Videogiochi e sesso: la rivoluzione indie

Mario Bros fetish

La reazione della maggior parte della gente quando sente parlare di “videogiochi e sesso” è immaginarsi qualcosa tipo il famigerato RapeLay – sostanzialmente un simulatore di stupri – o la sequenza porno nascosta in Grand Theft Auto. In effetti quel genere di giochi osceni e piuttosto infantili è in giro da sempre, come dimostra Custer’s revenge del 1982, e probabilmente continuerà a esserlo a lungo, a giudicare dall’eterno successo del genere chōkyō o di assurdità come la serie Cho aniki.

Da un paio d’anni tuttavia l’argomento ha assunto nuovi significati grazie alla crescita dei giochi indie. I videogame indipendenti vengono realizzati da team piccolissimi o addirittura da autori solitari. Grafica fotorealistica e altri orpelli tendono a essere sacrificati in favore del puro contenuto – che si tratti di spara-spara retrò, demenzialità consapevole, ossessione nerd per strategie complicatissime o… di un messaggio.

In una società in cui la maggior parte degli adulti è cresciuta giocando con i videogiochi, il software viene ormai considerato un mezzo come altri tramite cui un autore possa esprimere le proprie dichiarazioni artistiche. Ma con una differenza: l’interattività dei giochi li rende lo strumento ideale per trasmettere davvero esperienze personali, poiché l’utente si trova letteralmente a indossare i panni del protagonista e a subire le conseguenze delle proprie azioni nelle diverse situazioni che gli vengono inflitte.
Il risultato sono giochi indie su temi come la depressione, l’elaborazione del lutto, la maternità, lo shock culturale e altre profonde esperienze umane – comprese le sessualità alternative.

Come in ogni altro genere, i giochi sul sesso vanno dal sublime allo squallido. Alcuni andrebbero premiati per l’originalità: dubito che possiate avere occasione di vivere una “notte lesbo-BDSM andata storta quando la dominatrice si è rivelata una cannibale” se non affrontando Encyclopedia Fuckme and the case of the missing entrée, o almeno lo spero. Altri giochi si basano sullo straniamento di vedere immagini e dinamiche classiche applicate al racconto di storie molto diverse da quel che ci si aspetterebbe da un look ispirato, per esempio, a Legend of Zelda.
È il caso di Mainichi, che assomiglia a un tipico gioco di ruolo in stile giapponese ma descrive la realtà quotidiana dell’autrice, una trans meticcia costantemente bombardata dalle critiche altrui. I dilemmi vissuti da chi sceglie di cambiare sesso sono anche il tema dell’astratto e a volte pretenzioso Dys4ia.

L’approccio più toccante a questo argomento si trova tuttavia in un altro gioco dallo stile così minimalista da essere composto interamente da semplici quadrati colorati. L’obiettivo di Lim è guidare alla meta il proprio quadratino color arcobaleno, attraversando una serie di ambienti popolati da quadrati monocolori. Il problema è che molti di essi nutrono forti pregiudizi nei nostri confronti e ci si scagliano contro rendendo difficile ogni progresso. La soluzione: premere un tasto per “uniformarsi”.
Ciò nasconde il nostro colore dietro una tinta blanda e poco appariscente… però rallenta anche i movimenti e restringe la nostra prospettiva sul mondo. Per non parlare dei tremiti sempre più gravi che provoca. La domanda diventa allora: quale tipo di sofferenza si è disposti a subire per essere se stessi?
Mi chiedo cosa penserebbero i bigotti se venissero costretti a giocare con questi titoli e a sperimentare cosa significhi davvero essere diversi dalla massa. Capirebbero? Preferirebbero spararsi? Programmerebbero più giochi anti-gay? In ogni caso, abbiamo fatto proprio molta strada dai tempi di Pac-Man

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