STORIA DI NATALE
Era una fredda sera di fine dicembre, e la ragazzina aveva tanto freddo. Dopo
l’ennesima prepotenza degli “zii” era scappata in strada senza
pensarci due volte, e si era ritrovata con quel vestito decisamente troppo leggero
– per non parlare delle scarpe! Bisognava essere pazze per andare in giro
sotto la neve con dei sandali.
Ora che era passato il fiatone, si stava accorgendo di essere finita in un quartiere
che non aveva mai visto. Niente a che fare con le villette eleganti cui era
abituata, o i grossi palazzi antichi del centro: questa era la zona da tenere
nascosta, con vetrine spartane e vicoli scuri, pochi passanti e tanti volti
induriti e pericolosi dietro le tendine alle finestre. E le scritte.
Nelle insegne e sui cartelli, nelle scritte sui muri e sulle cartacce spinte
dal vento, quelle dannate lettere che non sapeva proprio leggere. Aveva anche
fatto qualche anno di scuola – e non era fra le peggiori – ma questo
era tutto un altro alfabeto. Nei tre mesi da che era in quella città,
ogni sforzo di impararlo senza confondersi era servito a nulla.
Comunque non era quello
il problema principale, adesso. Faceva freddo, stava venendo buio, e la cosa
migliore era camminare. Camminare per tenersi calda. Lontano dai ponti, verso
la luce, dove forse il vento sarebbe arrivato meno forte e gelido.
Passò davanti alla lunga vetrina spenta di un barbiere, e senza fermarsi
si guardò riflessa. Era dimagrita: il viso aveva perso i tratti da bambina,
e sugli zigomi forti gli occhi sembravano ancora più grandi e tristi.
I capelli erano un disastro, così sporchi e attorcigliati – e dire
che prima ne andava tanto fiera! In compenso, anche in quella condizione, dovette
riconoscersi che si era fatta proprio una bella ragazza.
Il vento le appiccicava l’abitino addosso, segnando il ventre piatto e
i seni che così parevano più grandi; le gambe che spuntavano da
quella gonna maledettamente corta erano dritte e forti, senza più “brutta
ciccia”, come diceva sua mamma.
Spingendo avanti contro la sera e il freddo, infilò senza accorgersene il piede in una pozzanghera di neve sporca, che le allagò una scarpa. Ancora più freddo, e un’imprecazione ad alta voce nella sua lingua che nessuno sembrava comprendere. L’eco del suo stesso urlo, nella strada semideserta, la fece trasalire e fermare un attimo – quanto le bastò per costringerla ad accorgersi che il ricordo della famiglia le aveva fatto venire le lacrime agli occhi. Non avrebbe più rivisto la mamma. Né il papà, o il suo caro fratellino. Mai più. Lo sapeva fin troppo bene.
Aveva bisogno di pensare
a qualcos’altro. Qualsiasi altra cosa.
Stringendo i pugni, deglutì e si ripulì il viso e il naso col
dorso della mano – i fazzoletti erano diventati un lusso che non poteva
permettersi. Poi vide il vicolo, scuro e quasi completamente ostruito dai grossi
bidoni dell’immondizia raccolti al suo ingresso. Doveva fare pipì
e quello era un buon posto.
Fu una cosa veloce. Senza pantaloni da slacciare o mutandine da abbassare, le
bastò accosciarsi dietro ai rifiuti. Il fetore era tremendo, ma per lo
meno la spazzatura dava un attimo di tregua dal vento. In compenso, le sembrava
che con l’urina fosse uscita da lei anche parte del prezioso calore che
le permetteva di resistere, e questo pensiero la fece rabbrividire.
Si accorse di stare tremando, e di come il gelo le avesse fatto indurire i capezzoli,
che le facevano quasi male sotto il tessuto leggero del vestito.
Alzò la mano a massaggiarne uno, e dal fondo buio del vicolo arrivò una risata femminile. Roca, sinceramente divertita. Mentre la ragazzina trasaliva, dall’ombra uscì una donnaccia coperta di una brutta pelliccia spelacchiata: il trucco pesantissimo e il modo di muoversi non lasciavano dubbio sul suo mestiere. La donna snocciolò qualche parola incomprensibile, accompagnata da un sorriso complice. L’unica cosa che riuscì a decifrare fu lo “hmmm?” finale, troppo sornione per non essere pericoloso. Rialzandosi di scatto, tornò a precipitarsi a perdifiato sulla via principale – e nel freddo.
Falcata dopo falcata, con
il fiato sempre più corto che le sfuggiva in nuvolette bianche sotto
la luce gialla dei lampioni, cominciò ad avvicinarsi a una zona più
rispettabile. Sui marciapiedi c’era qualche persona in più, e le
vetrine si facevano piano piano più ricche e luminose.
Correre faceva bene, faceva caldo. Senza pensare, mossa da istinti primordiali,
schivava i passanti senza quasi vedere ciò che aveva attorno. Portone,
portone, abbigliamento, portone, strumenti musicali, calzature, portone, portone,
mobili, portone, libreria, portone, panettiere.
Panettiere.
Si fermò di colpo,
affascinata dalle leccornie dietro il vetro. Improvvisamente, la fame si risvegliò
ricordandole che non ingoiava un boccone da più di una giornata. Si sentiva
stupida e si odiava per come era rimasta imbambolata davanti a quel cibo, eppure
non riusciva a distogliere lo sguardo.
Al di là del vetro, una donna anziana, bene in carne, stava indossando
un soprabito col collo di pelo. Il sudore della corsa intanto aveva cominciato
a colare lungo la schiena e sotto le ascelle, aggiungendo rivoli di gelo puro
al sibilare del vento e ai piedi congelati.
La donna nel negozio spense l’ultima luce guardando verso la strada. La
vide. Con una strana espressione (era un sorriso? Sì, un sorriso! Per
lei!) tornò dietro al bancone, dove infilò qualche pagnotta in
un sacchetto di carta. La ragazzina cominciò a battere i denti per i
brividi, e più cercava di star ferma, più si scuoteva, fragile.
La donna uscì chiudendosi la porta alle spalle. La guardò ancora.
Si girò per abbassare la serranda, tenendo il sacchetto fra le ginocchia
per non posarlo sul marciapiede bagnato dalla poltiglia di neve calpestata.
Rimise la chiave della serranda in tasca, sorridendole benevola. Dallo stomaco,
in maniera quasi comica, sentì arrivare il brontolio sordo e prolungato
della fame più atroce.
E poi la donna se ne andò. Senza una parola, senza un altro sorriso,
con il sacchetto del pane per la sua famiglia o per chi la stava aspettando
a casa.
Passò qualche istante prima che la ragazza scoppiasse a singhiozzare. Per la fame, certo, e per il freddo. Ma soprattutto per essersi illusa, ancora una volta, di avere trovato una persona amica. Per essere stata delusa.
Singhiozzò a lungo,
piangendo grosse lacrime che era quasi piacevole sentire calde sulle guance
– almeno fino a che non raggiungevano il collo, ormai raffreddate e trasformate
in un’ulteriore tormento. Non c’era amicizia per lei, senza soldi
in tasca e senza casa. Pianse camminando, e fregandosene di chi la guardava
male o faceva malamente finta di non vederla affatto.
Singhiozzò e camminò, nella neve che ricominciava a cadere, fino
a che le gambe non le fecero davvero troppo male. Dall’altra parte della
piazza, sull’angolo, notò i colori delle finestre a piombo di un’osteria,
i cui larghi davanzali bassi erano fatti apposta per sedersi a bere una birra
assieme agli amici, quando il clima era più congeniale.
Con la testa che le girava - stringendo i denti per lo sforzo - trascinò
l’ultima decina di passi attraverso l’ampio spiazzo in cui il vento
perfido la colpì ancora più forte del solito, portando i fiocchi
di neve in bei mulinelli che si persero lontano. Se solo ci fosse stato qualcuno,
avrebbe provato a chiedere aiuto. Non si aspettava nessuna risposta, è
chiaro, ma almeno ci avrebbe provato. Invece niente: nel deserto assurdo di
una notte in centro città, la ragazza si lasciò cadere su uno
di quei davanzali – quello che pareva più riparato.
Lì in effetti non
c’era vento freddo, e anche la neve era riuscita a lasciare solo uno strato
leggero. Raccogliendosi contro lo stipite, con le braccia che tenevano le ginocchia
strette al petto, per un attimo pensò di riuscire a dormire lì.
Per lo meno a riposarsi un poco.
Ma non era il caso di prendersi in giro, si disse. Era fradicia, coperta solo
con uno straccetto leggero anche per l’autunno, e continuava a tremare
per il freddo. Le mani e i piedi non li sentiva più da un pezzo, mentre
il naso era diventato una fitta di dolore continuo. Aveva fame, tanta, e le
faceva male dappertutto. Semplicemente, non aveva più le forze per andare
avanti.
Pensò che sarebbe morta così, su un davanzale, e non ebbe paura
ma solo la rabbia di finire in un modo così stupido.
Tirando su col naso, cercò
di accoccolarsi un po’ meglio, e urtò qualcosa con la scarpa. Il
mondo cominciava a non essere più un problema suo, eppure la curiosità
ebbe la meglio e con le dita gonfie e intorpidite raccolse l’oggetto.
Una scatola di fiammiferi. Di quelli lunghi, di legno, che si usavano per…
per… ecco: chi la aveva lasciata lì doveva averla usata per accendere
le lanterne decorative fuori dall’osteria, e poi se l’era dimenticata.
Quella piccola scoperta fu sufficiente per farle tornare interesse per la vita,
per farla pensare.
A giudicare dal rumore,
la scatola era ancora almeno mezza piena. Con le mani in quelle condizioni non
era facile aprirla, però forse adesso aveva una speranza.
Scaldarsi.
Coi fiammiferi.
No, non con i fiammiferi. Doveva trovare qualcosa da bruciare.
Il vestito.
Ma no, cosa andava a pensare? Si rese conto di stare delirando, e fece uno sforzo
per concentrarsi.
Poteva bruciare qualcosa. Magari dei rifiuti.
Ecco, sì. Dei rifiuti. Lo aveva visto fare da altri poveracci come era
lei adesso.
Bruciare dei rifiuti per scaldarsi. Con i fiammiferi. Sì.
Ma dove erano i rifiuti?
La ragazza si guardò
rapidamente in giro. Quello non era più il quartiere povero, dove le
sporcizie abbondano. Qui qualcuno passava a pulire, e in giro non c’era
niente di utile.
Un brivido ancora più forte del solito le fece sbattere involontariamente
la nuca contro lo stipite di pietra della finestra, e fu come un segnale per
ricominciare a sforzarsi, ad alzarsi.
Dall’altro lato della piazza, oltre il monumento centrale, c’era
un grande palazzo con un colonnato in cima a una scala di marmo. Grande com’era,
forse lì avrebbe trovato qualcosa. Con questa nuova motivazione, attraversare
la piazza fu un po’ meno penoso del previsto. La neve ora scendeva più
fitta, ma poteva resistere. Se solo fosse riuscita a mettere un passo davanti
all’altro senza fare così fatica…
Era arrivata appena oltre la statua, quando qualcosa sbucò all’improvviso da un lato, quasi travolgendola. Un turbine di rumore nero, schizzi e odore di cavalli. La ragazzina cadde a terra, mentre il suo unico pensiero era risalire quella maledetta scalinata dove – ne era sicura, adesso – ci sarebbe stato qualcosa da bruciare.
La carrozza si fermò
poco più in là, con due nitriti infastiditi. Qualcuno (stivali
di cuoio, mantello di lana, baffi ghiacciati) arrivò di corsa ad aiutarla
a rialzarsi, mentre le ripeteva qualcosa con un tono fra il preoccupato e l’irritato.
Ancora quella maledetta lingua senza capo né coda!
Lei rispose con una delle poche parole che conosceva: “Fame… fame…”
e per disperazione la ripetè anche nella sua lingua madre.
“Oh, ma allora parliamo la stessa lingua!” disse una calda voce
maschile alle sue spalle, spuntata da chissà dove.
“Oh, signore, la prego,” rispose lei un po’ piagnucolante,
girandosi verso l’uomo, “mi aiuti…”
ma la persona che si trovò davanti non era tipo da aiutarla. Ne aveva
visti a bizzeffe, di uomini così, e se ne rese conto quasi istintivamente.
Era uno di quei ricconi maledetti, vestiti tutti eleganti e rigidi come ufficiali
di cavalleria; come loro aveva folti baffi scuri, pettinati con precisione infinita,
e sotto il mantello di pelliccia scura si intravedeva la catena d’oro
di un orologio da tasca – sicuramente svizzero e prezioso. No, tipi così
sono troppo superiori al mondo delle persone normali per preoccuparsi di fare
l’elemosina. Ci voleva un piano differente, e subito.
“…mi aiuti,
signore, che stasera nessuno ha comprato i miei fiammiferi. Vuole comprare i
bei fiammiferi, così potrò fare il mio lavoro?”
L’uomo rimase in silenzio, mentre sentì irrigidirsi il vetturino
che ancora la teneva per le spalle. “Ecco,” pensò, “ho
detto un’idiozia e non ci è cascato. Ora mi lascerà qui
e sarà la fine”.
Passarono ancora lunghi istanti, ma finalmente l’altro aprì bocca.
“No, non mi servono fiammiferi, grazie”.
La fine.
“Però forse posso offrirti qualcosa di meglio di un soldino. Vieni
con me.”
Era troppo debole e fredda
per camminare senza l’aiuto del vetturino – e del suo caldo mantello
– così venne portata quasi di peso allo sportello della carrozza,
vicino alla quale il signore la stava aspettando, senza un capello fuori posto.
“Mia moglie la contessa e io,” disse aprendo la porta su un interno
di caldo velluto rosso illuminato da candele, dove sedeva una donna splendida
quanto lui, che la guardava con gli occhi di una lupa, “abbiamo bisogno
di una nuova cameriera.”
La ragazza si avvicinò tremando alla carrozza, assaporandone il calore
e il profumo, e solo allora vide un’altra persona al suo interno. Sdraiata
supina sul pavimento, su cui era gettato un tappeto di pelliccia, c’era
una ragazza – all’incirca della sua età. Era completamente
nuda, e stava leccando con passione la suola dello stivaletto sinistro della
contessa. L’altro era appoggiato su di lei, con il tacco che pesava senza
riguardo sulla carne del ventre.
Il corpo era coperto da strisce rosso cupo, che parevano addirittura un po’
in rilievo, e i capezzoli erano legati a una cordicella che la nobile teneva
in una mano, con cui dava piccoli strattoni annoiati che suscitavano mugolii
di dolore.
“Come vedi, Anna non può occuparsi di tutti e due noi,” continuò
dolcemente l’uomo, “ma se credi di poterci dare le sue stesse attenzioni,
avrei piacere di ospitarti nella nostra villa”.
La piccola fiammiferaia osservò ancora un attimo quella lingua adorante sulla suola, e quindi il sorriso compiaciuto della contessa. Nonostante fame, freddo e stanchezza, sentì un languore fra le gambe che aveva dimenticato da tempo. Poi, con un gesto del capo, si fece issare all’interno dal vetturino. Sicuramente non sarebbe morta quel Natale, e anche i prossimi a venire le avrebbero rivelato un sacco di sorprese.
Ayzad (e v) augurano
Buone Feste a tutti i Manettiani.
Che il 2003 porti tante buone
azioni a tutti voi.
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