L’androidismo non doveva mica essere così

ghost in the shell

 La parola androidismo è nata per definire l’attrazione sessuale verso robot umanoidi, nota anche con l’acronimo ‘ASFR’ (da alt.sex.fetish.robots, un ormai defunto gruppo di discussione online che diffuse per primo il concetto). Prima ancora tuttavia gli esperti già parlavano di agalmatofilia: fare sesso con statue e manichini. Si tratta di una pratica così antica da essere menzionata già nel 350 a.C. nella sentenza di condanna di Lisippo, uno scultore greco che s’era infiltrato nottetempo nel tempio di Samo per stuprare la statua di una dea – non prima di avere piazzato due bistecche tattiche fra le sue cosce. L’intero mito di Pigmalione si fonda anch’esso sull’attaccamento eccessivo a un simulacro, tanto che pigmalionismo e galateismo (dal nome della statua in questione) sono ulteriori sinonimi dello stesso feticismo.
Più di recente l’argomento è tornato alla ribalta con una serie di film centrati su persone che sviluppano intense relazioni con bambole sessuali, dal dimenticabile Bambola meccanica modello Cherry 2000 al toccante Lars e una ragazza tutta sua. Dopotutto va riconosciuto che le bambole erotiche sono diventate ormai così realistiche da essere entrate a far parte perfino della cultura mainstream. Ciò nonostante il fascino per macchine inquietantemente eccitanti non sparirà mai. Dalle famose opere negli anni ’80 del secolo di Hajime Sorayama scorso ai giorni nostri, l’unione di metallo e femminilità rimane un modo sicuro per attrarre l’attenzione.

Nelle scorse settimane potreste per esempio avere visto la pesante copertura mediatica dei mediocri robot che ballano sul palo concepiti per attrarre clienti durante fiere tecnologiche. Quella che invece è facile vi sia sfuggita è una robozozza ben diversa – e molto più spaventosa – creata dall’artista Jordan Wolfson, attualmente esposta alla galleria Zwirner di New York.
L’androide senza nome è un esperimento sull’inquietudine che si basa sui movimenti mostruosamente realistici del corpo e soprattutto delle dita. A rendere le cose ancora peggiori contribuiscono poi la voce maschile del robot e la sua funzione di riconoscimento facciale. In pratica la creatura fissa lo sguardo sulla persona che più le si avvicina, e pur continuando a ballare non le toglie più gli occhi di dosso. Benché l’artista preferisca non rilasciare dichiarazioni al riguardo, è chiaro che quelle spietate, instancabili pupille prive di vita stravolgano il nostro rapporto con le spogliarelliste e le lavoratrici del sesso in generale. D’un tratto l’attrazione istintiva per le movenze sexy ci si rivolta contro, trasformandoci nei giocattoli di un’entità priva di empatia alcuna. A questo punto potrei lanciarmi in una gran disquisizione su un sacco di argomenti classici dei sex blogger. Sarei profondo, intellettuale e probabilmente molto noioso. Siccome però credo nella maieutica preferisco lasciarvi in balia del video qui sotto, e alle vostre conclusioni. Buoni incubi.

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