Professione di corde – Intervista con Andrea Ropes

Model Clementine Polain -Ph Klim Kutsevskyy
Model Clementine Polain -Ph Klim Kutsevskyy

Quando si guarda un video erotico su Internet, quando si partecipa a un evento BDSM, si legge un sito come questo o quando si segue un seminario su una delle centinaia di pratiche attorno cui ruota il mondo delle sessualità insolite è facile dimenticare che tutto ciò sia frutto di molto lavoro. Dietro quelle piacevoli attività ci sono persone che investono tempo e denaro nella divulgazione delle proprie passioni o nel permettere ad altri di vivere serenamente la propria sessualità.
Per molte di loro si tratta di un hobby o di un secondo lavoro, ma non manca chi abbia fatto dell’eros estremo una professione vera e propria. Fra questi c’è Andrea Ropes, esperto di bondage giapponese nato in Italia e famoso in tutto il mondo per l’eccellente livello delle sue realizzazioni. Nell’intervista che segue sono andato a curiosare dietro le quinte della vita di un collega “pervertito professionale”.

 

Andrea, prima di cominciare ti va di presentarti ai nostri lettori?

Dunque: sono Andrea Ropes, classe 1979, italiano (anche se nel corso degli anni in molti hanno pensato che fossi messicano), performer e insegnante di shibari. Da ormai due anni ho “scelto” la via del professionismo anche se sono circa 10 anni che pratico e mi esibisco in italia e all’estero. Da quando ho iniziato a fare della mia passione il mio lavoro questo mi porta a viaggiare molto: proprio ora stavo finendo di pianificare il tour di corsi e performance che farò in Francia a settembre e ottobre, poi dovrò iniziare la promozione per trovare qualche lavoro per l’autunno/inverno.
A tempo perso (poco) preparo le corde da vendere ai corsi e mi diletto a intrecciare fruste e cilici.

 

Un lavoro come il tuo non può che nascere da una passione fuori dal comune. Com’è nato il tuo interesse per il bondage, e come si è articolata la tua formazione da rigger?

Da completo vanillone (interessato solo al sesso tradizionale, ndA) che ero ad ora è passato parecchio tempo e sì, la mia passione per le corde è andata via via aumentando. Sorrido ripensando a come ho iniziato a fare queste cose, quando un po’ per gioco diedi retta a dei miei amici che mi spronarono a iniziare a fare performance perché secondo loro ero bravo a legare, o quando per la prima volta calcai il palco proprio al tuo evento Secret Fetish Party. Poi però mi tornano alla mente anche tutti i sacrifici che ho fatto, i soldi investiti e le ore di pratica spese, i fallimenti e i successi e allora capisco che sì, sono mosso da una grande passione.
Passione che comunque è nata abbastanza per caso. Ero il solito vanilla che si divertiva (a dire il vero mi ci diverto tutt’ora) a vedere foto di donnine più o meno nude, fin quando sono inciampato su quella di una donna legata. L’immagine mi ha colpito ma non ho colto subito il motivo; in seguito analizzando la foto capii che era per via delle corde, della forma che davanno al corpo e dell’eros che c’era dietro. Comprai la mia prima corda di cotone (credo di averla ancora da qualche parte) e iniziai a praticare da autodidatta. Feci un sacco di esperimenti, poi ebbi la fortuna di partecipare a un corso intensivo di 5 giorni a Roma con Kinoko San: direi che sia stato il punto di svolta dove ho iniziato a prendere le cose più seriamente. Da allora ho iniziato a studiare con vari grandi maestri come Bob Ropemarks, Otonawa, Yukimura Sensei (RIP), e da ultimi Shigonawa Bingo e Nawashi Kanna.

 

Ricordo un nostro incontro a casa tua diversi anni fa e la mia sorpresa nello scoprire che in quel periodo convivessi con i tuoi genitori. Persone deliziose e cortesissime, che però immagino siano rimaste un po’ perplesse dal sapere che l’hobby del loro figlio fosse legare ragazze – per non parlare del giro di modelle fetish che andava e veniva per la tua mansarda! Com’è andato il coming out con la famiglia e gli amici?

Probabilmente saresti più sorpreso di sapere che tutt’ora vivo ancora con loro e che mi supportano anche! Per un periodo ero riuscito ad andare via di casa però poi, intraprendendo questa nuova vita che mi porta ad essere spesso in giro per il mondo, son tornato all’ovile (aveva poco senso pagare un affitto per una casa in cui avrei abitato poche settimane all’anno).
Posso comunque dire di essere abbastanza fortunato visto che i miei non hanno mai avuto da ridire sulle varie scorribande che avvenivano nella mia mansarda. Beninteso: spesso e volentieri si faceva pratica, non pensate sempre male! Il coming out quindi è stato abbastanza semplice e inoltre ho cercato anche di scegliere l’evento più adatto per farlo. All’epoca un’importante ditta di manichini d’alta moda mi chiese di allestire il loro atelier di Milano con dei loro manichini legati, poi mi chiesero anche di fare varie installazioni, pensai quindi che questa fosse l’occasione meno traumatica per palesarmi.

Model Clementine Poulain at Space Khymeia in Milan -Ph Isahn Rope

Model Clementine Poulain at Space Khymeia in Milan -Ph Isahn Rope

Un altro coming out epocale dev’essere stato quello sul lavoro, quando hai deciso di lasciare il tuo impiego per diventare un rigger a tempo pieno. Come sei arrivato a questa scelta così particolare, e quali sono state le reazioni delle persone?

Sinceramente non ricordo come sia uscito l’argomento al lavoro, ma penso che sapessero che legassi da ancor prima che lo sapessero i miei genitori e anche in questo caso mi ritengo fortunato a non aver mai ricevuto giudizi negativi riguardo a quello che facevo.
La scelta di lasciare il lavoro non è maturata da un giorno al altro. Già da alcuni anni non mi sentivo tanto realizzato dal ruolo che ricoprivo nell’azienda e quando mi è stato proposto di prendere parte a un progetto che avrebbe unito svariati rigger e modelle internazionali per portare lo shibari nei teatri di tutto il mondo attraverso un tour che sarebbe durato circa un anno, non me lo sono lasciato ripetere. Parlai con i titolari dell’azienda e ci mettemmo d’accordo per l’aspettativa. Per vari motivi il tour non partì, ma siccome ero ormai senza lavoro decisi di tentare la via che ormai da alcuni anni sognavo di intraprendere. Poi l’aspettativa finì, la voglia di ritornare al mio precedente lavoro non si intravedeva neanche all’orizzonte e quindi decisi di lasciarlo definitivamente. Così ormai sono 2 anni che lego per lavoro.

 

Guardando dall’esterno l’impressione è che all’improvviso tu fossi dappertutto. Fra corsi, performance, progetti fotografici e viaggi di studio in tutto il mondo, trovarsi per fare due chiacchiere con calma è diventato così complicato che anche questa intervista sta avvenendo via email. Ma come si svolge realmente la vita di un nawashi professionista?

Effettivamente il primo anno sono stato parecchio in giro: sono andato in Inghilterra, Francia, Spagna, Scozia, Germania, Russia e in Giappone un paio di volte. Insomma, avevo fatto due rapidi calcoli e in 12 mesi ne ho passati a casa (intesa come abitazione) solo 3 in totale e non continuativi. È stato proprio un bel periodo, ma da un lato è stato anche un po’ controproducente perché la gente non riusciva a capire quando fossi in Italia e quindi ho perso dei lavori in vari locali. Il mio lavoro adesso consiste prevalentemente nello stare al computer a fare promozione per far capire alla gente chi sono, cosa faccio, dove sono. Poi bisogna rispondere alle mail, selezionare le foto che arrivano dai vari eventi e shooting, aggiornare il sito, organizzare i vari spostamenti, eccetera. E questa è solo la parte “virtuale”, a cui va aggiunta tutta la parte “concreta” che consiste nel fare esercizio inteso sia come ripasso, sia come sperimentazione di nuove legature e sequenze per gli spettacoli.

Molte delle persone che si approcciano a me dicono che sono fortunato perché mi pagano per legare le persone e per divertirmi, non sapendo che questa è solo la punta dell’iceberg. Sì, è indubbiamente vero che sono fortunato perché sto facendo quello che mi piace fare (cosa non scontata al giorno d’oggi), ma bisogna anche considerare tutti gli  aspetti appena elencati e, anche in questo mestiere come altri, se non semini non puoi raccogliere. È vero che non è come andare a lavorare in fabbrica: se oggi non ho voglia posso anche essere pigro, però so anche che domani avrò qualcosa in più da fare.

 

Finora qual’è stata la più grande soddisfazione con la tua nuova carriera? E l’episodio più negativo?

Non saprei. Ultimamente ne ho avute talmente tante che è difficile scegliere. Forse di tutte sceglierei la prima, quella che mi ha fatto prendere questa strada, cioè l’essere selezionato per partecipare a quel tour teatrale di cui parlavo prima: essere l’unico italiano invitato a partecipare a un progetto così grande e importante, con gente da tutti continenti e con l’intento di far conoscere lo shibari a un grande pubblico, è stato per me molto motivante e appagante.
Al contrario l’episodio più negativo è facile da individuare ed è direttamente collegato con quella che ho scelto come la più grande soddisfazione: il fatto che il progetto del tour non sia mai partito. Tutto era pronto, lo spettacolo, la crew, avevamo un sacco di aspettative finché tutto si è arenato e non se ne è fatto più nulla.

Model Clementine Polain -Ph Soptik

Model Clementine Polain -Ph Soptik

Torniamo un attimo ai viaggi. Una cosa che mi affascina molto quando vado all’estero è scoprire società differenti osservandole attraverso la lente dell’eros, che spesso rivela lati insospettabili delle diverse culture nazionali. In una nostra conversazione mi dicesti che per esempio il Giappone del kinbaku è molto diverso da come se lo raffigurano gli occidentali sia in termini di comportamenti che di persone, pratiche e così via. Ti va di approfondire?

Bene o male ho notato che in Occidente (parlo di Europa: purtroppo non sono ancora riuscito a sbarcare in America) facciamo tutti le stesse cose; qualcuno le fa da più tempo o con una diversa consapevolezza, magari perché gode di una diversa libertà culturale, ma più o meno ci assomigliamo l’uno con l’altro. Il Giappone invece è come se fosse un altro pianeta in tutto, non solo nell’eros. Il territorio, la cultura, l’approccio con le cose, l’approccio con le persone, eccetera… tutto è differente e tutto è condizionante. Tutte le cose che fai devi farle al tuo meglio e con il giusto spirito. Riuscire a spiegarlo è molto difficile, per questo consiglio a tutti di andarci almeno una volta nella vita.
Rimanendo nel campo dell’eros, per farti capire quanto siamo diversi posso raccontarti questo aneddoto: qualche anno fa assistetti a un’intervista pubblica a Norio Sugiura e qualcuno gli chiese se avesse mai preso in considerazione l’idea di esporre le sue opere in un grande museo, lui molto pacatamente replicò che non ne vedeva il motivo visto che non la considerava una sede adatta: «la mia è pornografia, i musei servono per le opere d’arte». Anche il concetto di arte quindi è diverso dal nostro.
Un altro esempio delle differenze riguardante le corde è questo: in Occidente per levarci di dosso l’aria da pervertiti ci piace dire che l’arte di legare viene da un’antica arte marziale tramandata nei secoli attraverso le scuole di arti marziali e il teatro. Tutto vero, però poi pretendiamo di riuscire a imparare le varie tecniche con un paio di corsi, magari autoproclamandoci poi nawashi. Là invece, nonostante sappiano di essere dei pervertiti, si applicano alle corde con la stessa dedizione con cui si applicherebbero ad un’arte marziale. Provano lo stesso movimento, la stessa figura innumerevoli volte e solo quando l’hanno capita e fatta propria passano alla successiva. Noi spesso ci limitiamo a fare le cose senza capirne il significato e il motivo per cui le facciamo: le facciamo perché ci hanno detto che si fanno così.
A proposito: nawashi (contrazione di nawa=corda e sensei=maestro) è il maestro della corda, termine che solitamente non è mai autoattribuito ma piuttosto conferito dagli altri maestri. Prima ti sei rivolto a me etichettandomi come tale: l’ho preso come un complimento anche se non mi sento affatto di essere all’altezza di tale titolo.

 

La globalizzazione sta cambiando anche l’erotismo?

Sinceramente non lo so, non riesco ad avere una visione obiettiva essendo arrivato in questo mondo che la globalizzazione era già in atto. Basandomi sui discorsi e sulle storie raccontate dai veterani posso azzardare a dire che forse i rapporti sono diventati più superficiali essendo l’offerta più ampia, ma forse questo dipende solo dall’indole delle persone e la globalizzazione aiuta solo il manifestarsi di questo carattere. In parte si riallaccia a quello che dicevo poco fa.
Il passaggio da kinbaku classico, chiamiamolo old style, alle nuove forme penso abbia più a che fare con la normale evoluzione delle cose che con la globalizzazione. È una “scienza” molto empirica: si hanno delle idee, si provano e si sviluppano, poi arriva un altro che le rivisita, un altro ancora che le adatta alle proprie esigenze e alla fine magari capita che il risultato finale sia molto diverso nonostante il concetto di partenza resti sempre lo stesso.

Models Bliss Theadora, Cynth Icorn, Amy Statik -Latex Amy Statik -Headdress Princess LAB -PhHelenTog

Ropework Andrea Ropes, Models Bliss Theadora, Cynth Icorn, Amy Statik -Latex Amy Statik -Headdress Princess LAB -PhHelenTog

Si dice che quando si fa della propria passione un lavoro poi il divertimento va a farsi benedire. Nel mio caso per fortuna non è così, ma dopo due anni di professionismo tu che ne pensi? Cosa suggeriresti a qualcuno che ti dicesse di voler fare una scelta di lavoro simile alla tua?

Per il momento mi diverto ancora, anzi forse più di prima. Le ragazze fanno la fila per farsi legare, il mio bagaglio di esperienze continua a crescere, sono molto soddisfatto di quello che riesco a mettere in pratica e di quello che riesco ad insegnare alle persone che vengono ai miei corsi. Quindi sì, la pensiamo allo stesso modo.
È vero ovviamente che non è tutto rose e fiori: alle volte capita di rapportarsi con persone che sono delle vere e proprie spine nel cu… fianco, però diciamo che anche questo in caso cerco di divertirmi lo stesso traendo piacere dalla “sfida” che questi mi lanciano. Lo studente che proprio non capisce o che continua a ripetere lo stesso errore mi stimola a cercare nuovi modi per insegnare una cosa, la modella che ha vari impedimenti fisici ma vuole assolutamente farsi legare e non puoi dirle di no (non si dice mai di no a una donna, è un errore che si paga caro!) mi stimola ad adattare il mio bondage.
Questa “professione” non mi sento di consigliarla. Si fanno un sacco di sacrifici, si devono sempre cercare nuovi stimoli e, oltre a tutte le cose dette nelle domande precedenti, si hanno spesso le tasche vuote.

 

Appunto. Condividiamo questo entusiasmo con tante altre persone che lavorano come divulgatori, performer e – per così dire – operatori dell’eros estremo. L’altro lato della medaglia però è che nessuno di loro è particolarmente ben messo sul piano finanziario, anzi. È così anche per i rigger? E, soprattutto, col senno di poi rifaresti una scelta professionale così insolita?

Vorrei proprio sfatare il mito che con le corde si diventi ricchi, e non lo si diventa neanche col BDSM!!! Sì, ok: si può fare un po’ di grana se hai l’idea del secolo, ma diversamente bisogna accontentarsi e parecchio… o magari son sfigato io che non ho trovato i canali giusti.
L’unica “ricchezza”, che poi forse è l’unica importante, è quella di spirito. Confrontarsi con tante persone, girare qua e là, scambiare idee e opinioni, vedere come e dove vivono, eccetera… Questo sì penso mi abbia arricchito molto, ma se controlli il mio portafoglio, spesso e volentieri ci troverai solo scontrini.
Al momento però, nonostante tutto, non mi pento della scelta di aver lasciato il mio vecchio lavoro. Prima guadagnavo uno stipendio ma non facevo qualcosa che mi soddisfaceva; andavo al lavoro solo per aspettare le 17,30 di venerdì, poi weekend di corde e la domenica sera il magone per essere di nuovo di fronte a un’altra settimana di pena. Adesso si sopravvive ma almeno faccio quello che mi piace, e penso che lo stipendio che prendevo prima non valesse minimamente tutto ciò.
Poi chissà: magari tra qualche anno sarò a vivere sotto un ponte e dirò di aver fatto la cazzata più grande della storia, ma ora che ci sono dentro me la godo.

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