881943-05-4
@: sito dell'editore

Normalmente per leggere i libri qui recensiti impiego tre, quattro giorni. Per Leathersex ci sono volute tre settimane, e non per colpa di altri impegni. Il punto è che questo manualetto dall’apparenza tanto innocua è molto diverso dai suoi colleghi, e mi sono dovuto fermare spesso a pensare se e quanto condividessi le sue tesi. Ma forse è meglio cominciare dal principio…

Leathersex è un libro di una decina d’anni fa, che si riferisce specificamente al mondo Bdsm gay negli Stati Uniti – un contesto che più distante da quello cui sono abituato non potrebbe essere. L’autore è un super-Master che mi aveva già dato qualche problema in passato, e che qui si rivolge a un pubblico particolare.

Ciò che lascia perplessi tuttavia è soprattutto il tono generale del libro, che si basa su pochi, rigidi assunti:

  • Nel Bdsm la tecnica è importante, ma la libido lo è di più
  • Smettiamola di raccontarci che la gente non faccia cose pericolose
  • Anche la sicurezza è importante, ma soddisfare i propri desideri lo è di più
  • Rispettare i limiti è importante, ma se non li superi non scopri niente di nuovo

Uhm. Roba parecchio diversa dalla media degli altri manuali, dove la spontaneità sembra andare a farsi benedire verso pagina tre.

Spontaneità e onestà però si sposano male con le buone maniere, così sin dai primi capitoli ci si scontra con un mondo senz’altro più eccitante del solito, ma anche difficile da digerire. “Quando organizzo una festa,” dice l’autore, “l’unica regola che impongo è che chi viene beccato a dire o fare qualcosa di non erotico venga cacciato a calci”. E qui, pensando al clima da Bar Sport di certi party nostrani, viene da ergere un monumento al signor Bean.

Poi però continua: “il fatto è che do per scontato che la gente sia intelligente e informata, quindi se scelgono di giocare duro è un loro diritto. Se vogliono, al massimo gli spiego come si eseguono determinate pratiche”. Giusto. Ma quali pratiche?

Beh, per esempio una sessione di pugni e calci con lo scopo di far perdere i sensi, oppure torture psicologiche concepite per terrorizzare la vittima al punto di farle perdere il controllo. Impiccagione? Certo. Elettricità? “Sì, ma dopo che si ha preso la mano con i soliti giocattoli si può fare di più”. A proposito, occhio che negli stupri di gruppo le cose spesso prendono una brutta piega. Fuoco? Volentieri: però tenete un estintore a portata di mano e imparate a curare le ustioni, perché vi servirà.

Qui e là ha anche un humour nero fantastico: “Fakir Musafar era un grande quando si strappava la pelle con gli uncini, ma per me non è sicuro, come anche altre forme di piercing. Per esempio io non trapasso mai l’epidermide facendo uscire gli aghi dall’altra parte, perché ritirandoli si portano sottopelle i germi accumulati sulla punta. È per questo che lascio una ventina di aghi piantati nella carne, poi accarezzo le parti esposte come per suonare un’arpa – il concerto mentre l’acciaio scava è sempre indimenticabile”. Molto più sicuro, già.

Il fatto è che però Mr. Bean non è per nulla un pazzo. C’è gente (e tanta) che queste cose le fa, anche se raccontarlo non è politically correct, ed è vero che il diritto di disporre del proprio corpo dovrebbe essere inalienabile. Tutto sta a essere informati su ciò cui si va incontro.

Leathersex spiega esattamente questo: la realtà di un modo di fare Bdsm in cui si conoscono i rischi e, a volte, si alza il medio e si pensa solo “fanculo la sicurezza, preferisco godere”. Nel vortice di informazioni spesso disorganizzate di queste pagine convivono allora teneri rapporti Daddy-boy e storie di disumanizzazione degli schiavi, semplice bondage e marchi a fuoco, problemi di outing e indigestioni di pissing.

Cosa ho concluso dopo tre settimane? Richiedetemelo tra altre tre, perché devo ancora pensarci su. Che come risultato non mi sembra affatto male.

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