Ma che scandalo e scandalo! È l’economia 2.0, baby…

Kink

L’altro giorno, nel post sulla sessualità 2.0 di James Franco, abbiamo accennato al debutto imminente di un documentario da lui prodotto (ma diretto da Christina Voros) intitolato Kink, che si può tradurre grossomodo con ‘vizietto’. A differenza di quel che raccontano le pubblicità non si tratta di un documentario sul BDSM – i giochi erotici di dominazione – né tantomeno della prima opera su questo argomento. Kink esplora invece cosa accade dietro le quinte della più grande casa di produzione specializzata nel campo della pornografia alternativa: un’azienda di notevole successo che si chiama, guarda caso, Kink.com.
Già questo sarebbe parecchio interessante. «Sono rimasto affascinato da come questi performer affrontano davvero il dolore, mostrando al pubblico sensazioni molto intense e autentiche. È l’evoluzione del discorso artistico di Marina Abramovic» ha dichiarato furbamente Franco a uso dei mass media più puritani – e in un certo senso è vero. Assomiglia a sostenere di amare il Louvre per la qualità degli intagli delle cornici, ma vero.
Tornando invece nell’ambito del plausibile, è chiaro che qui entri in gioco la curiosità un po’ morbosa di sbirciare cosa avvenga quando le telecamere si spengono, in un contesto così privato da essere tenuto nascosto perfino da chi dell’esibizionismo ha fatto il proprio mestiere. Una specie di meta-pornografia, insomma. Quello che probabilmente non verrà mostrato è però l’aspetto di maggior interesse per i lettori di Wired: non la vita delle (sado)pornostar, bensì il funzionamento di un rivoluzionario impero mediatico fondato sulla Rete.

Kink.com è figlia di Peter Acworth, uno studente in economia che nel 1997 venne folgorato da due cose: l’articolo di un giornale finanziario che descriveva gli incredibili profitti del sito di bondage Insex, e la scarsità di bei video BDSM sul Web. Anche lo stesso Insex – fondato da un professore universitario e pioniere del concetto di “porno interattivo”, dove il pubblico da casa poteva influenzare gli show in streaming – aveva infatti un’estetica violenta e angosciante, tanto da convincere un giudice a definirlo «esplicito orrore sessuale» e condannarlo alla chiusura.
In quattro e quattr’otto Acworth fondò quindi Hogtied.com, un nuovo sito basato su una filosofia molto più commerciale: le legature c’erano eccome, ma per la prima volta comparivano anche luci e regia degne di tal nome, modelle attraenti, un vero piano di marketing e soprattutto l’SSC. Questo acronimo ampiamente usato nel mondo delle sessualità alternative sta per ‘Sano, Sicuro, Consensuale’: la differenza che passa fra le piacevolezze del BDSM com’è praticato da milioni di persone, e il sadomasochismo patologico fino ad allora rappresentato dalla maggior parte della pornografia. Hogtied fu per esempio il primo sito a includere prima e dopo ogni filmato un’intervista con le protagoniste, in cui veniva eliminato ogni dubbio su possibili coercizioni o violenze nei loro confronti – che anzi avevano l’occasione per confermare quanto si fossero divertite a farsi maltrattare davanti a una telecamera.

Questa nuova formula “solare e amichevole” riscosse immediatamente un enorme successo. Nel giro di un anno Acworth lasciò gli studi ed espanse l’attività con dozzine di siti analoghi dedicati a ogni sfumatura (ahem) di perversione, riunendoli sotto il nuovo marchio ‘Kink’. Per farsi un’idea dei riscontri ottenuti da quella che è a tutti gli effetti un’impresa digitale nata come tante startup californiane basta un aneddoto: nel 2006, mentre il 40% delle case di produzione di video per adulti chiudeva i battenti spinto alla bancarotta dalla rivoluzione di Internet, Kink si dovette comprare un nuovo studio abbastanza grande per ospitare tutti i suoi numerosi set.
La scelta ricadde su The Armory, l’ex arsenale di San Francisco. L’edificio è nientemeno che un castello di 19.000 metri quadri: per tranquillizzare il vicinato, che anche in una città così progressista era comprensibilmente preoccupato dall’arrivo di un piccolo esercito di pervertiti, Acworth si è affrettato non solo a restaurarlo, ma perfino a organizzare visite guidate gratuite. Anche questo fa parte della sua strategia di marketing, naturalmente. Mostrando a tutti la serietà dell’azienda, l’attenzione alla sicurezza e alla salute dei cast, la serenità di ogni persona coinvolta e la… normalità di girare video sadomaso completamente etici, Kink ha disinnescato le critiche e s’è fatta perfino qualche nuovo amico (e cliente).

Naturalmente le proteste dei benpensanti non mancano, ma sono state tutte rintuzzate colpo su colpo. Dei manifestanti aggrediscono le attrici che vanno e vengono dallo studio? Acworth compare in pubblico ringraziando la polizia che le ha protette, e non manca di fare un riferimento alla differenza che passa fra la violenza di quell’aggressione e i giochi consensuali nei suoi video.
Lo Stato della California discute una legge per rendere obbligatorio l’uso di preservativi nei film porno? L’imperatore di Kink – che sa bene che senza “money shot” il pubblico non acquisterebbe più le sue produzioni – ne approfitta per osservare come in questo modo i continui test sulle malattie a trasmissione sessuale non sarebbero più necessari, i performer starebbero meno attenti e «aumenterebbero i contagi». Una supercazzola da manuale, conclusasi con «comunque, se proprio non volete farmi lavorare qui vorrà dire che sposterò Kink e i suoi milioni di fatturato (e tasse) in Nevada. Fate pure.» Indovinate com’è andata a finire.

Il segreto del successo di quest’imprenditore è applicare al mondo reale le regole di comportamento tipiche della Rete. Anziché affrontare i troll o rifinire il proprio profilo Facebook da rimorchio, Acworth gioca da anni col mercato stravolgendone le regole. Se Cinquanta sfumature di grigio punta tutto su una perversione inesistente, Kink mette online corsi di BDSM che insegnano a tutti come lasciare Christian Grey nella polvere. Se i libri della James intrigano con scenari elitari e irraggiungibili, un’ala dello studio viene messa a disposizione come club aperto a (quasi) tutti per partecipare a nottate che farebbero impallidire Histoire d’O.

Certo, anche il fondatore di Kink.com non è uno stinco di santo. Periodicamente compaiono infatti notizie sulle irregolarità degli spazi dell’Armory – come la volta che qualcuno vi aveva costruito dentro un poligono di tiro non autorizzato – o sugli stipendi “stile Fornero” delle sue dipendenti, eppure Acworth è sempre caduto in piedi.
Persino poche settimane fa, quando è stato processato per possesso di cocaina… e ne è uscito illeso, addirittura sfruttando l’occasione per denunciare in un post lo stato della giustizia americana. «A me è andata bene perché sono bianco e ricco,» ha scritto in sostanza, «ma ho visto di persona come vengono trattate le persone meno fortunate ed è uno scandalo!» Figuratevi l’indignazione dei media statunitensi… e la pubblicità gratis che ne è derivata. Ma nell’economia 2.0 l’unico scandalo sembra essere ignorare le nuove regole del gioco.

 

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