Ed ecco qui l’inevitabile racconto sadiano. Peccato veniale, che è stato abbondantemente scontato subendo le occhiatacce di chi è ancora convinto che io possa essere una carogna quanto il protagonista.


ANNA

Ho conosciuto Anna cinque anni fa, per una circostanza che ha dell'incredibile. Era la fine di giugno, io avevo appena terminato di tenere un corso di giornalismo che sovrapponendosi ai miei impegni precedenti mi aveva messo davvero sotto pressione e, contro le mie abitudini, avevo deciso di farmi una piccola e tranquilla vacanza in Italia. Avevo scelto la località in base alla quiete che poteva offrire, escludendo così spiagge piene di marmocchi urlanti o luoghi di villeggiatura troppo noti.

Dopo qualche ricerca, avevo così trovato un paesino in Umbria davvero perfetto. Tanto verde, abbastanza in collina da non essere soffocante per il caldo, e con un ritmo di vita infinitamente più lento di quello cui ero abituato. Avevo affittato per pochi soldi una villetta al limitare del paese, e stando bene attento a lasciare in città il mio computer portatile e gli altri strumenti di lavoro, mi ero organizzato per passare un mese intero in completo relax.

Per le prime due settimane era andato tutto perfettamente: lunghe passeggiate in bicicletta, qualche buon libro che avevo comprato in inverno senza aver mai davvero avuto il tempo per leggere, ottimi pranzi e cene nelle trattorie della zona. Piano piano, però, avevo cominciato a sviluppare una certa noia per quella vacanza così lunga e vuota di eventi. Mi capitava sempre anche da ragazzino, quando venivo portato al mare dai miei genitori: col passare dei giorni mi cresceva dentro un'energia inspiegabile, che in qualche modo dovevo scaricare. Come allora, intensificai così le gite in bici. Andai a "esplorare" boschi e casolari abbandonati. Risalii torrentelli dall'acqua ancora gelida, ma nonostante tutto avevo bisogno di inventarmi qualcosa per impegnare, sopra tutto, la mente.

L'occasione capitò una sera nella trattoria sulla piazza principale del paese, dove venni fatto preda di una coppia di mezz'età che avevo già incontrato diverse volte, soprattutto durante il rito quasi quotidiano della spesa. "Avanti, venga a sedersi qui con noi!" mi aveva invitato l'uomo vedendomi avvicinare al mio tavolo solitario, e nonostante il suo aspetto da borghese d'altri tempi mi infastidisse a livello epidermico, cedetti sperando per lo meno di fare un po' di studio per i personaggi dei miei romanzi.

Lui si chiamava Antonio, mentre della moglie mi scordai immediatamente il nome, che peraltro dopo le presentazioni di rito non venne più pronunciato. La donna era infatti "mia moglie", e benché lei si mostrasse molto affettuosa, apostrofando ogni volta il marito con una zuccherosa sequela di "Caro, Tesoro, Amore" e così via, lui le si rivolgeva sempre piuttosto seccamente, proprio come certi signori d'altri tempi per cui le donne rappresentavano solo degli animali domestici molto utili. Come sospettavo e temevo, la conversazione seguì tutto il protocollo ben collaudato della banalità conviviale: il tempo, le vacanze, le città di origine di ciascuno...

E infine arrivammo al fatidico "E lei di cosa si occupa?". Antonio, invadente come solo certi arricchiti riescono a essere, iniziò naturalmente per primo, raccontandomi una storia inane di esportazione di frutta e di carriera iniziata da ragazzino. La moglie, come prevedibile, faceva da sempre la casalinga e non aveva mai nemmeno lontanamente avuto il sospetto che potessero esistere occupazioni differenti per una donna. Io, invece, ero un giornalista e uno scrittore.

"Oh, ma che interessante!" e "Ma che bravo, così giovane" diventarono da quel momento degli intercalare fissi, e come mi accadeva spesso in quelle occasioni, mentre mi sentivo dire per la millesima volta in vita mia "Sa, anch'io prima o poi scriverò un libro", desiderai intensamente di aver scelto una professione diversa, folgorantemente banale. Ah, come mi sarebbe piaciuto poter gelare le conversazioni dichiarando cose come: "Io, invece, faccio lo spazzino"! Così, non avrei dovuto descrivere per ore i dettagli dello spalare cacca e gatti morti, ne avrei avuto a che fare con imbecilli completi il cui desiderio fosse emulare il mio lavoro. Ma la vita e quel che è, e accettando l'invito a sedere a quel tavolo tutto sommato avevo preventivato un bel resoconto sulla vita di chi scrive.

Offrii quindi alla coppia un lungo monologo contenente la versione semplificata dei rapporti con gli editori, una disquisizione sull'industria libraria e, a un certo punto, feci anche un accenno al corso di giornalismo. La mente da lichene di Antonio fece uno sforzo, collegò due pensieri l'uno all'altro e finalmente, colto da illuminazione, l'uomo mi guardò complice e dichiarò: "Ma allora lei è la persona giusta per mia figlia Anna!".

Anna aveva diciotto anni appena compiuti, studiava al liceo classico e, per il quarto anno di fila, era stata stata rimandata in italiano così come in inglese e una o due altre materie. Non a caso, quella sera, così come tutte le altre, non era andata a cena con i genitori perché obbligata a stare in casa, a studiare. Dopo questa sommaria presentazione, mi venne così proposto di darle ripetizioni nelle materie letterarie. La ragazza non era mai stata bocciata, ma i genitori erano convintissimi che fosse solo merito delle lezioni di una amica di famiglia, che per la prima volta quell'anno non aveva potuto accompagnarli in vacanza. L'idea di far rimanere la figlia senza precettori li terrorizzava, e coerente con il suo stile Antonio arrivò per cercare di convincermi persino a offrire "qualsiasi cifra, qualsiasi pur di non vederla bocciare".

L'idea di fare l'insegnante non mi stimolava in alcun modo, ma quelle ripetizioni potevano tutto sommato aiutare a rompere la monotonia della vacanza. Alla fine accettai, spinto soprattutto dal divertimento che mi dava "derubare" quel fastidioso personaggio con il mio costo orario, abbastanza alto da farmi rientrare in due settimane di quasi tutte le spese della vacanza. Ci accordammo così per farmi incontrare Anna la mattina dopo, e per confermare dopo una rapida valutazione la possibilità di fare lezione o meno. Mi era rimasto infatti un ultimo dubbio sulle reali capacità della ragazza, che a parole non si presentava certo un genio. È pur vero che non doveva condurre una vita molto stimolante, fra quella famiglia e la scuola condotta da suore che era costretta a frequentare, ma quattro materie a settembre erano davvero un po' troppe, soprattutto per tre anni di fila.

A costo di sembrare presuntuoso, devo confessare che quando il giorno dopo la incontrai, scoprii che rispondeva molto bene a come me la ero immaginata. Vestita orrendamente, con abiti che dovevano essere appartenuti alla madre, si muoveva con la malagrazia di chi ha paura di esprimersi, e non guardava mai nessuno negli occhi. Portava i prevedibili occhiali, grandi e con una montatura proveniente dritta dritta dagli anni '70, ma sotto quel look allucinante, fisicamente doveva anche essere una bella ragazza. Non era molto alta, ma magra e con un seno ben sviluppato; la vita era sottile, e i tratti del viso molto regolari, con labbra forse un po' troppo carnose e profondi occhi scuri. Anna aveva lunghi capelli neri raccolti in una coda, e la sua voce era quasi un sussurro.

Ci feci lasciare soli dalla madre (Antonio dormiva ancora), e davanti al proverbiale té coi pasticcini cercai di scoprire qualcosa di più sulla mia allieva. La prima sorpresa fu scoprirla molto più intelligente del previsto, certo non tanto stupida da farsi rimandare a scuola. Anna pensava molto più di quanto non dicesse, e nelle quasi due ore in cui resammo insieme scoprii che aveva una intensa sensibilità, che dimostrava scrivendo piccole poesie di stile molto ingenuo e prevedibile, ma comunque corretto. Bastarono poche frasi per farle confessare come vivesse l'autorità oppressiva del padre e delle suore, di cui si sentiva succube senza via di scampo. Arrossendo, disse anche che non aveva mai avuto un ragazzo, anche se "naturalmente" ci pensava molto, come tutte le sue amiche. Alla fine, scoprii che la preparazione scolastica in realtà non le mancava, e che gli insuccessi erano causati soprattutto dalla sua insicurezza, che la bloccava durante le interrogazioni orali e nelle situazioni di stress come i compiti in classe. Era più di quanto mi servisse sapere.

Entrando nello spirito di quella famiglia, chiesi ad Anna di andarmi a chiamare suo padre, e di andare in camera sua a studiare. La ragazza obbedì senza fiatare, e in un paio di minuti entrò Antonio, fresco di risveglio e colazione: "Allora, cosa dice di mia figlia?". Rispondendo, non mi addentrai in considerazioni psicologiche che non avrebbe certo capito, ma mi limitai ad accettare l'incarico. Due ore al giorno tutti i giorni, con la clausola di non avere nessuna interferenza dai genitori. La mia stratosferica richiesta di compenso venne accettata senza battere ciglio, benché avessi specificato di non potere garantire alcun successo. Tornai a casa in bicicletta pieno di allegria: avevo trovato una distrazione, un guadagno e un'ottima occasione per affinare il mio sadismo.

Anna si presentò a casa mia la mattina dopo, come concordato. Per il mio piano era importante separarla dal suo ambiente, e allontanarla dalla presenza dei genitori. Era forse ancor più insicura del giorno prima, ma dedicai ugualmente quel primo incontro a terrorizzarla. Le feci domande incalzanti, onestamente difficilissime, mostrando segni di impazienza ogni volta che non era in grado di rispondere. Prima dello scadere della prima ora esplosi in un teatrale "Ma insomma, non sai proprio niente! I tuoi genitori hanno ragione: sei la peggiore studentessa che abbia mai visto!". Le parole e il tono erano state scelte ad hoc, ed ebbero l'effetto previsto: Anna scoppiò in lacrime, demolita psicologicamente. Quando si fu calmata, scusandosi in ogni modo possibile, facemmo insieme qualche esercizio d'inglese, e ancora una volta non mancai di dimostrare il mio disappunto. La rimandai a casa distrutta, e carica di compiti. Il mio gioco sarebbe stato più facile del previsto.

Accelerando i tempi che mi ero prefissato, il giorno dopo feci lavorare Anna a una lunga versione di latino. Il brano era di un autore decisamente poco noto, ma il titolo era "L'educazione dei discepoli". La tesi era che l'uomo è un animale che va addestrato, proprio come una bestia qualsiasi, e con gli stessi metodi. Veniva così elencata una serie di punizioni, fra cui la fustigazione degli studenti svogliati. Congedando la sempre più agitata ragazzina, non mancai di sottolineare questo aspetto: "Certo che sei fortunata a vivere al giorno d'oggi. Con i tuoi pessimi risultati, se fossi nata nell'antica Roma saresti stata frustata tutti i giorni. Pensaci, mentre torni a casa!".

Per non scoprirmi eccessivamente, il giorno successivo feci una normale lezione, priva di trucchetti psicologici. Mi comportai anzi in maniera molto gentile, e mi soffermai ad ammirare la mia allieva, che scoprii non aveva alcun bisogno di occhiali. "Sono da riposo," mi aveva confessato, "Me li fa mettere la mamma per non farmi rovinare gli occhi". Da quel momento in poi, Anna approfittò delle visite a casa mia per togliersi gli occhialoni, con grande soddisfazione di entrambi. Quel giorno feci diverse piacevoli scoperte sul corpo della ragazza: aveva indossato una gonna molto aderente, che sottolineava bene la forma perfetta del sedere. Stimolato positivamente da questa visione, dedicai la lezione successiva a un brano di uno psicologo contemporaneo che avevo trovato per caso fra i miei libri. Con la scusa dell'analisi stilistica e grammaticale, feci leggere e rileggere ad Anna un lungo brano esplicitamente dedicato al masochismo. Fra gli argomenti trattati c'erano i legami fisiologici e psicologici fra il momento dello sviluppo sessuale e lo stile di vita condotto, e un sacrosanto paragrafo che spiegava come "chi è masochista lo rimane per tutta la vita. Questa patologia non può essere curata, ma al massimo repressa con risultati molto negativi per il soggetto, che può sviluppare un atteggiamento inconscio di tipo autolesionistico. Alcuni terapeuti," continuava il pezzo, "suggeriscono anzi in sua presenza ai pazienti di assecondare il desiderio di dolore e umiliazione in un contesto sicuro e responsabile, per scaricare così ogni negatività correlata".

Era un brano così pertinente che sembrava essere stato scritto apposta per assecondarmi, e non mi feci scappare l'occasione di imprimerlo a fuoco nella mente di Anna. Come compito a casa, le feci così preparare una sua traduzione in inglese, che l'avrebbe impegnata per parecchio tempo.

L'indomani era un brutto giorno di pioggia: la lezione fu di tipo rassicurante, senza grandi novità, e alla sera mi incontrai nuovamente a cena con i genitori della ragazza. Negli ultimi giorni Anna era stata un libro aperto per me: sapevo come farla arrossire o spaventare, come umiliarla e come spingerla a ragionare su ciò che io decidevo. A ogni stimolo corrispondeva la giusta reazione, che si mostrava tramite aumenti della sudorazione, dilatazione delle palpebre o accelerazioni nel respiro. Quando venne portato il secondo, così, rischiai il tutto per tutto.

"Signor Antonio," dissi facendo valere tutto il mio curriculum di traduttore, "Anna sta procedendo abbastanza bene in tutte le materie, tranne che in inglese". La madre della ragazza si agitò come se le avessi preannunciato una bocciatura in tronco. "Mi chiedevo se aveste mai pensato a farla studiare all'estero..." La prevedibilità di quella famiglia era compatibile: come se stessero seguendo un copione teatrale, si produssero in tutta una serie di scuse orrendamente provinciali e iperprotettive. La loro figlia non poteva essere certo mandata lontana da casa, e poi cosa avrebbe fatto, e chi avrebbe incontrato, e magari chissà quali guai, e loro non sarebbero potuti andare a trovarla... Io sopportai, e poi li presi in contropiede: "Avete perfettamente ragione, vedete, ma qui la situazione è un po' grave, e non so se Anna riuscirà a passare l'esame senza una preparazione intensiva..." Gli occhi della madre della ragazza si fecero vitrei. Diedi alla coppia qualche secondo per comprendere la piena gravità di quanto avevo dichiarato, e continuai. "Vi dico questo perché forse potrei proporvi una soluzione interessante. Come saprete, tra poco più di una settimana io dovrò partire, proprio per andare in Inghilterra. Devo tenere un corso sulla letteratura italiana contemporanea presso il Lincoln's College di Londra, che è un istituto piuttosto importante appena fuori città. Si tratta di un istituto femminile molto rispettabile, in cui vengono tenuti anche corsi di lingua per stranieri".

Detto per inciso, benché avessi visitato il college una volta, tanti anni prima, non vi avevo in realtà visto nemmeno una ragazza, ne tantomeno avrei dovuto tenere alcun corso. Il gioco si era fatto troppo interessante, e quella menzogna così colossale faceva parte delle mie regole, come le seguenti. "Io conosco bene il rettore, e forse, anche se con qualche difficoltà, potrei mettere una buona parola per Anna, che potrebbe finire i suoi ripassi proprio lì". Antonio era rimasto con la forchetta a mezz'aria, mentre io, con un'aria un po' complice e continuando a usare espressioni adatte al mio infimo pubblico, mi apprestavo a mettere la ciliegina sulla torta che faceva da esca alla mia trappola. "Naturalmente, non avrei certo il tempo di seguirla tutti i giorni, però potrebbe trattarsi anche di una buona occasione per continuare ad assisterla nei ripassi di tanto in tanto, e magari di tenervela un po' d'occhio".

Gli elementi c'erano tutti: il grande professionista, un po' di esotismo, tutte le garanzie di sicurezza concepibili, la possibilità di vantarsi con gli amici per un'impresa tanto "chic" e un pizzico di furbizia italiana. Masticai con calma la mia bistecca mentre le rotelle arrugginite nella testa di Antonio cominciavano faticosamente a girare, e dopo un sorso d'acqua mi esibii nel colpo di grazia: "Ma no, che dico: tutto sommato, vostra figlia potrebbe benissimo essere promossa lo stesso...".

Era inutile continuare: i coniugi fecero di tutto per accettare, e pur di assicurarsi la mia benevola intercessione imposero di offrirmi la cena, e un invito a pranzo per il giorno dopo, alla fine della lezione con Anna.

Questa suonò puntualmente alla mia porta alle otto e mezza del mattino, senza essere stata informata di nulla come da mia raccomandazione. Le due ore successive sarebbero state le più difficili, cruciali per la riuscita del mio progetto. Accompagnai Anna nella stanza in cui facevamo lezione, e mentre si sedeva tirai fuori la sua traduzione in inglese, che un qualsiasi traduttore non professionista avrebbe avuto difficoltà a completare. "Cara Anna, qui non ci siamo proprio," esordii, "questa traduzione è piena di errori, e non capisco proprio perché". La ragazza ansimò, come un bambino pescato con le mani nel vaso dei biscotti. "Tu sei una ragazza intelligente e preparata, e i tuoi pessimi risultati scolastici devono dipendere da qualcosa di particolare. Ci ho pensato tutto ieri, mentre correggevo i tuoi compiti, e penso di avere trovato la soluzione". Cercai di fissarla negli occhi, ma come sempre Anna abbassò lo sguardo, e ne approfittai. "Ecco! Lo sai perché non mi puoi guardare negli occhi? È perché tu sei proprio il tipo di persona descritta in questo brano!" La ragazza aprì la bocca, ma non riuscì a dire una sola parola. "Basta guardarti per capirlo: tu sei proprio masochista!" Feci una piccola pausa a effetto: "Ti piace essere umiliata, vero? Non è per questo che ti fai rimandare ogni anno?" Ora stavo alzando il tono di voce sempre più, simulando una furia che soffocava ogni tentativo di razionalizzazione della ragazza.

"È inutile che non rispondi: so bene che è così! Sono sicuro che ti piace anche soffrire! Scommetto che l'altro giorno hai provato piacere mentre tornavi a casa, e ti immaginavi legata come gli scolari della versione latina, frustata su tutto il corpo nudo! È vero o no, schifosa?" Il volto di Anna era diventato color rosso porpora: una importante vittoria, che mi diede l'energia per continuare il mio attacco. "Certo che è vero, guardati! Sei proprio uno dei masochisti di questo brano, che passano le loro giornate a pensare nuovi modi per soffrire, e sognano di essere degli schiavi, come nell'antichità! Tu non studi perché passi il tuo tempo a immaginarti di appartenere a un ragazzo che ti usi per il suo piacere: prova a negarlo, se ne hai il coraggio!".

Con quella frase, Anna crollò. Con la testa nascosta fra le braccia conserte sul tavolo, cominciò a piangere con grossi singhiozzi. Il suo corpo era scosso da tremiti, e io provavo il piacere di chi domina una altra persona. "Allora, parla!" la incitai, e senza alzare lo sguardo ne smettere di piangere, la diciottenne si liberò di una verità che nascondeva nell'animo da anni. "Sì... Sì, è vero... È tutto vero, sono proprio come i masochisti del libro..." fra le lacrime, le parole erano quasi incomprensibili, "L'altro giorno mi sono... la versione... io mi sono...". "Ti sei cosa, Anna? Dimmelo chiaramente!" la sovrastai. "Mi sono... toccata... ho pensato di essere a Roma, e... mi sono... masturbata..." Era una confessione troppo intima e troppo grossa per essere detta, e Anna si mise a piangere ancora più forte, incapace di parlare.

Ormai la avevo in pugno, ma c'era ancora qualcosa che potevo fare per aumentare il mio potere su di lei. Avvicinatomi alla sua sedia, la sollevai di peso e la abbracciai consolandola, ma continuando con le umiliazioni: "Sì lo so, Anna. Sei proprio una piccola viziosa, una masochista irrecuperabile, ma non è colpa tua. Ti ricordi cosa abbiamo letto?" Il corpo della ragazza era bollente contro il mio, scosso dai tremiti e fradicio di lacrime e sudore. "Quelli come te sono vittime delle autorità, come la scuola e la famiglia, nel momento dello sviluppo sessuale. Ormai tu sei così, e non c'è più niente che si possa fare. So bene che vorresti un ragazzo che ti trattasse come desideri, ma devi renderti conto che le persone in grado di sopportare certe fantasie perverse sono pochissime... Sei davvero una depravata masochista sfortunata, ed è una situazione grave. Lo hai letto anche tu, no? È inutile cercare di reprimere la tua natura, o rischi di fare male a te stessa e agli altri. Pensa come si sentirebbero i tuoi genitori se un giorno, per sfogare il tuo masochismo represso, ti buttassi inconsciamente sotto a una macchina, o qualcosa del genere".

Ancora una volta, avevo toccato il tasto giusto. Anna si fece ancora più debole sulle gambe, mi strinse, tirò su col naso e mi disse qualcosa di incomprensibile. La appoggiai sulla sedia, come un sacco vuoto, e le porsi un fazzoletto tolto dalla mia tasca. Liberatasi, mentre cercava inutilmente di asciugarsi le lacrime ripetè: "Ma come posso fare? Io... non so... Come faccio a dirlo a papà e mamma? Cosa... chi può aiutarmi?". Anna ricominciò a singhiozzare disperata, con il volto contorto in una maschera a suo modo deliziosa. "No, non devi dare un dispiacere del genere ai tuoi genitori!" la suggestionai, "Come potrebbero volerti più alcun bene, dopo aver scoperto che la loro bambina è una masochista depravata? No, Anna, tu hai bisogno di allontanarti da loro per sfogarti, hai bisogno della guida di qualcuno che si occupi di te". "Ma... ma chi?" singhiozzò la ragazzina "Io... io ne ho tanto bisogno... subito...".

Anche se il più era fatto, era venuto il momento critico. Farle prendere atto del suo indubbio masochismo psicologico, approfittando della sua tendenza naturale alla sottomissione, era stato facile. Ora però dovevo metterla davanti alla realtà del dolore fisico. Dovevo essere deciso e severo, ma senza esagerare e spaventarla troppo. "Lo so bene, Anna. Alzati e vieni qui davanti a me," le ordinai. La ragazza mi guardò inebetita, senza spostarsi. "Muoviti, incapace!" le urlai, facendola scattare in piedi menre le lacrime continuavano a scorrere. Indossava la gonna stretta dell'altro giorno, con mio grande piacere. "Vieni qui!" sbraitai, ma era ancora troppo presto perché si consegnasse spontaneamente al suo carnefice. Dopo un attimo di impasse, allungai il braccio e muovendomi rapidamente la tirai di traverso sulle mie ginocchia. La caduta sulle mie gambe le aveva tolto il respiro, e io ne approfittai per torcerle un braccio dietro la schiena senza incontrare resistenza. Bloccatale così la mano, in un attimo le aprii la cerniera che scendeva dritta sul retro della gonna e le feci cadere l'indumento attorno alle caviglie, rivelando un paio di mutandine di cotone bianche, da collegiale. Senza darle il tempo di riprendersi dallo shock, abbattei il primo sculaccione sulla natica destra, con una forza abbastanza intensa da farla gridare.

Un secondo di pausa, per farle riprendere fiato, e arrivò anche il secondo, sull'altra natica. Con il terzo colpo, accompagnato come sempre da un grido, feci scivolare leggermente il bacino di Anna verso l'esterno, in modo che le mutandine, bloccate fra i nostri due corpi, si tendessero sulla vagina. Da quel momento in poi, vibrai ogni colpo cercando di tirare verso l'alto la parte posteriore dell'indumento, in modo da frizionare con il tessuto l'area genitale. "Ecco qui, Anna," le dicevo intanto, "ecco la sculacciata che meriti e che desideri tanto!" La ragazza continuava a piangere, ma più per lo shock emotivo che per il dolore. "Ecco una punizione bella dolorosa, come quelle che immagini sempre nei tuoi sogni di masochista! Ti piace mostrare il sedere a uno sconosciuto, eh? Ti piace essere sculacciata, vero, piccola viziosa?" Oltre ogni mia più rosea previsione, l'effetto combinato dell'umiliazione verbale, della punizione e della strana masturbazione fu rapidissimo. Dopo solo cinque o sei sculaccioni, il cavallo delle mutandine di Anna si era completamente bagnato di umori, in un paio di minuti il suo corpo era scosso da nuovi tremori, questa volta di ben più piacevole natura. Approfittai dell'interessante imprevisto smettendo subito di colpire le natiche da adolescente di Anna, e lasciandole gustare al meglio l'orgasmo. "Ma guardati! Guarda come godi a essere punita! Sei più lasciva della peggior prostituta! Più masochista della schiava più navigata! Scommetto che in questo momento non sai nemmeno se ti brucia di più il culo o la figa!" Pur nel godimento, mi accorsi che quelle parole così volgari l'avevano turbata. "Allora? Dimmelo!" la incalzai. "I... È vero... Sì, è vero... non so cosa mi brucia di più..." "Continua!" le ordinai. "Non so... se... se mi brucia di più il..." "Il cosa, Anna?" "se mi brucia il culo o la figa!".

Ero estremamente soddisfatto della mia opera. Con un piccolo sforzo mi alzai, facendo rotolare a terra il corpo privo di forze della ragazza. "Mi fai veramente schifo, Anna," sibilai, "ma una masochista perversa come te ha davvero bisogno d'aiuto. Mi occuperò io di te, ma a due condizioni". Anna aveva finalmente smesso di piangere, e mi guardava con gli occhi spalancati. "La prima è che non devi mai dire niente di questo a nessuno, e in particolar modo a quei poveri sfortunati dei tuoi genitori. La seconda, che però dovrebbe essere facile da accettare per una simile depravata, è che mi dovrai ubbidire in tutto, a qualsiasi cosa io decida. Alla prima ribellione, sappi che smetterò di occuparmi di te, e ti abbandonerò al tuo destino". La ragazza si trascinò sino ai miei piedi, abbracciandomi una caviglia: "Sì, sì, grazie...".

Il pranzo con i genitori di Anna fu estenuante, mortalmente noioso. La mia nuova schiavetta aveva chiesto e ottenuto di saltare il pranzo con una qualche scusa, e si era rintanata in camera a intessere chissà quali sogni di sottomissione. Io invece venni blandito con ogni sistema per intercedere presso il rettore mio amico, e lodato fino alla nausea per la mia gentilezza e disponibilità. Il cibo era peggiore di quel che ci si sarebbe potuti aspettare da una donna che nella sua vita non faceva altro che cucinare e spolverare, ma sopportabile. Con la scusa dell'inefficienza delle poste italiane convinsi la coppia a non preoccuparsi dell'indirizzo del college, e spiegai loro che l'istituto non consentiva alle studenti di usare il telefono interno, così che sarebbe stata Anna a chiamarli periodicamente. Nel pomeriggio, dopo una fantomatica telefonata all'estero, tornai a rassicurare Antonio: fortunatamente una stanza era disponibile, e Anna avrebbe potuto soggiornarvi sino al giorno precedente gli esami. Alla sera, scusandosi come pellegrini che fossero andati a disturbare il Papa per chiedergli il risultato di una partita di calcio, i genitori di Anna si presentarono a casa mia, portando una bottiglia di non so quale insulso amaro pubblicizzato in televisione. "Io e mia moglie siamo molto imbarazzati," mi confessò Antonio, "ma abbiamo un po' paura per il viaggio. Sa, Anna non è mai stata da nessuna parte, e poi da sola... Insomma, ci chiedevamo se lei potesse essere così gentile da accompagnarla, visto che va in Inghilterra proprio in quei giorni. Avrei pensato a un piccolo compenso..." proseguì untuoso e insopportabile l'uomo, e anche questa volta, benché visibilmente scocciato, accettai un simile sacrificio. "Mi occupero di tutto io, signor Antonio," lo rassicurai, "non si preoccupi. Domani prenoterò l'aereo, e le farò sapere il costo del biglietto". Ora, la cosa più complicata sarebbe solo stata superare la settimana che mi separava dalla mia presunta partenza.

I sette giorni successivi si svolsero secondo un copione fisso. Dopo colazione Anna veniva da me, e con la irritata professionalità di un confessore, io la obbligavo a raccontarmi i suoi "lascivi pensieri da masochista" del giorno prima. Anna dimostrava in questi un divertente ingegno naif: nelle sue fantasie si vedeva costretta a vagare nuda per la città, oppure forzata a stare in ginocchio mentre altre persone la insultavano e le sputavano sul volto. Sognava che io o suo padre le ordinassimo di baciarci i piedi, o di masturbarsi di fronte ai nostri occhi, e dopo ogni resoconto io trasformavo i suoi pensieri in realtà. Era affascinante vedere come arrossiva alla sola idea di mostrarsi nuda, e con quanta gioia scoprisse di poter davvero dare sfogo a sogni che doveva avere represso per molti anni. Tutte le esibizioni venivano accompagnate dai miei commenti: "Solo una lurida schiava potrebbe fare pensieri così sconci. Chi prova piacere in cose del genere non è degno di essere amato da nessuno..." Più le parole erano volgari, più aumentava il piacere di Anna, anche se avevo qualche difficoltà a limitare tutti i riferimenti sessuali per adattarmi al suo mondo, che non andava al di là della masturbazione femminile e della posizione del missionario, solo vagamente immaginata. Del resto, non volevo esporla al trauma del sesso prima della partenza, che di comune accordo con i genitori le sarebbe stata nascosta fino all'ultimo. Vederla aggredire con le dita la figa piccola, poco pelosa e simile a un'albicocca mi eccitava enormemente, ma ero ben deciso a trattenermi.

Dopo le "confessioni" era il momento dello studio, di cui in realtà Anna non aveva alcun bisogno. Conosceva perfettamente tutte le materie, e a volte trovavo qualche difficoltà a inventare esercizi che la mettessero in crisi, per il solo scopo di poterla insultare nuovamente. Anna però imparava rapidamente anche le nozioni più contorte, e questo grazie al "premio" che avevo stabilito per le lezioni con esito positivo. Il premio in questione era puro e semplice dolore fisico, che le infliggevo limitando il più possibile la componente sessuale. La facevo inginocchiare sulla ghiaia del mio giardinetto sul retro, le facevo eseguire estenuanti esercizi fisici, ma soprattutto la sculacciavo. Anna godeva moltissimo in quel modo, e subito mi aveva confessato di avere provato un incredibile misto di vergogna e piacere nel guardarsi il sedere arrossato nello specchio della sua cameretta.

Solo un giorno ebbi paura di stare perdendo il mio potere su di lei, e decisi di irretirla con un po' di sesso. La feci inginocchiare nuda di fronte a me, e comodamente seduto su una sedia presi a torcerle i capezzoli fra le dita. Erano capezzoli da vergine, sensibilissimi e pronti a ergersi durissimi al minimo sfioramento, e quello stimolo per lei nuovo la fece soffrire e godere come non mai, fra i pianti di vergogna che ormai contraddistinguevano ogni nostro incontro. Lo sguardo adorante con cui mi lasciò quel giorno mi rassicurò completamente sulla mia posizione.

Nel pomeriggio la mia vacanza procedeva altrettanto piacevolmente, con belle letture, magnifiche passeggiate e ottimi spuntini. Poi, la sera, puntuale come un cronometro arrivava l'invito a cena dei genitori di Anna, cui mi sottrassi solo una volta. Erano eccitatissimi dall'idea di far studiare la figlia all'estero, estasiati dalla mia gentilezza e, penso, incuriositi dall'idea di rimanere soli per due mesi. La notte passava tranquilla, con solo qualche zanzara a dare problemi, e al mattino tutto ricominciava, più piacevole di prima.

L'ultimo giorno prima della partenza, Anna si scatenò con mia grande soddisfazione in una delle sue migliori fantasie esibizionistiche. Scusandosi, arrossendo e farfugliando cose incomprensibili, mi chiese di potermi fare vedere la sua fantasia del giorno prima. Decisi di farla fare, e le concessi di procedere senza darmi spiegazioni. In un attimo, la ragazzina si spogliò, svuotò una fruttiera che tenevo sul tavolo e la appoggiò per terra. Poi, tremando per l'eccitazione e l'umiliazione, vi si accosciò sopra e fece scorrere un rivoletto di pipì al suo interno. "Ma sei veramente una puttana!" la aggredii, "Pisciare di fronte alla gente!". Lei esplose come di suo solito in lacrime, e rilasciò definitivamente la vescica riempiendo per metà l'insalatiera di liquido dorato. "Ti piace farti vedere così, sporca schiava, eh?" la incitai eccitato dallo spettacolo, "Scommetto che ti piacerebbe anche cagare, vero?" Anna si irrigidì: "No...". "Sì, invece, masochista esibizionista schifosa! So bene che avresti addirittura un orgasmo a farmi vedere come caghi la tua merda puzzolente!". La mia piccola schiavetta arrossì ulteriormente, convincendomi a continuare: "Ti ordino di cagare subito! Riempi quell'insalatiera di merda, o non ti darò il premio!".

La bocca della ragazza si piegò verso il basso in un'espressione disperata, e dopo qualche secondo di silenzio, con un piccolo peto sibilante vidi spuntare fra le sue gambe un piccolo stronzo marrone, che rimase a penzolare un attimo prima di piombare nella pipì sottostante schizzandola fra le cosce. "Ecco! Guarda! Sei proprio un animale, una cagna che caga davanti a tutti!" la stimolai, "Umiliati ancora, caga, e forse avrai il tuo premio!". Nonostante lo stress, Anna dimostrò un eccellente controllo intestinale, e in un minuto circa mi guardò piena di vergogna: "Ho finito...".

Le tirai un fazzoletto di carta. "Pulisciti con questa, masochista depravata, poi svuota quella roba nel gabinetto, lavala e torna qui da me". Eccitatissima per la sua esibizione, la schiavetta si ripulì e tentò di alzarsi, ma non ero in vena di gentilezze. "Una schiava come te non ha il diritto di stare in piedi. Resta in ginocchio, e vedi di non rovesciare niente!". Faticosamente, con il corpo bianco latte coperto di sudore e un'espressione disgustata sul viso, Anna si allontanò per ubbidire, e tornò sempre in ginocchio al mio cospetto.

"Una viziosa come te non può essere amata da nessuno," la apostrofai, "e la tua situazione richiede un intervento radicale. Tu sei depravata fino al midollo, e hai bisogno di stare in un ambiente che assecondi fantasie ignobili come quel che mi hai mostrato oggi". "Ma come?" mugulò Anna. "Zitta, cagna! Le schiave non parlano senza permesso, vero? Da oggi vedi di ricordare anche tu questa regola!" La mia vittima era eccitata come non mai: sentivo l'odore dei suoi umori da un metro di distanza, e continuai nonostante l'eccitazione che mi stava sopraffacendo. "Per tua fortuna, ho convinto i tuoi poveri genitori a farti allontanare. Purtroppo sono stato costretto a raccontare loro una bugia, perché non potevo certo dir loro che hanno una figlia degenere, che per sopravvivere deve comportarsi come il più schifoso degli animali. Questa sera partiremo insieme: loro pensano che ti accompagni in un college inglese, ma là non si sognerebbero neanche di accettare una puttanella che si masturba pensando di essere punita. In realtà ti porterò a casa mia, dove potrai sfogarti". Anna era raggiante, ed era una buona occasione per turbarla ulteriormente: "Vergognati! Sei così contenta perché mi fai ingannare due povere persone che hanno dato tutto per farti crescere come si deve? O forse sei felice di ingannarli tu?" Il suo labbro inferiore, che mi ispirava tante fantasie a ogni nostro incontro, cominciò a tremare incontrollato. "Sei una schifosa pervertita, ma per fortuna hai trovato chi ti può aiutare. Non ti credere che sia tanto facile, ragazzina! Resterai con me fino agli esami di settembre, ma solo se ti comporterai bene. Dammi una sola delusione, e ti rispedisco qui, dicendo che sei stata espulsa dalla scuola! Naturalmente il tuo compito principale sarà quello di studiare per gli esami, ma ho in serbo per te molte sorprese che ti piaceranno".

Tanto per cambiare, Anna si produsse in uno dei suoi pianti, che per quanto sensuali avevano cominciato a darmi sui nervi. Fra le lacrime e i singhiozzi, compresi solo una parola: "Grazie... Grazie...".

Il resto della giornata passò fra i preparativi della partenza. La madre di Anna le aveva già preparato una valigia, e quando io riconsegnai le chiavi del mio appartamento all'agenzia che me lo aveva affittato lei mi stava già aspettando sull'ampio balcone della casa dei genitori. Arrivai con quasi due ore di anticipo sull'orario concordato, per limitare con un altro piccolo trucco psicologico le possibilità che Anna rivelasse il nostro compromettente segreto o che i suoi genitori cambiassero idea. "Mi scusi molto, signor Antonio," spiegai, "ma sono stato chiamato da un collaboratore, che mi ha avvertito di dover passare a prendere del materiale in ufficio a Milano prima della partenza. Sa, non vorrei perdere l'aereo per una stupidaggine simile, e se non avete niente in contrario, io partirei subito". Detto, fatto. Prima che potessero rendersi bene conto di cosa stesse succedendo, le valigie di Anna erano state caricate in macchina e, loro figlia era in partenza per "Londra".

Dopo essermi assicurato con una serie di domande incalzanti che la ragazza non avesse detto nulla ai genitori, cominciai il suo addestramento. "Ricordati i nostri accordi," la minacciai, "Un solo passo falso, una sola disubbidienza, e ti ritrovi a casa con i tuoi genitori". Anna aprì la bocca per rispondere, ma si ricordò evidentemente di quanto le avevo detto in mattinata, e si limitò ad annuire. "Da questo momento sei la mia schiava. Sei un oggetto di mia proprietà, senza alcun diritto, ma solo il dovere di ubbidirmi in tutto e per tutto. Senza il mio permesso non potrai fare niente, e sarò io a ordinarti quando mangiare, dormire o parlare. Tu potrai aprire bocca solo in due casi: per rispondere alle domande che ti farò, oppure per chiedere il permesso di pisciare e cagare".

La mia schiavetta era già eccitata: mentre parlavo avevo visto i capezzoli irrigidirsi sotto la camicetta, e il bacino ondeggiare in maniera sospetta. "Ora ti elencherò delle regole di comportamento, che dovrai seguire sino al giorno in cui ti riporterò dai tuoi genitori. Innanzitutto, d'ora in poi mi dovrai chiamare 'padrone', perché è questo che sono. Io sono il padrone, e tu sei la mia schiava. Poi, quando ti farò una domanda dovrai rispondermi onestamente, in qualsiasi occasione". In quel momento eravamo arrivati al casello d'entrata, e approfittai della breve coda per spiegarmi meglio. "Girati da questa parte, schiava," le ordinai, e lei ubbidì immediatamente, con gli occhi lucidi d'eccitazione. Aprii la mano sinistra, e prima che potesse alzare istintivamente le mani per difendersi, le mollai un sonoro schiaffone che le stampò cinque dita sulla guancia. "Ecco un esempio. Era abbastanza forte questo schiaffo?" Riprendendosi dal ceffone, che le aveva fatto rimbalzare la testa contro il poggiatesta, Anna riprese fiato: "S... Sì. Sì padrone." si corresse prima che potessi redarguirla. Avvicinai la macchina al casello. "Bene. Girati ancora." Con la mano destra le bloccai i polsi, e mentre trepidante Anna ubbidiva, le tirai un altro schiaffo, molto meno forte anche se ancora sufficiente a farle dondolare la testa. "E questo, era abbastanza forte?" La ragazza, con gli occhi spalancati come fanali, tirò su col naso: "No, padrone".

Avevamo solo una macchina davanti a noi. "Perfetto. Hai capito bene. Ora voglio che tu mi chieda di dartene un altro, della giusta forza. Voglio che ti umili come piace a te, dimostrandomi tutto il tuo masochismo depravato". Con mezza faccia arrossata, ma con un'espressione che denotava un'eccitazione parossistica, Anna si mise in posizione, e guardandomi finalmente negli occhi, sussurrò: "La prego, padrone, potrei avere uno schiaffo molto forte?". Il volto doveva bruciarle molto, e la bocca aveva preso a tremare leggermente in attesa del dolore. "No." le dissi, come il sadico della famosa barzelletta. Presi il biglietto dal distributore automatico del casello, premetti sull'acceleratore, e partii.

Durante il viaggio continuai l'istruzione della mia schiavetta. "Ora parliamo di posizioni: sai già che devi tenere le braccia conserte dietro la schiena, per esporti meglio. Inoltre, da oggi dovrai sempre tenere le gambe allargate. Né accavallate, né accostate. Allargate. Questo serve a permettere a chiunque, in qualunque momento, di potersi chinare e guardarti la figa. Per farlo, naturalmente, non dovrai indossare le mutande, che infatti da questo momento in poi ti sono proibite. Toglitele, avanti". Ormai perfettamente partecipe del suo ruolo di schiava lasciva, Anna si mosse subito, facendo scivolare le orribili mutandine di cotone fino a terra, e sfilandole senza togliere le scarpe basse. "Senti come puzzano," la umiliai, "sono fradice del succo della tua figa. Sono sicuro che è da stamattina che sei bagnata per la prospettiva di essere trattata da schiava per due mesi, vero?" "S... Sì, padrone. È tutto il giorno che sono eccitata".

"Lo immaginavo, puttanella. Del resto del tuo abbigliamento ci occuperemo più tardi. Per quanto riguarda le posizioni, invece, da adesso dovrai tenere la bocca sempre socchiusa. È un segno di sottomissione importante, e non tollererò di vedere le labbra strette. Ora, una delle cose più importanti di questi mesi sarà la tua educazione sessuale. Hai qualcosa in contrario a imparare come dare piacere con il tuo corpo?" "N... No... No, padrone". "Certo che no. Dopotutto, dovrebbe essere l'impiego principale di una troia masochista come te, no? Ti insegnerò tutto quel che c'è da sapere, e sono sicuro che sarai una buona allieva".

Anna aveva preso la posizione che le avevo spiegato, con le ginocchia alla distanza di almeno due palmi e le labbra pronte socchiuse a scoprire appena gli incisivi bianchissimi, pronta a ricevere un immaginario cazzo. A questo proposito, mi ricordai che Anna non sapeva nulla di sesso, né tantomeno di pratiche poco tradizionali. Sapevo per esperienza diretta che anche la ragazza più depravata può subire uno shock nello scoprire le dimensioni di un vero pene, o gli usi che se ne possono fare; al di là di quel che le dicevo quando la umiliavo, la mia schiavetta dimostrava davvero una certa tendenza naturale alla depravazione, ma era meglio ammorbidire l'impatto con quanto la aspettava. L'occasione capitò dopo qualche chilometro, mentre passammo un cartello che indicava un autogrill. "Mi scusi, padrone," mi sussurrò Anna, "ma dovrei fare pipì. Potremmo fermarci un attimo?".

Non aspettavo niente di meglio. Entrai nell'area di servizio, chiusi l'auto e accompagnai Anna al bagno, piantonando l'ingresso per paura che un ripensamento dell'ultimo minuto la facesse fuggire, o chissà che. Per mantenere alta la sua eccitazione, le ordinai di togliersi il reggiseno mentre era alla toilette, confidando nel suo amore per l'esibizionismo. Quando tornò, aveva l'espressione indefinibile delle donne vicine all'orgasmo, che contrastava piacevolmente con la guancia ancor gonfia per gli schiaffi di prima. Tenendola sotto braccio, la portai nel minimarket dove, vicino alla cassa, trovai subito quel che stavo cercando. Racchiusa in una busta di plastica, dallo scaffale spuntava una raccolta di una rivista porno di bassa lega, specializzata in penetrazioni e sesso orale. Risparmiai ad Anna l'imbarazzo, forse ancora eccessivo per lei, di comprarla, e passando alla cassa attirai lo sguardo severo della cassiera, che non fece che divertirmi.

Tornati in macchina, diedi ad Anna, i cui capezzoli erano ormai bene eretti ed evidenti sotto la camicetta leggera, la rivista. "Guarda bene, e impara," mi limitai a dire, e ripartii mentre la ragazzina entrava sbigottita in un mondo per lei tutto nuovo. La schiavetta guardava le grandi fotografie a colori con attenzione, evidentemente affascinata dai corpi nudi e da ciò che facevano. Nella sua espressione non intravvedevo nulla dello schifo che temevo avrebbe provato, e dopo una mezz'ora abbonante la interrogai: "Ti piace, schiava?". "Sì, padrone". "Voglio che tu mi dica cosa ti piace di più e cosa meno". "Mi... mi piacciono i peni. Sono così grandi... diversi da quelli dei quadri e delle statue. Mi piace molto come li baciano queste donne. Quella bianca è sperma?" Mi divertiva l'uso che Anna faceva dei termini imparati a biologia. "Sì, Anna. È sperma, e viene fuori quando un uomo ha un orgasmo". "Oh, sì... padrone, lo so. Deve avere un buon sapore. Non sapevo che fosse così tanto. Invece non capisco quando lo infilano... nel culo. Non si sporca, padrone?" "Certo, a volte si sporca".

La conversazione finì lì, io mi concentrai nella guida, e Anna nella lettura. Ormai l'odore dei suoi umori aveva impregnato l'automobile. Arrivammo alla barriera di Milano dopo qualche ora, con il sole ancora alto. C'era ancora molto traffico, e raggiungere la mia meta fu piuttosto lungo. "Ora ti porterò da un medico," spiegai ad Anna. "che ti prescriverà un anticoncezionale che dovrai prendere tutti i giorni. Non voglio avere sorprese, chiaro? Rispondi a tutte le domande che ti farà come se fossi io a fartele, ma non chiamarlo 'padrone'. Per tutte le altre persone che ti farò incontrare dovrai usare la parola 'signore'. Hai capito?" "Sì, padrone".

L'amico da cui la portai putroppo era dovuto uscire urgentemente dallo studio, e il rapido esame necessario venne eseguito dall'infermiera sua moglie, una bionda di trent'anni che condivideva gli interessi del marito, ma che non ero mai riuscito a incontrare. Raggiungemmo una farmacia poco prima che chiudesse, e feci acquistare ad Anna, ancora vergine, le pillole che la dichiaravano donna.

Tornati in macchina, ebbi la fortuna di incrociare un supermercato aperto, in cui andammo a fare una piccola spesa in previsione dell'arrivo a casa, dove il frigorifero era stato lasciato vuoto per le vacanze. La mia schiavetta mi seguiva silenziosa passo dopo passo, come un cagnolino innamorato del proprio padrone. Sapevo che in quei momenti aveva lo stomaco stretto dall'ansia e dalla paura delle cose misteriose che le sarebbero capitate di lì a poco, e trovavo piacevolmente eccitante rimandare fino all'ultimo l'arrivo nella casa che sarebbe diventata la sua prigione per due mesi.

Attorno alle otto e mezza di sera, entrammo finalmente nel parcheggio della mia villetta. Per comprarla avevo dovuto fare qualche sacrificio, ma per me era la concretizzazione di un sogno e di una scommessa, fatta silenziosamente nei confronti di chi aveva cercato di dissuadermi dal diventare uno scrittore professionista. Un po' per fortuna, un po' per capacità, i primi due libri erano però diventati dei best seller tradotti anche all'estero, e avevo investito tutti i guadagni in quella casa. Si trovava fuori città, in mezzo a una zona prevalentemente dedicata all'agricoltura, ed era stata costruita pensando alla tranquillità. Era circondata da un giardino con alte siepi, e avevo avuto l'accortezza di comprare per pochi soldi anche un "salvagente" di terreno incolto tutto attorno al suo perimetro, per assicurarmi che nessuno potesse invadere la mia privacy costruendo qualcosa adiacente alla mia proprietà.

Scendendo dall'auto, feci notare la tranquillità della zona alla mia preda, cui avevo fatto cenno di portare le valigie in casa. "Muoviti, schiava! Da oggi sei anche la mia bestia da soma, e qui potrò addestrarti come si deve. Come vedi siamo in mezzo alla campagna, e non c'è nessuno nel raggio di un chilometro abbondante. Questo significa," conclusi aprendo la porta d'ingresso, "che sei mia prigioniera: non puoi chiamare aiuto e non puoi scappare da nessuna parte". Mi girai a osservare le sue reazioni a questa frase, mentre spostavo l'interruttore principale della luce: il volto di Anna era rosso come un peperone, e non certo per il peso delle valigie. "Ricordati," la fissai negli occhi, "ora tu sei la mia schiava, e io posso fare di te tutto quel che voglio. Ma non solo: io posso anche riportarti dai tuoi genitori, farti tornare una ragazzina incapace qualunque e farti perdere per sempre ogni possibilità di essere la schiava masochista e depravata che ti piace tanto essere!"

Arrivammo nella camera degli ospiti. "Lascia qui le valigie, e spogliati completamente. Sei una cagna, e le cagne non hanno vestiti". Anna obbedì subito, slacciando impacciata i bottoni della camicetta. Davanti ai miei occhi vidi svolgersi la proverbiale trasformazione da brutto anatroccolo in cigno: dal tessuto spuntarono i seni giovani e sodi, coperti da un sottile strato di sudore lucido. I capezzoli erano duri ed eretti, svettanti verso l'alto come capita solo nelle ragazzine. Poi venne il turno della cintura, appoggiata velocemente su un letto vicino, e della gonna, che Anna si sfilò chinandosi leggermente in avanti, e facendo così penzolare in maniera eccitante le mammelle. La ragazza uscì dai vestiti con rapidi passi delicati, sollevando alternativamente i piedi per sfilare le scarpe, poi rimase immobile di fronte a me, con le braccia conserte dietro la schiena e le cosce ben distanziate, come le avevo ordinato. Al loro interno, spiccava una patina un po' troppo lucida per essere causata solo dal sudore della giornata estiva.

Aveva un corpo davvero piacevole a guardarsi, ma ero ben deciso a proseguire con metodo la sua degradazione. Le girai lentamente attorno, mi sedetti sul bordo del letto e, con il solo suono della voce nel silenzio assoluto della stanza, la feci trasalire: "Direi proprio che non ci siamo. Vieni qui davanti a me, e incrocia le mani dietro alla testa". Anna si avvicinò, con un profumo indefinibile di umori, sudore e chissà quale prodotto di bellezza profumato di fiori. "Innanzitutto," la esaminai senza sfiorarla, "le ascelle. Tu sei qui per farmi piacere, non schifo. Quei peli," dissi riferendomi a un lievissimo alone nero, "vanno eliminati". La ragazza annuì. "Poi i seni. Immagino ti sarai resa ben conto di avere delle tette ridicole. Sembrano quelle di un uomo, tanto sono piccole! Con delle tette così, non è certo possibile trovarti eccitante: purtroppo temo che per il momento non ci si possa fare nulla, ma è proprio vero che sei nata con tutte le disgrazie". Naturalmente non era vero nulla: Anna portava una seconda più che adatta al suo fisico minuto, e i seni erano parabole perfette, ma la mia osservazione la fece arrossire ulteriormente per la vergogna, e iniziare a tremare.

"La pancia." sibilai, "Hai diciotto anni e sei già grassa. Da stasera starai a dieta, fino a che non saremo riusciti a eliminare questo lardo nauseabondo e i cuscinetti di grasso che hai dappertutto". La ragazza cominciò a respirare pesantemente, cercando di reprimere le lacrime, e ad annuire con forza molte volte di seguito, sull'orlo di una crisi isterica, ma era esattamente quello che volevo. "Poi ci sono i peli del pube. Quelli vanno assolutamente eliminati: le schiave non possono permettersi di nascondere i loro buchi lubrichi, e con una bella depilazione sarai ancora più nuda, e io potrò tenere d'occhio quel tuo clitoride sempre pronto a indurirsi. Sei d'accordo?"

Anna inspirò con forza, e scuotendo la testa sussurò debolmente: "Sì, certo padrone." "Adesso girati, e chinati in avanti prendendoti le caviglie con le mani. Voglio guardarti bene". La schiavetta fece quello che le dissi, anche se con qualche difficoltà. A pochi centimetri dai miei occhi potevo contemplare la visione paradisiaca dei suoi buchi ancora vergini, che mi apprestavo a violare nelle maniere più bizzarre e dolorose. La fighetta era un'albicocca tumida e coperta di rugiada, con il clitoride rosso per l'eccitazione che spuntava fra le sue pieghe. Il culetto invece era un forellino perfettamente rosa, le cui grinzette conducevano l'occhio a promettenti profondità da esplorare senza pietà. Il cazzo era diventato marmo nei pantaloni, e sgusciando dai boxer lottava per strappare il tessuto sulla coscia e uscire allo scoperto, ma ora il mio scopo era solo quello di demolire Anna, fino a farla credere la creatura più disgustosa del pianeta.

"Naturalmente, faremo sparire anche questi peli schifosi e puzzolenti che hai dietro. Sei davvero una bestia: ma non ti pulisci mai la merda dal culo?" Anna rispose contraendo le natiche. "No, certo, una puttana come te non è nemmeno in grado di fare una cosa così semplice". La incalzai, togliendole il tempo di capire l'assurdità di una simile affermazione. "Questi buchi avranno bisogno delle massime cure. Come hai visto, le donne normali li usano per dare e prendere piacere, ma tu non sei una donna normale. Tu sei una schiava, e il tuo solo scopo è dare, non ricevere. Per questo motivo, cercheremo di renderli più accoglienti del normale, anche perché se non fossi per lo meno più comoda delle altre donne, con l'aspetto che hai non avresti nessuna speranza di essere scopata. Inizieremo presto l'addestramento, e ti assicuro che non mi interesserà nulla di quello che proverai". La figa di Anna si era messa a pulsare visibilmente, mentre il suo corpo era scosso da tremiti: quell'umiliazione, unita all'idea dei maltrattamenti intimi che avrebbe subito, la eccitavano come la più navigata delle schiave. "Naturalmente, è probabile che una schiava masochista come te, perversa fino al midollo, provi piacere nel subire quello che per le altre sarebbe una tortura. Vedo bene come ti eccita l'idea, e provo davvero disgusto per te. Sei molto fortunata ad avere trovato chi si prenda cura delle tue schifose malattie". Le labbra del volto rovesciato che mi guardava da in mezzo alle gambe, congestionato per la posizione, si mossero forse involontariamente: "Sì, padrone. Grazie!" "Ma insomma!" le urlai, facendola quasi cadere per lo spavento, "È possibile che tu non sia nemmeno capace di stare zitta? Sei la peggiore schiava che si sia mai vista, e non so neanche perché io stia a perdere tempo con te".

Feci passare qualche istante, per imprimerle bene in mente il nostro rapporto, che dal suo punto di vista era ormai diventato un dono preziosissimo, da non perdere per nessun motivo. "Poi abbiamo i muscoli. Ti credi che non veda che fatica fai a tenere una posizione così semplice?" continuai con il mio esame, "Qui bisogna fare qualcosa per allungarli un po', e insegnarti anche che gli oggetti non si muovono. Tirati su e girati". Anna si raddrizzò con evidente sollievo ma forse un po' troppo rapidamente, e per un attimo barcollò per aver perso l'equilibrio. Quando fu nuovamente in posizione, continuai l'umiliazione. "Infine abbiamo queste caviglie. Sono grosse, sgraziate e soprattutto nella posizione sbagliata. Scommetto che non ti sei mai preoccupata di indossare tacchi alti, vero?" "No, padrone," confessò sull'orlo della disperazione la ragazza. "Lo immaginavo, eppure non è difficile. Basta guardare una qualsiasi foto, o illustrazione, o un manichino! Per essere piacevole a guardarsi, una donna deve tenere il piede come se fosse un prolungamento della gamba, camminare in punta di piedi. Da domani ci occuperemo anche di questo: anche se non hai fatto nulla per meritarlo, domani andremo a comprare delle scarpe adatte, con un tacco a spillo adeguato, e forse riusciremo a renderti guardabili almeno i piedi". Sul volto di Anna avevano già cominciato a scivolare delle lacrime silenziose, ma non avevo ancora finito. "Adesso seguimi, schiava. Cominciamo a renderti accettabile togliendoti di dosso questa puzza".

Arrivammo nel bagno, dove le mostrai i comandi della vasca per idromassaggio. Rimanemmo in silenzio mentre la vasca si riempiva, mentre Anna continuava a piangere sommessamente, priva ormai di ogni orgoglio personale. "Spero che tu sappia come lavarti. Quando sei pronta asciugati con l'asciugamano nell'angolo e torna da me". Uscii dalla stanza mentre la ragazza entrava in acqua. "E non masturbarti senza il mio permesso, depravata!"

Mentre Anna era impegnata nel bagno, mi diedi anch'io una rapida sciaqquata e preparai l'occorrente per la serata, recuperando una borsa di materiale dalla "cantina". Quando Anna mi raggiunse, trovò ad aspettarla una parure di lacci di cuoio, disposti in bell'ordine sul letto. "Da questo momento in poi dovrai indossare sempre i segni della tua schiavitù," le spiegai facendola avvicinare, "alcuni di questi accessori ti saranno tolti in pubblico, ma il collare lo indosserai in continuazione, proprio come una cagna". Anna aveva nuovamente gli occhi lucidi per l'eccitazione, e si fece allacciare con entusiasmo le polsiere e le cavigliere che avevo preparato, fatte di cuoio nero imbottito, dotate di anelli spessi e resistenti, e chiuse con un lucchetto identico per tutti i pezzi. Le feci alzare i capelli mentre le applicavo il collare: sembrava stesse ricevendo una collana in dono, ma mi assicurai di farle capire la funzione dell'oggetto. Strinsi il cuoio quanto più era possibile senza darle problemi di respirazione, e agganciai una catena all'anello che le luccicava sulla gola. "Ora mettiti a quattro zampe, e stai nella posizione che ti compete," le ordinai, dopodiché la condussi come una cagnolina fedele in tutta la casa, mostrandole gli oggetti più importanti e ogni stanza, tranne una. Quando arrivammo di fronte alla porta della cantina, mi limitai a strattonarla via con più forza del normale, facendole emettere un mugolio. Cominciavo ad avere fame, ma c'era qualcosa che volevo farle fare fintanto che avesse lo stomaco vuoto. "Inginocchiati," sbraitai, e la mia schiavetta si alzò con qualche incertezza, mettendo subito le mani dietro la schiena. Usando un moschettone da marina, unii fra loro gli anelli dei bracciali imprigionandola per la prima volta. "Prova a muovere le braccia," le suggerii, e Anna lottò debolmente contro i legami. "Ora sei legata, legata come una schiava. Ti piace essere legata, e tirata per il collare come un animale?" La sua voce era come sempre un sussurro: "Sì padrone, sono tanto felice. È quello che ho sempre desiderato...". "Lo so," la interruppi, e ora anche se non lo meriti in alcun modo voglio soddisfare una altra tua fantasia perversa".

Trascinai la mia volenterosa prigioniera davanti a una poltrona, e mi sedetti abbandonandomi per un attimo alla sensazione piacevole di un filo d'aria fresca, proveniente dal climatizzatore che stava cominciando a rendere la casa vivibile. "Ora tirerò fuori il mio cazzo," la avvertii, "e ti insegnerò a fare un pompino". Anna trasalì leggermente. "È una cosa che fanno tutte le donne, e che devi imparare a eseguire alla perfezione. Ricordati sempre che ora l'unico scopo della tua esistenza deve essere darmi piacere e servirmi". La schiava annuì, mentre io estraevo dai pantaloni il pene semieretto. "Avvicinati. Come vedi non è bene eretto, perché nonostante tutti i miei sforzi non è possibile eccitarsi con un mostro come te. Il tuo primo scopo sarà quindi di eccitarmi per bene usando la bocca. Inumidisciti le labbra con la lingua". Anna eseguì con movimenti rapidi, che tradivano la sua paura. "Ora baciami tutto il cazzo". Le labbra calde e morbide della ragazzina erano un sogno: il suo corpo si inarcava e la testa si inclinava in maniera deliziosa nel tentativo di raggiungere ogni punto, con bacini tutto sommato casti, come avrebbe potuto dare a un bambino piccolo sulla guancia. "Senti come si sta indurendo? Però devi metterci più passione. Ora usa la lingua, e leccami per bene. Devi dare lappate piene, lente, come un cane. Leccami anche le palle, ma con delicatezza perché sono molto sensibili". In pochi attimi, il pene fu perfettamente lucido di saliva ed eretto. Il prepuzio aveva scoperto per metà il glande, e Anna studiava il membro con un misto di attenzione e perplessità.

"Adesso apri leggermente la bocca, solo quel che basta per prenderlo. Fa un anello con le labbra, e usale per spingere indietro la pelle che copre la punta". La cappella entrò nella bocca calda e umida della ragazza, e provai un leggero brivido nel violare quel canale. Anna cominciò a tirare indietro la testa, ma la fermai. "No, stai così. Ora usa la punta della lingua per accarezzare lentamente tutta la punta, in particolare sotto... Sì... Lì..". Mantenere il controllo era difficile, ma era importantissimo mantenere il ruolo del maestro un po' annoiato. "Ora voglio che tu faccia scivolare lentamente il cazzo in bocca. Fallo appoggiare sulla lingua, e prendine più che puoi. Voglio sentire la tua gola con la punta: fermati solo se non ne puoi fare assolutamente a meno". La schiava si mosse lentamente, con qualche difficoltà per la posizione scomoda in cui si trovava. Arrivata a buon punto, sentii distintamente il velopendulo toccare la cappella, e la ragazza ebbe un soprassalto, scossa dal riflesso naturale che la spingeva a estrarre il cilindro di carne dura dalla gola, ma prima di abbandonare l'impresa fece un altro tentativo, riempiendosi gli occhi di lacrime. "È tutto qui quello che sai fare?" trovai il coraggio di ammonirla, "Non mi dirai di non essere buona nemmeno a fare pompini? Hai visto le ragazze sulla rivista, che prendevano cazzi per tutta la loro lunghezza? Prova ancora, e tieni la testa più all'indietro, così farai meno fatica". Anna fece scivolare ancora qualche millimetro di carne in bocca, ma ancora ebbe un sussulto. Sapevo bene di chiederle molto, ma il mio gioco consisteva proprio nel pretendere l'impossibile, per umiliarla quando non riusciva a darmelo.

"Sei proprio una piccola incapace," incalzai, mentre la ragazza cercava di fare un altro, disperato tentativo di gola profonda, "ma penseremo anche a questo. Ora fammi un massaggio con le labbra e la lingua. Tiralo tutto fuori, e senza perderlo dalle labbra torna ancora giù finché puoi". Anna ubbidì, lentamente e cercando il mio sguardo con gli occhi, ma quando sentii nuovamente la sua gola contro il mio cazzo non riuscii più a controllarmi. "Dovrai imparare bene anche la velocità," le dissi, "Non fare resistenza e fa' fare a me". Con entrambe le mani le afferrai i lati della testa, più delicatamente possibile, e iniziai a muoverla con un ritmo più adatto alle mie esigenze. "Muovi la lingua," trovai la forza di ordinarle, "e passala su tutto il glande quando arrivi alla punta". Dopo qualche stantuffata, la ragazza riuscì a prendere il ritmo, e a fare un servizio non eccelso, ma forse anche per la sua inesperienza molto eccitante. Con un grande sforzo di volontà, rallentai il pompino per prepararla al mio orgasmo. "Tra poco ti godrò in bocca," le spiegai, "e voglio che impari da subito a bere sempre tutto. Non perderne nemmeno una goccia, capito?" Gli occhi un po' lucidi mi guardarono, dilatati. Dopo un leggero gesto di assenso, ricominciai a usare il corpo della ragazzina per il mio piacere. Bastarono pochi andirivieni, e presto sentii lo sperma avanzare irrefrenabile. Riuscii a ritardare l'orgasmo solo del tempo necessario a estrarre la maggior parte del cazzo dalla bocca di Anna, per non schizzarle tutto in gola.

La ragazza soprassalì, ma nonostante le sensazioni nuove di quella pratica riuscì a tenere la bocca incollata al mio fallo pulsante di godimento. La vidi ingoiare, e subito dopo ricevere un altro schizzo. A giudicare dalla sua espressione, il sapore non doveva piacerle molto, ma fortunatamente non vomitò, come avevo temuto nel pomeriggio. Chiudendo gli occhi sul lecca lecca di carne, Anna mandò giù anche il secondo schizzo. Non appena riuscii a prendere fiato, le diedi il nuovo ordine: "Ora usa la lingua per ripulirmi tutto. Succhia bene tutto lo sperma e ingoia, puttana!" In questo la mia schiavetta fu più brava di quanto avessi mai potuto sospettare, e in pochi secondi estrasse il pene dalla bocca, dal cui angolo sinistro colò un sottilissimo filo bianco. Era stata un'esperienza eccezionale, ma non volevo darle alcuna soddisfazione.

"No, non ci siamo. Scommetto che non ti è neanche piaciuto il mio sperma, vero?" Arrossendo, Anna scosse la testa: "No, padrone... m...mi spiace!" "Sei proprio un rifiuto umano, una spazzatura! Pensa a quanti milioni di donne sarebbero state felici di potersi nutrire con una cosa tanto buona e preziosa come lo sperma, e tu fai addirittura la schifata!" Guardandole gli occhi, capii che Anna stava per piangere. "Oltretutto il tuo pompino faceva schifo. Ho goduto solo per un motivo meccanico: non certo perché tu mi abbia eccitato. Sei senza speranza, ma forse riuscirò anche a insegnarti queste cose. Innanzitutto dovrai imparare a prendere tutto il cazzo, fino in gola, e poi dovrai imparare a succhiare per bene, a darmi qualche sensazione in più di mettere l'uccello in un buco freddo". Era fatta. Anna scoppiò in lacrime, e mentre singhiozzava le liberai le braccia e la trascinai a quattro zampe, senza complimenti, verso la cucina.

Feci inginocchiare Anna con la faccia contro il pavimento e le braccia incrociate dietro la schiena: i buchi vergini facevano bella mostra di se fra le gambe deliziosamente divaricate, e il sedere bene esposto mi fece cambiare rapidamente progetto. Appoggiai gli attrezzi con cui volevo preparare qualcosa da mangiare, e riferii alla mia schiavetta le mie intenzioni: "Sai, schiava, quel tuo culo all'aria mi ha fatto venire in mente una cosa. Tu sei qui per essere addestrata al tuo ruolo, e nel non gradire il mio piacere hai certamente commesso una grave mancanza. Volevo rilassarmi e mangiare qualcosa, ma penso che tutto sommato tu meriti una punizione per il tuo comportamento, e se la rimandassi ti abituerei subito male. Alzati, e mettiti in piedi appoggiata con il ventre al tavolo, sul lato lungo". Anna scattò in posizione, con una rapidità che suggeriva come non avesse capito cosa la aspettasse. "Appoggiati sul tavolo, e apri le gambe fino a toccare con le caviglie le gambe del tavolo". Mentre la schiavetta ubbidiva con qualche difficoltà, estrassi da un cassetto delle piccole corde sintetiche, come ne tenevo nascoste un po' in tutta la casa. Usando gli anelli sulle cavigliere, fissai le gambe della ragazza in posizione divaricata, e dopo un attimo anche i polsi vennero bloccati alle altre due gambe, lasciandola completamente immobilizzata. "Ora aspettami qui," la avvisai minaccioso, dirigendomi in cantina.

Tornai qualche minuto dopo, impugnando un gatto a nove code nero, con le lacinie lunghe circa un metro. Mi portai davanti ad Anna, e le presentai l'oggetto. "Questo è un gatto a nove code, schiava. Uno dei motivi per portarti qui è stata la necessità di punirti con strumenti adatti, e questo è proprio quel che ti serve. Si tratta di una frusta vera, progettata appositamente per fare male e segnare la pelle". Feci dondolare lo strumento davanti ai suoi occhi vitrei: "Tra poco mi metterò dietro di te, e lo abbatterò con forza sul tuo corpo. Desidero farti soffrire molto, per punirti del tuo affronto e anche perché la cosa mi diverte. Ciascuna di queste cordicelle intrecciate ti lascerà dei bei segni rossi sulla pelle, e ti accorgerai subito che ti farà provare sensazioni molto diverse dalle sculacciate cui sei abituata. Siccome sei la mia schiava, e sei legata nuda in mio potere, non puoi fare nulla per fermarmi. La punizione terminerà solo quando sarò soddisfatto del colore del tuo sederino, e ti avverto che ho in mente una tonalità di rosso molto accesa". Feci passare qualche istante, per imprimere nella mente della ragazza tutti i particolari di quella frase, il cui scopo era sottolineare ancora una volta il suo ruolo sottomesso. "Bene, ora voglio che tu mi chieda di darti la giusta punizione," le ordinai. La sua voce era acuta e tremante per la paura: "M... La... La prego, padrone... S... sono stata molto cattiva... e... e... ho b... bisogno di essere... punita... la p... la prego d... di punirmi, padrone".

"D'accordo," risposi ostentando svogliatezza, "vorrà dire che ne approfitterò per insegnarti un po' di fisiologia." Mi spostai sul suo lato sinistro, soppesando la frusta. Le diedi ancora qualche secondo di quiete, per farle apprezzare al meglio gli importantissimi istanti che precedono il dolore, poi vibrai il primo colpo facendo atterrare le estremità delle corde sulla natica destra, senza trattenere in particolar modo la forza della frustata. Anna lanciò uno strillo acutissimo, che rimbombò fra le pareti della cucina. "Questa era la prima frustata che hai preso come schiava, la punizione che tutti i masochisti come te sognano sempre. Il dolore che senti è provocato dai recettori che hai negli strati superiori della pelle". Mantenendo un tono calmo, vibrai il secondo colpo mirando all'altra natica. "Mmmhaaaaa!" "Ora vorrei che ti concentrassi sulle sensazioni che provi. Senti le differenze fra le due natiche? Quella di sinistra di brucia intensamente per il dolore, mentre nell'altra si è già fatto strada una specie di calore, simile a quello che provavi quando venivi sculacciata. Questo fenomeno è dovuto al fluire del sangue, che circola più rapidamente dove sei stata frustata". Le diedi altre due frustate sul culo, lasciandola senza respiro con la seconda, che arrivò a metà del primo urlo. "Il motivo per cui ti piace tanto soffrire, Anna, è che i recettori del dolore sono esattamente gli stessi che quando vengono stimolati un po' meno intensamente provocano il piacere".

Altre due frustate. "Hiii... Yaaah!" "Naturalmente tu godi anche perché sei una depravata che prova piacere nell'umiliazione, e nell'idea stessa di trovarsi nuda e torturata per il piacere altrui. Però il dolore intenso della frusta ti sta dando delle sensazioni molto intense, vero?" Per qualche secondo si sentirono solo i mugolii e il respiro pesante, soffiato, della mia vittima. Poi decisi di scioglierle la lingua con un'altra frustata, questa volta diretta alla base delle natiche. "Rispondi! Ti ho fatto una domanda!" "Uuuh..." singhiozzò la ragazzina, "Ahh... Sì... È vero... brucia tutto... dentro...". Un altro colpo, che si andò a sovrapporre ai lunghi segni rossi che erano già spuntati sul culetto di Anna. "Ah, ah, Aaaarrr!!!" "Sei una piccola puttanella viziosa. Ora continuerò a frustarti, così faremo arrivare il calore fino alla tua figa vogliosa". Le vibrai un'altra decina di colpi, cercando di coprire tutta l'area dei glutei. Facevo cadere le frustate incessantemente, sommando dolore a dolore: era una punizione piuttosto dura, ma la sottomissione perfetta della ragazza mi aveva spinto a forzare un po' le tappe. Intorno al sesto colpo, Anna cedette: "Nnaahh! Nooo! Bastaaah! Haahrrgg! No! Pietà! Non ce... Uhuuu! Non ce la faccio piuuh! Yyaaah! Muoioooh!"

La poveretta doveva davvero soffrire moltissimo, ma la cosa non faceva altro che stimolare la mia crudeltà. "No che non muori, schiava. Stai solo soffrendo per la punizione che meriti e che mi hai chiesto," le spiegai sperando che mi sentisse, mentre continuavo la fustigazione, "Stai provando dolore perché sei un oggetto di mia proprietà e io ho deciso di farti soffrire". Poi, finalmente, successe quello che speravo. Anche se dalla sua bocca continuavano a uscire lamenti, anche se le lacrime ormai cadevano libere sul pavimento, il corpo di Anna venne scosso da un tremito, stimolato forse dal dolore, forse dalle mie parole. Non appena sollevai la frusta dopo l'ennesimo colpo, tutti i suoi muscoli si contrassero nella forza inconfondibile dell'orgasmo, e ai mugolii di dolore si mischiarono quelli del piacere, in una favolosa sinfonia. Rimasi un attimo a osservare lo spettacolo: Anna era riuscita a godere sotto la frusta già alla sua prima fustigazione, e per un attimo forse la invidiai. Attesi un istante, poi la strappai alle ondate di piacere con un'ultima frustata, data proprio sulla fighetta gonfia e grondante di umori vischiosi. In cambio ricevetti un urlo acutissimo, che non aveva nulla del piacere, e in cuor mio pensai già a quando la avrei fatta godere anche con quel tipo di battitura.

"Sei una troia schifosa: hai goduto anche di questa punizione!" la spaventai, "Questo dimostra che quella di schiava è proprio la tua unica natura, e che meriti di essere trattata molto peggio di quanto non pensassi". Anche Anna doveva esser sconvolta dalle sensazioni di quella punizione: dimenticandosi completamente del divieto di parlare, proruppe fra i singhiozzi in una litania che coronava il suo sogno di schiava: "Sì, sì, sono una schifosa... Peggio di un animale, peggio di tutto... Mi piace essere frustata... Essere legata..." Il pianto era diventato una crisi isterica in piena regola, caratterizzata da respiro breve, salti di tono nella voce, un pianto irrefrenabile accompagnato al tempo stesso da un'espressione inconfondibile di gioia e liberazione. "Sono sempre stata una lurida schiava masochista... Non valgo niente, non merito niente..." Gli eventi inequivocabili che la ragazza aveva appena attraversato avevano spezzato del tutto le dighe di pudore e moralità imposta che ne avevano oppresso la sessualità deviata in tanti anni, e ora il suo animo masochista più profondo stava prorompendo da quella falla, scatenato e irrefrenabile: "No, no, niente... Non dovrei neanche esistere... La frusta... La frusta è tutto quello che merito, e anche peggio..."

Lasciai sfogare liberamente Anna, mentre la slegavo dal tavolo. I suoi vaneggiamenti avevano nel frattempo cambiato tono, e si erano trasformati in un borbottio incomprensibile, confuso fra i singulti del pianto liberatorio. Sollevando senza fatica il suo corpo magro, presi la mia schiavetta, ora ancor più piccola e indifesa del solito, fra le braccia. Era la prima volta che le dimostravo un qualche affetto, e Anna ne rimase scioccata: per un attimo smise di piangere, mi guardò con gli occhi arrossati e pieni di lacrime e poi, stringendomi con una forza sproporzionata, scoppiò nuovamente nel suo pianto isterico. Era il momento di confortarla a modo mio, e stringerla sempre più nella mia rete: "Povera, piccola Anna," la coccolai con tono caldo, "povera puttanella masochista... Sei proprio una vergogna, per te, per i tuoi genitori e per tutta la razza umana. Come fai a pensare di appartenere alla nostra razza, quando sei solo un animale depravato, capace solo di godere del dolore e delle umiliazioni?" Mentre la coccolavo, cullandola fra le braccia, provavo un particolare divertimento nel manipolare così la mente e il corpo di quella ragazzina. Per me non era niente più che un giocattolo: bello, forse persino utile, ma niente di cui non potessi privarmi in qualsiasi momento, indifferente al danno psicologico che avevo ormai creato nella sua testolina innocente. "Il tuo posto non è fra le persone, ma forse potrò fare qualcosa per te. Sarà molto difficile, forse sarò costretto a rinunciare, ma c'è una piccola speranza di riuscire. Ho intenzione di addestrarti, Anna, come si fa con un cane o una scimmia ammaestrata, che del resto sono sicuramente più in gamba di te. La tua unica speranza è di imparare a ubbidire perfettamente a qualsiasi ordine ti venga dato, anche al più difficile, umiliante e schifoso".

Anna ebbe un brivido, mentre il pianto si faceva più sommesso, "Poi dovrai imparare a essere un perfetto oggetto sessuale, capace di dare un piacere impareggiabile a chiunque voglia usarti. Da come ti sei comportata prima penso che sarà quasi impossibile, anche perché hai un corpo ributtante, che non potrebbe piacere a nessuno. Insieme però proveremo a rimodellarlo, e a renderlo qualcosa di almeno accettabile. In questo modo forse potrai diventare una vera schiava, e qualcuno potrebbe anche decidere di prenderti al suo servizio. Sai di chi sto parlando?" Senza muovere il volto, che teneva premuto con forza sul mio petto, la ragazzina mormorò: "No, padrone..." e riprese a piangere, anche se ormai la parte peggiore della crisi isterica era passata. "Mi riferisco a qualche sadico, magari a una donna o una coppia. Persone così esistono, proprio come esistono le troie masochiste come te, sai? I loro gusti però sono più comprensibili, e non sono ripugnanti come i tuoi. In tutta la storia dell'umanità, milioni di persone hanno dedicato la loro esistenza intera a dominare gli altri. Condottieri, imperatori, sovrani... ma anche comuni generali dell'esercito, preti, dirigenti o normali capoufficio. Il desiderio di soggiogare gli altri è giusto e accettato da tutti, mentre il tuo masochismo, la tua smania di essere usata e maltrattata, è davvero da voltastomaco." Come sempre, mi rendevo ben conto di starle mentendo e di forzare ogni sua capacità critica con la violenza di un trauma, ma pensavo, e forse a ragione, che costruire per lei una logica, per quanto erronea, di contorno al suo ruolo di schiava, la avrebbe aiutata a vivere la sua sottomissione e ad esserne sempre più partecipe. Anna, da parte sua, era troppo sconvolta da quello che le era accaduto nelle ultime ore e nelle ultime settimane per potere trovare la forza di controbattere le mie argomentazioni, tanto più che il suo subconscio probabilmente non voleva altro che questo, che essere condotto per un sentiero facile anche se assurdo sino a potere accettare la trasformazione in oggetto senza volontà.

"I sadici di cui parlo esistono, e io ne conosco personalmente diversi, ma sono persone che hanno giustamente delle esigenze particolari, e non accetterebbero mai al loro cospetto una ragazzina inutile come te. Prima di poterli incontrare dovrai imparare la sottomissione assoluta, e anche a subire punizioni molto più dure di quella che hai avuto poco fa. Quella gente ama far soffrire davvero i loro schiavi, e non saprebbe cosa farsene di una puttanella come te, incapace di sopportare anche una fustigazione leggera come quella di prima". Come sempre, le diedi un attimo di silenzio in cui potere interiorizzare quel che le avevo detto, e costruirsi una qualche immagine mentale di queste figure misteriose di cui le avevo parlato. "Allora," conclusi, "desideri subire questo addestramento?"

La ragazza crollò a terra, stringendomi le gambe e baciandole in un entusiasmo parossistico: "Oh, sì, si, sì padrone! Sì, la prego, la supplico, mi faccia diventare una buona schiava! La imploro, voglio diventare una schiava perfetta, la migliore delle prostitute. Ubbidirò sempre, farò tutto quello che vorrà, proprio tutto. La prego, mi punisca, mi torturi, mi insegni a sopportare tutto, anche il dolore più forte! Sono una puttana masochista, e non desidero altro che soffrire, la prego!" Con un piccolo sogghigno, le diedi una leggera ginocchiata per allontanarla dalle mie gambe: "Allora mettiti in ginocchio col culo all'aria, schiava. Devo preparare qualcosa da mangiare". Anna scattò in posizione, e mentre aprivo i sacchetti della spesa, non potei fare a meno di ammirare il riflesso delle sue natiche rosse e tremanti nel vetro di un mobile.

La cena fu breve e silenziosa. Io trangugiai un grosso panino imbottito, impaziente di proseguire i miei giochi con Anna. Alla mia schiavetta preparai invece del muesli, che buttato nel latte forma una pappetta a mio parere disgustosa, ma senza dubbio nutriente e dietetica al tempo stesso. Il pasto le venne servito in una scodella per cani, da cui le imposi di mangiare senza mani, proprio come un animale domestico. "D'ora in poi mangerai sempre così," le comunicai, "come la cagna che sei. Questa roba dovrebbe aiutarti a perdere un po' del tuo grasso schifoso." Mentre la schiava lappava rumorosamente il suo pasto, mi fermai a contemplare la mia fortuna. Nel corso degli anni avevo conosciuto e posseduto diverse schiave, ma molto raramente ne avevo viste di così sinceramente votate alla sottomissione e al masochismo. Nella maggior parte dei casi si trattava infatti di ragazze accecate dall'amore, che avrebbero fatto qualunque cosa per compiacere il loro uomo. A volte erano semplici esibizioniste, o feticiste che sopportavano la disciplina e la tortura pur di godere delle loro passioni, e altre ancora erano donne la cui mente era stata fiaccata da anni di sevizie e umiliazioni sino a renderle perfettamente remissive, ma anche insensibili. Anna invece era molto diversa: per via della sua educazione, ma senza dubbio anche per predisposizione personale, amava sinceramente ogni maltrattamento inflittole, e come mi aveva dimostrato più volte aveva dedicato tutta la sua sessualità all'umiliazione e al godimento nel dolore. La mia opera logorante di convincimento forse non era nemmeno necessaria: lei era una ragazza intelligente e colta, e aveva solo bisogno di un alibi, per quanto improbabile, per abbandonarsi alle sue fantasie. Io non avevo fatto altro che dare una forma definita ai suoi sogni di annullamento e sofferenza, e in questo ciascuno si limitava a fare il gioco dell'altro. Ripensando agli incredibili responsi emotivi di quella ragazza nei primi giorni del nostro rapporto, decisi di forzare le tappe, almeno sino a quando Anna non avrebbe mostrato segni di ribellione. Quella sera, tuttavia, avevo già progetti molto impegnativi.

Anna smise di lappare un attimo prima che finissi il mio panino. Le diedi istruzioni di alzarsi, e lavare e riporre la sua ciotola. "Ti è piaciuto?" le chiesi, ironico. "Sì, padrone," sussurrò dolcissima, guardandomi con la parte inferiore del volto ancora sporca di latte, "È stato il pasto più buono della mia vita". Le feci cenno di avvicinarsi, e lei si inginocchiò al mio fianco, ubbidiente. Con un gesto rapido, le catturai un capezzolo fra le dita, e strinsi torcendolo, facendola inspirare forte e costringendola a contorcersi, pur mantenendo la sua posizione, per il dolore. "Maledetta ingrata!" urlai fortissimo, "Stronza e schifosa ingrata! Il cibo più buono della tua vita è stato il mio sperma, non questa roba! Hai capito? Per te non deve esistere niente di più buono di ciò che produce il tuo padrone! È chiaro?" Il volto di Anna, i cui seni non erano ancora abitutati a subire certe attenzioni, era una maschera contorta: "S... Sì padrone! Mi... Aaahhh... perdoni padrone, sono stata... hhhh... un'ingrata... Mmmmhhhh... È il suo sperma il cibo più buonooohhh..." Lasciai il capezzolo, e la ragazza si raddrizzò lentamente. Mi alzai, trascinandola in salotto per il guinzaglio. La sua sofferenza mi aveva eccitato tanto che non potevo più rimandare. "Libera quel tavolo," le ordinai bruscamente, indicando un basso parallelepipedo di legno che mi era stato regalato anni prima.

Mentre ubbidiva, raggiunsi velocemente la camera da letto e tornai con un barattolo di vaselina. "Faccia a terra," le intimai, "e allarga bene le gambe. Tienile così," le posizionai senza complimenti le caviglie, "e offrimi bene il culo". Presi una buona quantità di lubrificante su un dito, e cominciai a spalmarglielo sullo sfintere anale, facendola trasalire. "Stai ferma," la preparai, "è solo vaselina: serve per lubrificarti il culo per questa tua prima penetrazione. Rilassati". Come prevedibile, Anna mantenne invece il forellino molto contratto, e quando le spinsi dentro l'indice mugulò per il dolore. "Più stringi e peggio sarà," le spiegai esplorando la sua calda cavità, "ricordati che il tuo dovere è di essere accogliente per i tuoi padroni". Anna riuscì a rilassare il muscolo un attimo, e ne approfittai per inserire anche il medio. "Aaah..." Ruotai le due dita inclinandole in ogni direzione: l'ampolla rettale era piccola, e con la punta del medio percepii un pezzo di cacca pronto a essere espulso. "Mmmhh... nghh..." I gemiti della mia schiavetta erano eccitantissimi, e avevo il cazzo duro come un paletto. "Sdraiati sul tavolo," le ordinai, estraendo con un curioso rumore di risucchio le dita unte. Anna obbedì impacciata, e fui io a sollevarle le gambe e ad appoggiarmele sopra le spalle. Lei guardò il mio pene con un'espressione evidentemente spaventata, valutandone le dimensioni rispetto a quelle delle dita, e la vidi mordersi il labbro inferiore in un gesto di un erotismo indefinibile.

"Ora rilassati, schiava," le intimai, "ricordati che esisti solo per dare piacere a chi ti usa, capito?" Anna annuì nervosamente, e muovendola un poco per prenderne di mira l'ano, cominciai ad appoggiarvi il glande, rosso e congestionato. Anna mugulò, irrigidendo i muscoli del collo e delle spalle. Io spinsi. Anna gemette, mentre sentivo il buchetto cedere con difficoltà alla pressione. Spinsi ancora, lento ma implacabile. "Aaaaaa..." si lamentò in maniera irreale, e io spinsi, "...AAAAAAAHHHH!" Il glande penetrò completamente, risucchiato subito dallo sfintere. Sul volto di Anna scivolarono lacrime silenziose, mentre il respiro le si faceva affannoso. "Ho detto di rilassarti, troietta incapace!" le urlai, affondando il pene nella carne calda. Guardavo la faccia della ragazzina, che teneva gli occhi stretti come per paura di vedermi, e ogni contrazione della sua bocca mi incitava a entrare sempre di più, sempre più a fondo, godendo ogni istante della contrazione spasmodica del suo sederino vergine. "Ti fa male, eh? Ècco, soffri per il piacere del tuo padrone!" le sibilai quando finalmente tutto il mio sesso era stato inghiottito dal suo intestino. Il mio ventre sfiorò la sua vagina, trovandola già umida. La mia allieva non si smentiva, e anche quell'inculata senz'altro dolorosa la stava eccitando. Le appoggiai le mani sui seni, e cominciai a ritrarmi lentamente dalle sue profondità. Con pochi gesti rapidi trasformai i suoi capezzoli in cilindretti durissimi, che urlavano la loro eccitazione puntando al soffitto.

Assaporai il concerto di piacere e dolore nato dai nostri corpi quando arrivai nuovamente a forzare lo sfintere, questa volta dall'interno, e con un movimento lentissimo che tolse il fiato ad Anna, lo estrassi sporco di tracce marroni e dei filamenti bianchi della vaselina. Un solo istante di pausa, ed ecco un'altra violenza, un'altra forzatura di quel delizioso anellino di carne. Questa volta entrai con più facilità, naturalmente, ma ancora Anna urlò il suo dolore senza ritegno. Vederla singhiozzare mentre si sottoponeva a quello stupro, osservarne il clitoride rosa spuntare ribaldo dalle pieghe più intime, mi fece perdere ogni controllo. Di lì a poco, mi trovai a scoparla con violenza, con l'unico scopo di farla urlare, soffrire, piangere... e godere. Presto il pene potè affondare senza difficoltà nel suo culetto bianco, e uscirne liberamente con un solo, lievissimo "plop". Il suo intestino ormai mi accettava, e ne sentivo le pulsazioni roventi sull'asta del piacere. Ancora qualche affondo, e schizzai tutto il mio orgasmo nelle calde profondità della mia vittima, che ora mugolava a ritmo con la mia penetrazione. Estrassi il pene filante di umori biancastri ripulendolo con attenzione con un fazzoletto: e senza fare abbandonare la lubrica posizione ad Anna cominciai a masturbarla, facendola godere in pochi istanti. "Ti piace, piccola puttanella?" la umiliai, "Ti piace prenderlo in culo, eh? Eppure anche così non vali niente, guarda come mi hai sporcato," le dissi mostrando il fazzoletto pieno di tracce marroni. Anna, ancora scossa dall'orgasmo, aprì bocca per rispondermi, ma in quel momento squillò il telefono. Il tempismo dello scocciatore era notevole, ma nonostante tutto pensai fosse divertente mostrare alla mia schiavetta come una telefonata qualsiasi fosse più importante di lei, e mi alzai per rispondere, con i pantaloni ancora abbassati.

"Sono Ettore," mi rispose la voce all'altro capo del telefono, "ti disturbo?" Si trattava del medico che non ero riuscito a incontrare nel pomeriggio. Rassicuratolo, passò subito al motivo della telefonata. "Greta mi ha detto della ragazza che le hai portato oggi. Senti," prese tempo forse un po' imbarazzato, "è vero che è ancora vergine?" Ettore e io ci eravamo conosciuti molti anni tramite un'inserzione pubblicata su una rivista erotica. Lui e la moglie cercavano una schiava con cui giocare, e io avevo deciso di portar loro la mia vittima di allora, che aveva mostrato molto interesse nello scambio di padroni. Durante i nostri incontri successivi, avevamo discusso delle nostre preferenze, ed Ettore aveva dichiarato la sua grande passione per le ragazze vergini, che aveva tante volte immaginate nei panni di schiave da violentare senza riguardo. Girai lo sguardo verso Anna, ancora in posizione sul tavolino. "Certo. Ma per poco. Le ho appena inaugurato il culo: avessi sentito che strilli!" Sentii entrare il medico in fibrillazione: "Allora fermati, ti prego. Lo sai della mia fantasia, no? Fammela sverginare: ti darò tutto quel che vuoi!"

Mi sentivo fortissimo nel mio ruolo di gatto col topo, e ora addirittura con due vittime. "Mah, non saprei... Perché non le parli, mentre ci penso?" proposi facendo cenno alla ragazzina di avvicinarsi. Le passai la cornetta con sguardo severo, e mi sedetti in poltrona a gustarmi la telefonata, e l'ennesima umiliazione di Anna. "Anna, signore," la sentii sussurrare nel telefono. "Diciotto". "In aprile, signore". "I... Sì, signore, sono una schiava masochista. Io g... mi piace soffrire, e farmi umiliare, signore". "G... godo. Stavo dicendo 'godo'". "Sì signore. Una puttanella incapace". "Io... Io... Sì, all'inizio mi ha fatto molto male, ma poi mi è piaciuto. S... anche per il dolore, signore". "Hrm... Sì, mi brucia tutto, signore". "Il sedere. Il buco del sedere". La ragazza arrossiva sempre più, e ora rispondeva stringendo gli occhi in una smorfia di vergogna profonda. "Sì, signore, questo pomeriggio". "Tutto... No, non ne ho perso neanche una goccia". "Ah... No, signore, ma imparerò". "Come?", "Sì". "Sì, sono ancora vergine, signore". "Solo ogni tanto... no, solo con le dita". "Sì. Se il mio padrone lo desidera sì, signore".

Anna mi porse il ricevitore con il braccio tremante, e non appena lo presi crollò su se stessa, appallottolandosi in posizione fetale e coprendosi il volto con le mani, scossa dall'ennesimo pianto.

"Sei un cattivo, Ettore," scherzai con il mio amico, "me l'hai fatta piangere". "È una bomba," mi rispose affannato per l'eccitazione, "del tutto remissiva. Dimmi cosa vuoi per la sua fighetta, forza". Sorrisi, pensando alle possibilità della richiesta. "Non saprei. Facciamo così: tu vieni domani sera e facci quel che vuoi, e quando sarà il momento ti farò sapere". Ci accordammo per le otto di sera, e non appena abbassata la cornetta spiegai la situazione alla mia schiava.

"Era il marito della dottoressa che hai visto oggi. Lui, che è abituato a maneggiare corpi malati e schifosi, ha accettato di sverginarti quella figa disgustosa. Io non ce la farei mai, soprattutto dopo la pessima esperienza di averti usato il culo". Anna tenette gli occhi bassi, vergognandosi di chissà quali inadeguatezze. "Tu non hai la più pallida idea di come si possa eccitare un uomo, e per il momento ti sei salvata solo perché il pene è concepito apposta per rispondere comunque a certi stimoli meccanici. Con la figa però non puoi avere il controllo della lingua, o la capacità di contrazione del culo, e voglio almeno risparmiarmi la fatica di sverginarti". Ironicamente, era quasi vero. Al di là del fatto che mi era stato più che sufficiente godere due volte, ho sempre amato di più gli altri due canali. Scopare una figa non mi dispiaceva certo, ma trovavo molto più eccitante i rapporti cosiddetti "contronatura", senz'altro più umilianti e meno piacevoli per la donna. Anche se l'avrei senz'altro visitata, avevo progetti di tutt'altro genere per la vagina di Anna, ed ero sicuro che la sua remissività assoluta li avrebbe assecondati alla perfezione. "Ora vieni con me".

Conducendola come sempre per il guinzaglio, a quattro zampe, portai la mia schiava nella camera degli ospiti, dove le mostrai una scrivania. "Questo è il posto dove studierai tutti i giorni. Naturalmente lo farai stando in ginocchio, appoggiando i libri qui". Anna non sembrò molto entusiasta di ricordare i suoi doveri di studente, ma annuì in silenzio. "Ora andrò a lavarmi e a ripulirmi della tua merda schifosa. Tu puoi cominciare a studiare".

Rimasi nell'idromassaggio a lungo, rilassandomi dopo le emozioni della giornata. Ripassai mentalmente i progetti per il giorno successivo, e quando uscii dalla vasca trovai Anna come le avevo ordinato. La porta della camera incorniciava perfettamente il suo corpo bianco, colorato solo sulle natiche dai segni della fustigazione. "Vieni qui," la chiamai, facendola accorrere come un cagnolino fedele in salotto, dove mi sprofondai su una poltrona, vestito solo con il mio accappatoio. Anna si dispose in ginocchio di fronte a me, in attesa di ordini.

"Una cosa importante che devi imparare è mostrare rispetto e sottomissione al tuo padrone," la istruii. "Immagino che tu sappia che un modo per farlo è baciare i piedi". Anna mi guardò interdetta. "Su, muoviti, leccami i piedi, schiava!" mi spazientii. Al suono irritato della mia voce, la ragazza si precipitò a fare quel che le era stato ordinato, anche se molto goffamente. "Ma insomma, è tanto difficile comportarsi come la cagna che sei? Allarga bene quella lingua e premi bene. Lecca bene, adora il corpo del tuo padrone, schiava!" Anna capì subito cosa intendevo, e si produsse in favolose lappate. Sollevai un piede: "Ora lecca anche in mezzo alle dita. Sì, così. Ricordati che toccare il corpo del tuo padrone è un privilegio che devi dimostrare di apprezzare. Se non ti interessa, posso sempre riportarti dai tuoi genitori". La sua linguetta si insinuò inarrestabile in ogni anfratto, terrorizzata dall'idea. "Prendi le dita fra le labbra, baciale come se stessi facendo un pompino". Anna ubbidì, ormai con entusiasmo. "Ricordati che sei una schiava, e vivi solo per dare piacere al cazzo del tuo padrone. Servire il mio cazzo deve essere il tuo più grande desiderio, e quando non puoi devi dare lo stesso trattamento al resto del mio corpo. Impara a leccare, baciare e succhiare".

La feci proseguire per diversi minuti, prima su un piede e poi sull'altro. La mia schiavetta aveva compreso ogni istruzione, e si avventava ora sulle mie estremità come infoiata, come se avesse avuto la fica al posto della lingua. Era un'esperienza deliziosa, ma non potevo perdere l'occasione di tanta passione per proseguire l'addestramento della mia volenterosa sottomessa. "Ora basta," le dissi terminando un grazioso concerto di rumori di lingua, "prima hai visto dov'è la mia camera da letto, e dove tengo le pantofole. Ora fai la brava cagnolina e vammele a prendere". Le sganciai il guinzaglio e la lasciai partire trotterellante come un vero animaletto domestico... con la differenza che la visione del suo culetto roseo, delle cosce fra cui spuntava la figa deliziosa e delle tette a penzoloni mi ispiravano pensieri ben diversi che non un cane qualsiasi. In un paio di minuti, Anna tornò con le pantofole fra i denti, e le lasciò ai miei piedi. "Mettimele," ordinai laconico, e la ragazza ubbidì usando le mani. Era quello che aspettavo. Quando ebbe finito mi alzai, raggiunsi la cucina e tornai, tenendo fra le mani due comuni mollette da bucato.

"Come sempre, hai dimostrato di non essere buona a nulla," dissi calmo. "Hai forse mai visto un cane che usa le mani?" "N... No padrone," sgranò lei gli occhi, non capendo a cosa mi riferissi. "E allora perché non hai usato quella tua lurida e inutile boccaccia per infilarmi le pantofole?" Anna era senza parole. "Come vedi, mi costringi a punirti ancora. Siccome è la prima mancanza di questo tipo, sarà una punizione leggera, ma spero che ti serva da lezione". Come avrete già intuito, la punizione in questione consistette nell'applicarle le mollette sui capezzoli, che alla sola idea del dolore imminente si erano subito eretti. Anna le guardò preoccupata mentre mi avvicinavo ai suoi boccioli rosa scuro, ma sopportò molto bene la stretta per lei nuova, facendosi scappare solo un leggero lamento.

"Sai perché uso queste mollette, schiava?" le chiesi bonario. A una sua risposta negativa, proseguii: "Ho scelto che siano dei pezzi di plastica a darti dolore, perché il tuo corpo non è degno delle mie attenzioni o del mio impegno. Ti fanno male?" "Un po', padrone". "Bene. È per questo che te le ho messe. Per farti male. Anche se sono uno strumento punitivo, devi essere orgogliosa di portarle. Lo devi essere perché rappresentano la mia volontà e il mio dominio sul tuo corpo e sulle tue sensazioni, ma anche perché ti aiuteranno a essere più bella". La ragazza mi guardò senza avere capito l'ultima frase. "Innanzitutto, l'unica speranza che hai di interessare chi ti sta vicino sta nel dimostrare il tuo masochismo più profondo, e indossare degli strumenti punitivi è un ottimo modo per farlo. Poi queste mollette stimolano i tuoi capezzoli e li rendono più sensibili. Questo ti renderà più appetibile dal punto di vista sessuale, anche se siamo ancora molto lontani da livelli accettabili. Infine, ritengo che i capezzoli lunghi siano più belli a vedersi di quei brufoli inutili che hai adesso, e ogni tipo di trazione può contribuire a migliorarne un pochino l'aspetto. Hai capito?" "Sì padrone. Grazie per essersi occupato di questo mio corpo indegno".

"Oooh," approvai, "questa sì che è una risposta degna di una schiava. In premio, meriti di poter baciare anche le mie scarpe". Un attimo di sconcerto, e Anna si abbassò a baciarmi la punta di una pantofola. "Non così: devi leccarle con passione, come hai fatto con i piedi. Queste pantofole sono un oggetto di mia proprietà, che mi degno di mettere a contatto col mio corpo di padrone, e per te devono essere una reliquia preziosa". La ragazza, forse resasi conto che le calzature non erano certo sporche, cominciò a lappare con l'ardore di prima. "È ora che tu impari le funzioni del tuo corpo, schiava". Anna era stata sempre attenta e recettiva, e non vedevo motivo di interrompere il suo addestramento psicologico.

"Ora che sei una schiava, il tuo corpo è composto da molte meno parti, che hanno funzioni diverse da quelle che conosci. La bocca, che stai usando adesso, serve per baciare, leccare e ingoiare tutto ciò che il tuo padrone decide di mettervi. Tu non sei altro che una pattumiera, un cesso. Parte del tuo addestramento consisterà nell'insegnarti ad apprezzare sapori che ora non conosci, e a farti comprendere a fondo il tuo ruolo di contenitore senza volontà. La lingua adesso è solo uno strumento sessuale e di adorazione, che dovrai imparare a usare molto meglio di così. La sua altra funzione, molto secondaria, è quella di permetterti di rispondere alle domande che ti vengono fatte e di far divertire i tuoi padroni con i patetici lamenti che emetti quando vieni punita". Rimasi un secondo ad ammirare il lavoro di pulizia che Anna eseguiva con dedizione: "Naturalmente, come stai dimostrando, la lingua è anche uno strumento di pulizia, che può essere usato in molti modi. Ricordati di leccare bene anche le suole". La ragazzina si era ormai fatta prendere dalla foga masochistica dell'umiliazione, e ubbidì immediatamente, con lunghe lappate premute con forza sul cuoio.

"Poi abbiamo i seni. Come è evidente dalla loro sensibilità, l'unico motivo della loro esistenza è poterti dare dolore, e dare ai tuoi padroni qualcosa da torturare. Per questo motivo averli piccoli come i tuoi è una colpa molto grave per una schiava, e dovremo fare qualcosa al riguardo". Anna leccava con dedizione, muovendo la testa in una danza lasciva attorno ai miei piedi. "Poi ci sono la figa e il culo. Sono due buchi, e il loro scopo è di essere riempiti con tutto ciò che desiderano i tuoi padroni. Per questo, dovremo addestrarli tutti i giorni e dilatarli quanto più possibile per renderli bene accessibili". "L'ultima parte del tuo corpo sono le natiche, che servono per essere frustate e per mostrare sempre i segni delle punizioni, in modo che tutti capiscano a prima vista il tuo ruolo di schiava. Per fortuna sono un po' più resistenti delle tette, e quindi subiranno le maggiori attenzioni. È importantissimo che ti brucino sempre, per ricordarti in continuazione che sei solo una schiava nata per soffrire. Smetti di leccare e rispondi: ti bruciano in questo momento?"

Anna sollevò gli occhioni scuri: "Sì padrone, mi fanno ancora tanto male". "Perfetto," le sorrisi, "ricordati di avvertirmi non appena il dolore si dovesse attenuare, capito?" "Sì padrone," sospirò la schiavetta, "Mi scusi, posso avere il permesso di fare pipì? Mi scappa tanto..." Guardai le pantofole, muovendo i piedi per rimirarle. "Mi sembra che tu abbia fatto un buon lavoro con la lingua. Va bene, ti farò vedere come devi pisciare da ora in poi, ma prima vieni qui". Con una mossa rapida, staccai contemporaneamente le mollette dal petto della schiava, che si lasciò scappare un urletto acuto di dolore. Allacciai nuovamente il guinzaglio al collare, e trascinai Anna verso il bagno. Arrivati davanti alla tazza, cominciai la nuova umiliazione. "Apri il cesso e salici sopra. No," la strattonai, "non così. Quello è il modo in cui pisciano le donne normali, ma tu sei una schiava. Alza anche l'asse, e poi sali in piedi sui bordi della tazza". Anna ubbidì, un po' barcollante. "Ora accovacciati, e apri bene le gambe, in modo da esporre la figa. D'ora in poi dovrai usare questa posizione oscena sempre, anche quando ti troverai in casa d'altri o in un locale pubblico. In questi ultimi casi non dovrai mai chiudere a chiave la porta, in modo che le persone possano entrare e vederti la figa, capendo subito che sei una puttana esibizionista e perversa. Hai capito?" La ragazza arrossì violentemente, immaginandosi senz'altro pescata in quella posa da uno sconosciuto: "Sì, padrone".

In realtà, le occasioni di dare quel genere di spettacolo in una situazione "non controllata", con persone che non fossero al corrente della sua schiavitù, sarebbero state molto poche, ma mi faceva piacere che pensasse di essere così esposta. "Ora puoi pisciare," le concessi, "ma davanti ai miei occhi. Tu sei solo un oggetto di mia proprietà, e non hai nessun diritto a una vita privata". Anna mi gettò un'occhiata indescrivibile, misto di vergogna, eccitazione e orgoglio per come si stava comportando bene nel suo nuovo ruolo: fece un piccolo sospiro, e dalla sua fighetta di diciottenne piovvero alcune gocce di pipì, che raggiunsero con rumore allegro la ceramica del water. Dopo un attimo di pausa, arrivò un piccolo zampillo, e infine una cascata di liquido giallo e odoroso. Io amo molto il pissing in ogni sua forma, e osservai con piacere lo spettacolo sino alla fine, quando un ultimo sprizzo solitario concluse l'evacuazione. "Pulisciti e scendi" ordinai, e dopo avele fatto tirare l'acqua la riaccompagnai a quattro zampe nella sua camera. Da un cassetto della scrivania presi un block notes, di quelli che usavo per prendere appunti anni prima, quando ancora facevo l'inviato per i quotidiani, e una biro.

"Ora ti insegnerò l'ultima lezione di oggi, schiava," le dissi porgendoglieli. "Voglio che tu tenga sempre un diario, che dovrai compilare alla fine della giornata, quando sarai congedata. Devi scrivere tutto quello che hai fatto durante la giornata, ma soprattutto i tuoi pensieri più intimi, e le descrizioni di tutte le tue sensazioni durante le punizioni e mentre sei stata usata, assieme a un elenco preciso delle punizioni ricevute e degli usi sessuali che sono stati fatti di te. Naturalmente non si tratta di un diario privato, perché le schiave non hanno il diritto di possedere nulla, ma ti posso preannunciare che non lo leggerò spesso. Lo scopo è di farti ragionare sui tuoi errori, e di farti apprezzare la fatica che viene fatta per addestrarti. Domani troveremo un vero diario, ma stasera puoi scrivere qui". "Sì, padrone". "Ora sono stanco e voglio andare a riposare, ma prima dobbiamo fare una cosa".

Tirandola dietro di me senza ormai non sentirla quasi più strattonare il guinzaglio, la portai al telefono. "Ora devi chiamare i tuoi genitori. Dì loro che sei arrivata a Londra, che ti sei sistemata nella tua stanza che va tutto bene. Le suore sono simpatiche, il posto è bello e le lezioni cominceranno domattina". La telefonata fu molto breve: anche stando lontano dalla cornetta sentivo la voce acuta ed esagitata di sua madre, agitatissima per la lontananza della figlia, ma Anna fu molto brava a calmarla. A un mio gesto, improvvisò: "No, va tutto bene. State tranquilli. Ora devo lasciarvi, perché ho pochi gettoni... Vi richiamo tra un paio di giorni, tranquilli..." Abbassai il contatto sull'apparecchio per interrompere la comunicazione, e con gli occhi umidi la piccola Anna mi porse la cornetta. Forse sarebbe stato il momento giusto per farle una delle mie tirate sui suoi poveri genitori, sulla sua schifosa depravazione e così via, ma lasciai perdere, tornammo in camera, dove le diedi le ultime istruzioni. "Scrivi quello che ti ho detto, poi spegni la luce e dormi. Siccome sei una schiava, non ti è permesso di usare il letto: dormirai sul pavimento, come un animale. Domani mattina sarò io a svegliarti, anche se in futuro questo compito spetterà a te. Solo per questa sera, se vuoi, ti concedo di masturbarti prima di dormire".

Intenerito dalla sua immagine delicata alla luce calda della lampada sulla scrivania, mi chinai a darle il bacio della buona notte, sulla fronte. Lei assunse un'espressione ancor più adorante del solito: "Grazie, padrone. Buonanotte, padrone". Stanco ma soddisfatto, mi gettai sul letto, godendomi il fresco del climatizzatore. Prima di addormentarmi, riuscii a sentire chiaramente i mugolii sommessi di Anna, che si toccava ripensando alla sua prima giornata da schiava.

La mattina seguente mi svegliai presto, spinto dallo stesso entusiasmo che tira i bambini giù dal letto la mattina di Natale, per giocare con i loro regali nuovi. Trovai Anna già sveglia, e la spedii subito a farsi una doccia nel bagno degli ospiti, mentre io mi preparai con calma alla giornata intensa che mi attendeva. La prima ora della mattinata fu molto tranquilla: ordinai alla schiavetta di prepararmi la colazione, mostrandole dove si trovasse tutto il necessario, e la lasciai lappare una semplice ciotola d'acqua in ginocchio sul pavimento. Di tanto in tanto la interrogavo su ciò che le avevo spiegato il giorno prima: il modo in cui doveva considerare il suo corpo, i suoi difetti, i suoi doveri. Anna rispondeva sempre perfettamente, in maniera umile, senza dimenticare nemmeno un dettaglio: nonostante gli shock del giorno prima, la sua mente era rimasta perfettamente ricettiva, e aveva memorizzato tutto. Quasi non credevo alla mia fortuna: una schiava così non si vedeva nemmeno nei fumetti, e io ero riuscito a trovarla senza alcuna difficoltà.

Finalmente, venne l'ora di apertura dei negozi. Scesi in cantina un attimo, e al ritorno chiamai la schiavetta al mio cospetto. "Questo è il ripostiglio," le dissi indicandole una porta. "Siccome sei un oggetto e in questo momento non mi servi, è il posto che ti compete". Presi Anna per un braccio, e la trascinai nello sgabuzzino, pieno di scaffali su cui tenevo gli attrezzi per la pulizia e qualche vecchia cianfrusaglia. "Ora te ne starai qui, buona e in silenzio fino a quando non avrò voglia di tirarti fuori, capito?" La ragazza fece un segno di assenso con la testa, con un'espressione un po' preoccupata negli occhi. "Questo," le dissi porgendole un realistico fallo di gomma che la lasciò sinceramente stupita, "ti terrà impegnata in mia assenza. Voglio che lo usi per imparare a fare dei pompini decenti". Anna prese l'oggetto con un gesto insicuro. "Mettitelo in bocca, e impara a prenderlo tutto fino in gola". Senza altre parole, chiusi la porta dello sgabuzzino e spensi la luce sul volto perplesso di Anna, rimasta del tutto interdetta. Era importante che conoscesse le sensazioni strane e umilianti dell'isolamento, e per di più non volevo che sentisse le telefonate che stavo per fare.

Prese le pagine gialle, mi sprofondai infatti in poltrona e cominciai ad organizzare la giornata. La prima cosa che cercai fu un centro estetico: trovarne uno aperto in piena estate non fu facile, e le prime due ragazze che mi risposero non erano in grado di fare quel che avevo chiesto loro. Qualche squillo a vuoto dopo, ottenni quel che mi serviva: si trattava di un piccolo centro un po' in periferia, e l'estetista che rispose non batté ciglio alla mia richiesta di una depilazione intima completa. Presi appuntamento per la mattinata stessa, e passai oltre: tutti i negozi che mi servivano erano aperti, e impiegai in tutto una mezz'oretta circa.

Tornato al ripostiglio, trovai Anna in piedi, nella posizione rigida che assumono di solito i mangiatori di spade. Aveva il volto paonazzo e le lacrime agli occhi, ma il fallo finto, lucido di saliva, era scomparso quasi interamente fra le sue labbra. Strizzando gli occhi per la luce improvvisa che entrava dalla porta, la ragazzina si sfilò l'osceno oggetto dalla bocca, e abbassò gli occhi: "Padrone, posso parlare?" lamentò. Concessole il permesso, si confessò con me con la voce bassa, come una bambina che avesse rubato le caramelle: "Ho... sporcato, padrone. Non sono riuscita a trattenermi: è venuto su e..." Guardai il pavimento, notando una piccola pozza chiara. Mentre Anna continuava a parlare, capii che non si trattava di orina, ma dell'acqua che aveva bevuto per colazione, rigettata per lo stimolo del pene di plastica in gola.

Sibilando di furore simulato, la fissai gelido negli occhi: "Piccola stronza ingrata... Ti dò la possibilità di imparare a essere almeno una puttana, e tu mi ringrazi sporcandomi la casa!" Presi uno straccio da un ripiano, e glielo gettai in faccia con disprezzo. "Pulisci con questo, poi vai in bagno e lava lo straccio. Puoi lasciarlo ad asciugare nella vasca. Poi," e su queste parole indurii ulteriormente il tono, "vieni da me a ricevere la punizione che meriti". Mi allontanai sdegnoso, mentre Anna cadeva alle mie spalle in ginocchio, a strofinare il pavimento come una vera e propria Cenerentola.

La ragazzina mi raggiunse a quattro zampe dopo una decina di minuti, e si pose in posizione, in ginocchio a gambe larghe e con le braccia incrociate dietro la schiena, davanti alla poltrona su cui la aspettavo. "Mi hai fatto un affronto gravissimo, schiava," le spiegai mentre la accompagnavo verso una sedia poco distante, "Il grande onore che hai di usufruire del mio tempo e della mia casa per il tuo forse inutile addestramento non ti dà certo il diritto di comportarti come un maiale, e di sporcare dappertutto". Con un moschettone da vela, le allaccai dietro la schiena le polsiere fra loro, agganciandole anche allo schienale della sedia. Anna si faceva disporre docilmente nelle posizioni che sceglievo per lei, e intanto ascoltava a testa bassa la mia ramanzina. "Quello che hai fatto merita una punizione adeguata, ma purtroppo ora non ne abbiamo il tempo. Per il momento," scandii mentre passavo una corda fra gli anelli delle cavigliere, "prenderai solo qualche frustata, ma questa sera ti insegnerò cosa vuol dire 'rispetto'". La ragazza si era irrigidita al pensiero di una nuova fustigazione. Tirai la corda delle cavigliere dietro le gambe posteriori della sedia, facendole alzare i piedi da terra, e la annodai sul suo ventre bianco e piatto, bloccandole il busto alla spalliera.

In un certo senso, ero sinceramente arrabbiato per quel che aveva combinato nello sgabuzzino, e quando Anna mi vide impugnare la frusta che avevo usato il giorno prima sul suo sederino, provai una piacevole eccitazione nel vederne l'espressione spaventata. Senza attendere oltre, mi avvicinai al suo corpo tremante e lasciai cadere un colpo di media forza sui seni della ragazzina, che sobbalzò lottando contro i legami. Per una volta, non mi preoccupai del suo piacere: mi limitai a infierire sul petto sobbalzante assaporando la sofferenza che le infliggevo. Anna si agitò presto scompostamente, urlando con forza a ogni colpo, specialmente quando una sferza le centrava un capezzolo. "Aaaaargg!.... Mhhuuaaaah!... NonononoNoooh!... Muooioohoo!..." Le diedi circa una dozzina di frustate, che le facevano scuotere con forza la testa e sollevavano i capelli in strane traiettorie. Mi fermai quando i seni erano coperti di lievi linee rosse, e la violenza dei sobbalzi della mia vittima stavano per rovesciare la sedia su cui era immobilizzata. Avevo il fiato corto per l'eccitazione e il movimento, e rimasi un attimo a osservare la mia schiava, che singhiozzava tutto il suo dolore e inspirava rumorosamente con il naso congestionato.

Anna non aveva provato piacere in quella fustigazione, e anche se probabilmente avrebbe tenuto fede al suo patto di sottomisione, mi resi conto di rischiare di perderla proprio un attimo prima dell'unico momento in cui non la avrei potuta tenere d'occhio. Mi immaginai l'estetista stupita davanti ai suoi segni, che la incitava a scappare o a rivolgersi alla polizia: dovevo fare qualcosa per legarla a me, e anche se la mia intenzione originaria era di non mostrarle mai alcun interesse o affetto nei suoi confronti, feci l'unica cosa possibile. Senza dire una parola, mi abbassai a slegarle le gambe, e mettendomi di fronte a lei ne spostai il bacino in avanti, verso il bordo della sedia. Poi, con un certo imbarazzo anche se con piacere, avvicinai la bocca alla fighetta vergine, e cominciai a leccare.

Si trattava di un'esperienza del tutto nuova per Anna, che trasalì prima di abbandonarsi alle sensazioni per lei misteriose della mia lingua sul suo sesso. In brevissimo tempo, sentii le piccole labbra gonfiarsi e distendersi, mentre il clitoride si induriva e spuntava dalla sua protezione di carne. La ragazzina cominciò presto a mugulare di piacere, e infine esplose il suo godimento fra le mie labbra, bagnandomi di succhi dal profumo eccitantissimo con un piccolo urlo.

Finii di slegarla senza che nessuno dicesse una parola, e le slacciai le fasce di cuoio che le stringevano polsi e caviglie. Con pochi comandi secchi, le indicai cosa indossare per uscire e la feci salire in macchina. Quando finalmente fummo per strada, poi, la ragazza ruppe il silenzio: "Padrone, dovrei fare pipì". Sollevato per la fine dell'impasse, risposi fingendo indifferenza. "Ti sto portando da un'estetista. Piscerai lì, nel modo che ti ho spiegato. Ho già dato ordine che ti depilino il culo, la figa e tutti i peli superflui: assicurati che facciano un lavoro accurato, così farai forse un po' meno ribrezzo a guardarti". "Sì, padrone". "Se qualcuno ti chiede qualcosa dei segni che hai sul corpo, dì la verità. Fammi sentire la risposta," ordinai. Anna pensò un attimo prima di parlare: "Sono segni di frusta. Io sono masochista, e ho trovato una persona tanto buona che si occupa di darmi quello di cui ho bisogno". Era una ragazza molto intelligente, e glielo feci notare. "La prenotazione è a nome di Anna Schiava. D'ora in poi sarà questo il nome con cui ti presenterai sempre". La ragazza sorrise compiaciuta. "Tornerò a prenderti tra tre quarti d'ora," le dissi parcheggiando davanti alla vetrina del centro estetico e mettendole i soldi del trattamento in mano, "Fatti trovare qui fuori e non ti fare venire idee strane, o ti puoi scordare i tuoi giochetti per sempre. Soprattutto, non dire assolutamente nulla di me a nessuno. Scendi". Anna aprì la portiera, scese e prima di chiudere, con il suo solito sussurro, mi disse due parole: "Grazie, padrone". La vidi entrare nel palazzo, aspettai per scrupolo un paio di minuti, e finalmente, ripartii, con un peso in meno sullo stomaco.

La mia meta era un'edicola per adulti non proprio vicinissima, dove venni accolto con un sorriso dal gestore. L'uomo, sulla trentina, mi conosceva da anni e sapeva che ero un buon cliente. Tempo prima ci eravamo accordati perché mi tenesse da parte una serie di riviste, e poiché erano quasi tutte di importazione lasciavo a ogni visita almeno centomila lire. Salutandomi, tirò fuori da dietro al bancone un sacchetto, che svuotò un pezzo alla volta. C'erano due mensili italiani di S/M, un giornale anch'esso mensile di annunci erotici, e infine una serie di piccole riviste tedesche e olandesi. Queste ultime erano quelle che mi interessavano di più: le avevo scelte per i loro contenuti molto forti e originali, e alcune volte riuscivano a scioccare persino me per i loro contenuti. Due di esse trattavano di dominazione e tortura ad altissimi livelli, e vi si trovavano spesso fotografie di sederi sanguinanti per la fustigazione, dilatazioni inumane e genitali trafitti da aghi di tutte le misure. Un'altra era una rivista di pissing e coprofilia, il cui clou erano gli annunci di donne e ragazze che non desideravano altro che essere coperte di escrementi da leccare e divorare. L'ultima pubblicazione era in realtà belga, ed era improntata più che altro al feticismo. Sulle sue pagine si trovavano però gli annunci di feste e incontri bizzarri che si tenevano in tutta Europa, e mi piaceva rimanere informato e visitarne qualcuno di tanto in tanto.

Pagai una cifra mostruosa, risalii in macchina e, data un'occhiata all'orologio, mi precipitai a recuperare Anna, da cui sarei arrivato probabilmente in ritardo. Guidai maledicendo il traffico che persisteva anche in estate, e arrivai dall'estetista trovandola sulla soglia, raggiante come non mai. La feci salire in macchina, partii e, non appena ci fummo allontanati un attimo, le misi una mano in mezzo alle gambe per controllare il lavoro che era stato fatto: la sua pelle era liscia come il culetto di un bambino, e la schiava alzò con piacere il bacino per farmi toccare anche il solco fra le natiche, perfettamente depilato. "Allora, com'è andata?" le chiesi. "Bene, padrone, grazie. Appena mi sono spogliata, la ragazza che si è occupata di me mi ha chiesto dei segni, e quando le ho spiegato tutto si è messa a ridere. Mi ha detto che ha anche un'altra cliente masochista, e mi ha raccontato di lei". "Raccontami tutto," la interruppi, interessato alla cosa. Anna rispose come a un interrogatorio, facendo a volte brevi pause per ricordare meglio i particolari.

"È una ragazza di ventisei anni, che va a farsi depilare come me una volta al mese. Lei appartiene a una padrona che la accompagna ogni tanto, e la ragazza mi ha detto che ha sempre il sedere pieno di lividi. L'estetista dice che le sembra molto felice di essere una schiava, ma che lei non capisce come faccia una così bella ragazza a farsi fare certe cose, soprattutto da una donna". Ridemmo entrambi, e Anna sembrò stupirsi un attimo, forse perché si rendeva conto che la vita di una schiava poteva avere momenti di felicità del tutto normali. "Erica, la ragazza che mi ha depilato, non ha detto niente altro di importante. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, ma io... ehm... non vedevo l'ora di tornare da t... lei, padrone". Era un piacevole lapsus, che denotava come Anna cominciasse a sentire stringersi il nostro legame. Rimanemmo qualche minuto in silenzio, dopodiché riuscii a parcheggiare senza difficoltà davanti alla nostra seconda tappa.

Si trattava di un negozio piuttosto particolare, gestito da un amico. Era piccolo, con una vetrina sola: i manichini dietro il vetro la dicevano lunga sugli interessi del gestore, per cui quel luogo era più che altro un passatempo. Con la scusa di vendere "abbigliamento giovane", infatti, il negozio era specializzato in capi estremamente provocanti, di gusto feticistico. Al suo interno, l'aria calda dell'estate era mossa da grossi ventilatori sul soffitto, e la musica quasi assordante che vi rimbombava nei mesi invernali era grazie al cielo spenta. Ci scambiammo qualche convenevole mentre Anna restava immobile, in piedi dietro di me, e all'improvviso il proprietario del negozio sembrò ricordarsi dello scopo della mia visita. "E così questa è la ragazza che mi dicevi, eh?" la indicò con la sua tipica parlata effeminata a livelli quasi macchiettistici. "Oh gesù bambino, è proprio un disastro," osservò mentre ne sfiorava con la mano gli abiti, "con questi stracci addosso non ecciterebbe neanche un legionario. Aspetta, guarda cosa vi ho preparato". Da dietro il bancone comparì una scatola di cartone, dal cui interno facevano capolino tessuti sgargianti e plastica lucida. "Allora, tu di pantaloni non vuoi sentir parlare... questo è troppo frivolo... ecco," porse ad Anna un miniabito nero, "provati un po' questo. I camerini sono lì".

Rimanemmo un paio di minuti a chiacchierare di amici comuni, e quando la mia schiavetta uscì dal camerino, rimasi piacevolmente sorpreso. L'abitino era di tessuto elasticizzato, e fasciava il corpo quasi da adolescente di Anna come una seconda pelle. Era un tubino senza maniche, con un colletto alto che copriva il collare. Attraverso la stoffa si vedevano chiaramente i capezzoli e persino le loro areole, e la parte inferiore arrivava appena un dito o due al di sotto delle natiche. "Cosa ti dicevo," mi diede allegramente di gomito il negoziante, "non fa tutto un altro effetto?" Il negozio era vuoto, e ne approfittai per umiliare un po' la ragazzina. "Allarga di più le gambe, schiava". Anna ubbidì arrossendo, e il vestito risalì di qualche centimetro. "Siediti lì," le indicai una sedia. Sempre più imbarazzata, la ragazza si sedette come le avevo insegnato, allargando le cosce davanti allo sguardo attento del mio amico. Le labbra vaginali, ancora un po' arrossate per la depilazione, si potevano vedere facilmente. "Ora vieni qui e piegati sul bancone". Anna ubbidì come un automa, e il vestitino si comportò perfettamente, risalendo senza pietà sino a mezza natica, ed esponendo le intimità più riposte della mia schiavetta.

"Questo va bene," dissi al mio amico, impassibile di fronte allo strano spettacolo, "ma voglio anche qualcosa che le lasci i seni a portata di mano". Sollevando un sopracciglio, il sarto bizzarro frugò nello scatolone, tirandone fuori due minuscoli pezzi di stoffa, uno bianco e uno nero. "Più di questo non c'è niente," osservò divertito, "tu vuoi solo cose nere, vero?" Feci un cenno di assenso, e il fazzolettino bianco sparì nella scatola, mentre Anna veniva spedita a indossarlo. "La parte davanti è quella più alta, cara". Questa volta ci volle qualche minuto in più prima che la ragazzina tornasse fuori, e quando lo fece capii il perché. Il nuovo capo era davvero osceno, ridottissimo. I seni rimanevano esposti fino alla linea dei capezzoli, e sul retro le spalline sottili si univano solo un centimetro al di sotto della parte superiore delle natiche, esponendo così l'inizio del solco. La "gonna" era alta pochi centimetri come la precedente. Anna era paonazza, e mi divertii a sentire il suo parere su quell'abbigliamento. "Mi... sembra di essere nuda, padrone," osservò a occhi bassi. "Allora è perfetto. Lo scopo di questi vestiti è proprio di farti sentire esposta e di mostrare a tutti che razza di volgare puttanella sei". Il proprietario del negozio le fece provare anche altri capi osceni come i precedenti, in pelle, PVC e altri materiali esotici, ma erano tutti inadatti al caldo estivo. "Se sarà ancora al mio servizio questo inverno tornerò," lo rassicurai pagando, "le tue cose sono sempre eccezionali".

Feci uscire Anna con il primo abito provato, per non esporre troppo i segni della fustigazione sul seno della mattina. Chiunque si fosse avvicinato alla nostra macchina avrebbe visto che non indossava le mutandine, ma il nuovo look della ragazza non era ancora completato. Per questo mi diressi in centro, verso la casa-studio di un'altra amica. Si trattava di una donna sulla cinquantina ma ancora piacente, prototipo della signora alto borghese. Mi venne ad aprire con un abito di seta colorata, capelli e trucco perfetti e, naturalmente, i tacchi alti. Questi erano la sua passione, di tipo feticistico. Mara, questo il suo nome, adorava i tacchi a spillo, e più erano alti più la eccitavano. Anche Anna, che era ancora turbata per il piccolo tratto di strada che le avevo fatto fare a piedi, davanti agli occhi dei pochi passanti, non aveva potuto fare a meno di notarli: si trattava di scarpe color pesca, tanto alte da costringere Mara in punta di piedi. I tacchi facevano onore al loro nome, e sembravano davvero punte acuminate su cui la donna si muoveva però ticchettando spensierata nella sua casa grande e ricca, dai pavimenti necessariamente di marmo.

"Allora, signorina," si rivolse ad Anna mentre ci faceva strada verso il suo studio, "che numero porti?" La ragazza rimase un attimo interdetta, ma capì il senso della domanda non appena arrivata in quello che si sarebbe potuto definire lo showroom di Mara: una stanza circondata da due giri di scaffali su cui erano esposte scarpe di ogni tipo, accomunate solo dall'altezza abnorme del loro tacco. "Ehm... trentasette, signora". "Allora..." borbottò fra se la strana calzolaia, "trentasette... tu vuoi il modello dell'anno scorso... trentasette... poi ti faccio vedere un nuovo arrivo che ho preso a Rotterdam... Eccole qui". Premendole leggermente una spalla, feci sedere la schiavetta su una poltroncina, mentre guardava sbigottita le calzature che le venivano porte. Si trattava di un paio di scarpe nere, di cuoio lucido. Erano piuttosto aperte, e sulla coppa del tallone avevano, nella parte posteriore, un laccetto con un fermaglio metallico, che andava ad avvolgere la caviglia. La loro particolarità principale era naturalmente il tacco, che correva svettante per tutta la lunghezza della scarpa, lasciando solo una zona d'appoggio piccolissima, grande a malapena per ospitare le dita dei piedi, piegate all'indietro di quasi novanta gradi.

Mara si chinò ai piedi di Anna, e con gesti esperti le tolse le scarpe piatte che fino a quel momento aveva sempre indossato. "Ecco, infila qui..." le spiegò, calzando la scarpa sul piedino della ragazza e stringendo il cinturino. Per bloccarlo, invece della tradizionale fibbietta c'era un minuscolo lucchetto, che venne fatto scattare sull'anello metallico di chiusura, e rimase in evidenza sul lato esterno della caviglia. Il secondo piede subì la stessa sorte, e Mara si alzò soddisfatta: "Adesso alzati, così vediamo come ti stanno". Anna, che ancora non aveva appoggiato i piedi a terra, sussurò un lamento. "Ma io... non posso..." Mara cambiò completamente tono, trasformandosi da allegra signora in virago inflessibile: "Non dire sciocchezze, schiava! Come vedi, si può benissimo camminare con quelle scarpe. Hai mai pattinato?" "N... no, signora" scosse la testa Anna. "Male. Ricordati di non piegare le caviglie di lato, sennò puoi farti male, e ora alzati!". La donna prese per un braccio la mia schiavetta, e la trascinò in piedi senza tanti riguardi. Anna barcollò un attimo, e con un'espressione molto preoccupata riuscì dopo qualche sforzo a stare in piedi, immobile per paura di cadere. I muscoli delle gambe erano tesi, e la necessità di bilanciarsi la aveva costretta a spingere in fuori il sedere, trasformandola in una eccezionale bambolina sexy.

"Visto?" la schernì Mara, "Ora fai qualche passo". Anna mi guardò con grandi occhi spaventati, e incontrando il mio sguardo obbedì tremando: fortunatamente la donna le era rimasta vicino, e quando il primo passo si trasformò in una caduta, la trattenne al volo. "Tieni rigide quelle caviglie!" In una decina di minuti quasi comici per la goffaggine di Anna, la ragazzina imparò finalmente a muoversi in maniera ragionevolmente stabile. Quando fummo entrambi sicuri che non si sarebbe rotta l'osso del collo, la lasciammo ad allenarsi appoggiata a uno scaffale, e Mara mi prese da parte, conducendomi al capo opposto della stanza. "Quelle che hai preso sono scarpe da allenamento," mi spiegò, "con la suola e il tacco fusi in un unico pezzo di acciaio. Rispetto al modello che hai preso l'anno scorso hanno migliorato il cinturino, che adesso è anch'esso in acciaio. Vedrai, sarà un buon acquisto. Ora però guarda questi". La donna mi mise in mano uno stivaletto di pelle nera, con la caratteristica allacciatura anteriore in cui un lungo laccio viene fatto incrociare su numerosi gancetti. "Mi sono arrivati l'altro giorno da Rotterdam," mi spiegò entusiasta, "e servono proprio alle principianti come la ragazza. Se guardi dentro, vedrai che la linguetta non è morbida, ma ha un'anima di metallo. Quando li allacci, bloccano il dorso del piede parallelo allo stinco, e chi li indossa impara una volta per tutte la posizione giusta".

Ero affascinato ma dubbioso: prima che aprissi bocca, però, Mara anticipò i miei pensieri. "Naturalmente ora fa troppo caldo per usarli, ma questo inverno faranno furore. Vuoi prenderli subito?" Declinai l'offerta, spiegando che non ero sicuro di tenere con me Anna, e andai a riprendere la mia bambolina, che stava sbuffando per la fatica. Uscii tenendola a braccetto per sostenerla. Sulla porta, Mara si premurò di mettermi in mano, oltre a un regolare scontrino per il salatissimo conto, un vasetto di crema lenitiva da far mettere sui piedi ad Anna in previsione dei dolori che la avrebbero colta sicuramente. Il tragitto verso l'auto fu penosissimo, a piccoli passi e con qualche inciampo ogni tanto. Con quei tacchi vertiginosi, la schiava aveva la mia stessa altezza, e osservandone l'espressione compita con cui si impegnava per camminare mi venne quasi la tentazione di baciarla. "Presto ti abituerai," le dissi spingendola in auto, e lei mi rispose con un grande sorriso. [...]

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