Legami – La recensione di ‘La Padrona’

Copertina di 'La Padrona' di Ayzad


Recensione pubblicata originariamente sulla community BDSM Legami.

LA SOLITUDINE DEI NUMERI UNO
di Abatenero

La Padrona, di Ayzad, e-book disponibile su tutte le librerie on-line.

‘La Padrona’ è la biografia della prima dominatrice professionista italiana, o per lo meno, per ripetere le parole di Ayzad, la prima che abbia dichiarato pubblicamente di esserlo, ed anche una delle più famose, se non la più conosciuta e venerata in assoluto.

Non ho mai scritto una recensione, ed onestamente non so come si fa, ma avendo sempre apprezzato Ayzad come scrittore, mi ritrovo volentieri a provarci, sperando di non fare torto né al libro, né all’autore, né alla protagonista. La storia del libro, ed il suo abstract, li ritrovate sul sito di Ayzad, quindi è inutile ripeterli qui. Io mi limiterò a tentare di trascrivere le riflessioni che la lettura di un libro interessante sempre mi provoca, e che ritrovate qui appresso.

Devo dire che le prime pagine del libro di Ayzad non sono incoraggianti: dall’autodescrizione introduttiva di Padrona Amanda, scritta in prima persona in linguaggio colloquiale, come tutto il libro, emerge un personaggio autoreferenziale, spaventosamente egocentrico (tanto da suggerire qualche venatura sociopatica), narcisista e mitomane, che nella sua carriera ha guadagnato miliardi, avuto migliaia di schiavi, schiantato innumerevoli cuori, goduto dell’adorazione incondizionata di miriadi di sottomessi. Padrona Amanda è bellissima, affascinante, sensuale, raffinata, imperiosa, ma soprattutto, come James Bond, non perde mai: ministri della repubblica, attori famosi, grandi sportivi, finanzieri internazionali, militari in carriera, tutti hanno strisciato obbedienti ai suoi piedi e sofferto sotto i suoi tacchi, insieme ad una infinità di “gente comune”. Nessuno che sia mai riuscito a tenerle testa, né sulla scena, né nella vita reale: un personaggio da fumetto, insomma.

La curiosità di confrontare quest’immagine rutilante con la realtà ti spinge a rovistare tra gli anfratti di internet, il cui Oceano, come quello reale, è cosparso di spiagge remote e di isolette nascoste che raccolgono i relitti spinti a riva dalla risacca quando già il vascello cui appartenevano è tristemente naufragato: annunci con foto dimenticati su siti di incontri, spezzoni di blog o di forum dedicati alla sottomissione maschile, vecchi filmati.

Il risultato non è confortante: una matrona scarmigliata ormai avanti negli anni, dall’espressione più rabbiosa che altera, l’aspetto decisamente ruspante, l’inflessione assai rustica e l’abbigliamento di scena pretenziosamente kitsch, quasi indistinguibile, prima facie, da quelle dominanti Femdom che lei stessa non si peritava di liquidare come “ciccione sfigate” ( ma lei cicciona in effetti non lo era). Il contrasto tra questa immagine e l’autocelebrazione del racconto rischia di produrre una Macchietta, di quelle che farebbero la felicità delle Jene, nell’intervistarla per qualche servizio finto pruriginoso da mandare in onda in tarda serata. E ti viene il dubbio che certe acute osservazioni sul bdsm lasciate casualmente cadere qua e là nel corso del racconto siano più un’integrazione prodotta dalla buona volontà del ghostwriter  che il frutto dell’autentica intuizione della narratrice.

Epperò.

Epperò, da quegli stessi spezzoni di internet emergono le foto di un dungeon incredibilmente attrezzato, perfettamente e razionalmente organizzato, costellato di oggetti di grande artigianato specializzato, un dungeon il cui allestimento deve davvero essere costato una fortuna in dedizione, tempo e denaro. E da quegli stessi spezzoni di dialogo emerge davvero la figura di una grande professionista, profonda conoscitrice di tecniche ed attrezzature, maniacalmente attenta alla sicurezza del cliente, scrupolosamente rispettosa della sua privacy, e dotata davvero di quell’intuito psicologico che le consentiva di penetrare il nucleo delle ossessioni dei suoi sottomessi, metterle a nudo ed aiutarli ad essere quel che realmente volevano essere: schiavi.

E ti viene da pensare che il nucleo di quello che chiamiamo BDSM non sta nelle chiacchiere che se ne fanno, nei resoconti auto incensanti ed auto assolutori che raccontiamo e ci raccontiamo, nelle foto di scena fatte sui set cinematografici, nei fumetti fantasiosi ed estremi, nelle vanterie da rimorchio, nella pretesa purezza del BDSM disinteressato, ma nella presenza reale, nel confronto diretto, nel clangore della porta blindata del dungeon di Padrona Amanda che si chiude alle tue spalle, lasciandoti finalmente solo ad affrontare le tue ossessioni e una Padrona che ha promesso di fare strame di te – e che lo farà.

Perché il segreto del successo e della fama di Padrona Amanda è stato probabilmente tutto qua, nell’aver mantenuto rigorosamente le promesse, nel non aver mai fatto sconti, nell’essersi pervicacemente mantenuta fedele al suo modello, autoritario, sprezzante, inflessibile, indifferente, costasse quel che costasse – nell’essere stata se stessa dice lei nel racconto – e nell’averlo fatto apertamente. Nell’essere stata, insomma, come quasi sempre accade ai Numeri Uno, semplicemente la persona giusta, al posto giusto, nel momento giusto.

Non credo si possa capire il fenomeno Padrona Amanda se non si fa riferimento al contesto storico della sua entrata in scena, l’Italia della seconda metà degli anni ’70. IL BDSM non esisteva – nemmeno il nome era ancora stato inventato. Le deviazioni sessuali erano una roba innominabile, l’omosessualità una malattia od una perversione dello spirito, il sadomasochismo una pratica da psicopatici. Non esisteva Internet con la sua pornografia a buon mercato, i siti dedicati, le comunità; non esistevano i telefonini, con la loro facilità di comunicazione. C’erano solo un paio di riviste semiclandestine, vendute in poche edicole specializzate, dove gli appassionati andavano a procurarsele indossando l’impermeabilone acquistato alla bisogna, con i risvolti alzati sin sopra il naso, il cappellone calato sugli occhi e gli occhiali da sole pure in pieno inverno.

L’unico mezzo per comunicare era l’annuncio sulla rivista specializzata e la corrispondenza tramite Fermo Posta: attese strazianti, dubbi, incertezze, paure, sospetti. Soltanto i più determinati, od i più motivati, riuscivano a combinare qualcosa. Una selezione naturale spietata, se vogliamo.

Ma erano anche gli anni della Rivoluzione Sessuale, e dai racconti di Padrona Amanda, ma anche di tanti altri “operatori” della marginalità sessuale di quegli anni, si capisce che il fiume carsico della sessualità alternativa era già un’ondata di piena che premeva agli argini della società. Il merito di Padrona Amanda è stato quello di abbattere il suo argine personale, ed invece di farsi travolgere dall’onda, metterci su la sua tavola da surf e cavalcarla, lasciandosi trasportare sempre più in alto – sempre più sola. Perché capita anche che lo tsunami che hai cavalcato poi si esaurisca, e ti abbandoni, te e la tua tavola, su qualche isola sperduta del Pacifico, dove ti ritrovi da solo, senza più onde da cavalcare. Un destino comune a molti Numeri Uno.

Le ultime pagine del libro di Ayzad assumono un tono più intimistico, quasi patetico, da viale del tramonto, con la nostalgia dei bei tempi andati, l’inquietudine per le nuove tecnologie di comunicazione che tutto corrompono, il rimpianto per i veri schiavi che non ci sono più – e la riflessione sul senso di una vita spesa nel perseguimento di un solo obiettivo, cui tutto, davvero tutto il resto, è stato sacrificato.

Queste pagine mi ricordano per certi versi alcuni passaggi di Memorie di un Uomo Inutile di Francesco Caravita di Sirignano, il maestro di cerimonie di Capri, l’inventore della Dolce Vita, che spese tutta la vita nel fare l’unica cosa che sapeva fare: il Principe. Sulla sua pietra tombale volle fosse iscritto l’epitaffio: “Non fece mai nulla di importante, ma non fece mai male a nessuno. Si divertì”

Ecco, Padrona Amanda passò tutta la vita a fare l’unica cosa che sapeva e voleva fare: la Domina, baciata dalla fortuna almeno nell’aver saputo essere Domina in un momento in cui la forma di dominazione che le veniva naturale era quella che il mondo chiedeva – e che forse si aspettava.

Perché quello di Ayzad è, alla fine, un documento storico: la testimonianza di un SM che non esiste più, e che probabilmente mai tornerà ad essere. Non è tanto il fatto che i veri schiavi non esistono più, è che non esiste più il terreno di coltura su cui quegli schiavi allignavano e prosperavano: l’isolamento, la clandestinità, l’impossibilità di soddisfare facilmente le proprie pulsioni, l’insofferenza crescente, il gusto – e la paura –  del proibito. La diffusione di internet, ma anche il cambiamento nel sentire comune, hanno inaridito quel terreno. Oggi praticamente chiunque può trovare sfogo alle proprie pulsioni prima che incancreniscano sino a diventare un ossessione, ed il gusto del proibito si sta indirizzando altrove, in qualcosa di forse peggiore, ma certamente diverso. Mi figuro che per le giovani generazioni, per i nativi digitali che il bdsm se lo ritrovano tra i piedi anche quando non ne sono minimamente interessati, certi passaggi e certe descrizioni del racconto di Padrona Amanda risuonino ormai distanti ed incomprensibili come la passione dei gentlemen inglesi dei secoli scorsi per la caccia alla volpe.

Il libro di Ayzad è come sempre ben scritto, scorrevole e di piacevole lettura. Non so tradurre in pagine cartacee il numero di pagine di un lettore elettronico, ma ho comunque completato la lettura in meno di tre ore: un impegno di tempo e di denaro che vale la pena spendere per una pagina di storia del BDSM.

Mi rendo conto adesso, a proposito, di quanto ci sarebbe da dire sull’importanza che le Prodomme, ed i professionisti del BDSM in generale, hanno avuto nella nascita, nello sviluppo e nella definizione del BDSM come lo conosciamo oggi. Impegno senza il quale adesso probabilmente non staremmo neppure qui a parlarne. Ma mi rendo anche conto di aver scritto già troppo, e non mi resta quindi che lasciare l’incarico a qualche altro recensore meno prolisso.

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