Del libro non s’è fatto nulla, pertanto ho abbandonato Cristina alla sua sorte e la storia è rimasta incompleta. In compenso Anastassja (quella del Mondo di Anastassja) ha gentilmente tradotto il quinto capitolo in italiano: gli altri li trovate – ovviamente – nella versione inglese.
CRISTINA
Sommario
Introduzione - La Schiava
Capitolo Uno - L’Amante
Capitolo Due - La Signora
Capitolo Tre - La Tortura
Capitolo Quattro - La Prigioniera
Capitolo Cinque - La Pervertita
Capitolo Sei (vedi vers. ingl.) - The Whore
Capitolo Sette (vedi vers. ingl.) - Salvation
Mi chiamo Cristina, e sono una schiava.
Mi piace il suono di questa
parola, mi piace che tutti sappiano quello che sono. Diventare una buona schiava
è stato lungo e difficile, ma ora che i miei padroni mi hanno trasformata
in un animaletto docile e ubbidiente sono molto orgogliosa di me.
Hanno appena telefonato, e tra meno di un'ora saranno qui a casa con i loro
ospiti.
Mi sono preparata come mi
ha ordinato Sara, la mia divina signora.
Ho indossato il mio completo da cameriera: si tratta di un vestito nero con
maniche corte a puf, in tessuto elasticizzato.
La scollatura anteriore è molto profonda, e va indossata in modo da lasciare
esposta tutta la parte superiore dei miei grossi seni sino a metà capezzolo.
La gonna pieghettata invece è così corta da lasciare esposta metà
natica, e davanti tutto il pube; naturalmente lo indosso senza mutandine, visto
che gli indumenti intimi mi sono concessi solamente durante i giorni del ciclo.
Del completo fanno parte anche un minuscolo grembiulino bianco grande come un
fazzoletto e una crinolina bianca. Sulle gambe ho delle calze nere autoreggenti,
e ai piedi scarpe nere con tacco a spillo di 16 centimetri bloccate alla caviglia
da un laccio con fibbietta dorata.
Naturalmente indosso come
sempre anche il mio collare di cuoio nero, stretto, alto due dita e fornito
di un anello anteriore in metallo lucido. Poi rossetto, e trucco waterproof
agli occhi.
Prima sono passata davanti a uno specchio e mi sono data una controllatina:
riconosco di essere davvero bella, specie fra la gonna e le calze, dove i vestiti
mettono in bell'evidenza la fighetta ben depilata.
Mi piace il suo colore,
di un rosa quasi rosso per il trattamento che ha ricevuto ieri sera.
E' lo stesso colore dell'altro buco, bello aperto come piace al mio padrone;
mi basta chinarmi in avanti perché si spalanchi come una lasciva bocca
affamata, che so bene verrà saziata tra breve.
Per la cena è già
tutto pronto: la casa è uno specchio e posso permettermi di riposarmi
qualche minuto sdraiandomi sui cuscini del mio angolino, quello che i miei padroni
chiamano "la cuccia".
Sono eccitata all'idea di quel che mi verrà fatto stasera, anche se so
solo che Klaus e Sara vogliono usarmi assieme ad altre due padroni.
Per un attimo mi ritrovo
a fantasticare sulle loro identità, sui loro gusti... ho la figa tutta
bagnata, e corro a ripulirmi mentre cerco di pensare ad altro e di combattere
il desiderio di masturbarmi.
Di ritorno dal bagno indico della mia eccitazione sul quaderno degli errori:
è già il terzo appunto della giornata, e so che i padroni si arrabbieranno
molto per la brutta figura che gli farò fare davanti ai loro amici.
Quasi vorrei cancellare quel che ho scritto, ma l'inchiostro non si cancella,
e del resto ho l'ordine preciso di segnare ogni mia mancanza.
Torno nella cuccia, e nonostante cerchi di pensare ad altro non riesco ad evitare
di tornare con i ricordi all'inizio della mia avventura.
L’Amante
La data non si può dimenticare: era il giorno del mio diciottesimo compleanno.
Per i due anni precedenti avevo litigato quasi ogni giorno con i miei genitori,
che non avevano perso una sola occasione di ricordarmi che "fino a che
vivi con noi...".
Ma finalmente ero libera. Adulta e libera. Finalmente potevo fare quel che volevo senza che loro potessero fare niente per fermarmi, e fu esattamente quel che feci.
La sera prima, chiusa in camera mia, avevo preparato due grosse valige in cui avevo messo le mie cose: qualche vestito, lettere, ricordi... il minimo indispensabile. Non ero affezionata a quella casa, né alle persone che la abitavano.
A quell'epoca avevamo appena traslocato a Verona, così non avevo neanche amici o scrupoli particolari nel mollare tutto e incominciare una vita tutta mia. Uscii di casa la mattina presto, passai da un Bancomat a ritirare qualche soldo e poi via, dritta alla stazione.
Andai a vivere per qualche tempo a Milano da un mio amico: a casa sua girava molta gente, quasi tutta proveniente dal nord Europa e dalla sua scena underground. Una di loro era una fotografa olandese: si chiamava Katja, aveva 25 anni ed era una lesbica di prima categoria, bellissima e quasi ninfomane.
Io non avevo mai fatto l'amore con una donna, ma lei impiegò appena una sera a convincermi. Non ne ero innamorata, ma riusciva ad eccitarmi in un attimo, e a farmi godere in modi che non conoscevo. Ogni volta che mi toccava o mi faceva fare qualcosa mi scioglievo, e quando lei tornò in Olanda mi ci volle un attimo ad accettare il suo invito a seguirla.
Il viaggio in aereo verso
Rotterdam fu un'esperienza incredibile: appena passato il metal detector dell'imbarco
Katja mi portò in bagno, si chiuse con me in un gabinetto e mi infilò
uno di quegli incredibili giocattoli erotici che sembrava portare a dozzine
nella sua borsa a tracolla.
Si trattava di un oggetto in gomma morbida rosa sagomato come un cuore. Dal
suo centro sorgeva un cilindro lungo circa 7 centimetri e di 3 centimetri di
diametro, anch'esso in gomma rosa e costellato di piccoli "aculei"
morbidi come il cuore.
Katja impiegò un istante a farmi bagnare a sufficienza da far penetrare
completamente quell'oggetto fra le mie gambe: mi aveva spinto contro una parete,
e mentre mi roteava la lingua fino in gola manovrava il cuore alla cieca, sino
a farlo aderire perfettamente alla pelle della vagina. Quegli strani aculei
mi massaggiavano come piccole dita.
Uno spingeva proprio in corrispondenza del clitoride; altri si erano infilati
fra le piccole e le grandi labbra, e la sensazione generale era di avere una
lingua dalle mille punte che mi leccava dappertutto.
Prima che raggiungessi l'orgasmo Katja però si allontanò da me.
Mi rimise le mutandine, e fece passare un filo che partiva dalla parte esterna
del giocattolo e che io non avevo visto all'interno dei miei vestiti, su per
la maglietta e lungo la manica sinistra, fino a farlo uscire dal polso.
All'estremità pendeva una piccola scatoletta bianca, che la mia amante
mi chiese di non toccare. Ci rimettemmo in ordine, e salimmo in aereo da brave
amiche, tenendoci per mano. Katja poteva così nascondere la scatoletta
nella sua mano destra, e io mi sentivo molto strana, con quel coso infilato
nella figa e tenuta quasi al guinzaglio.
Capii il gioco della mia
amica solo quando l'aereo accese i motori.
Katja mi guardò negli occhi, e spostando un interruttore sulla scatoletta
fece iniziare a vibrare l'oggetto che avevo dentro. Dovetti fare molta fatica
per non urlare nonostante la sensazione improvvisa, e lei sorrise con un ghigno
perverso che ormai conoscevo bene.
Mi abbandonai ai suoi capricci, e durante quel viaggio furono pochissimi i momenti
di pausa del vibratore. Katja mi fece godere tantissime volte, facendomi coprire
di sudore e facendomi emettere suoni inequivocabili per i passeggeri dei sedili
vicini.
Un signore di una certa
età si alzò persino dal suo posto per chiedere qualcosa alla mia
compagna. La domanda era in olandese, ma la risposta fu comprensibilissima:
Katja mostrò la scatoletta all'uomo, e spostò il regolatore su
di essa sulla massima velocità.
Io arrossii, cercai di girarmi verso il finestrino, ma non potei fare a meno
di ansimare e agitarmi in maniera molto esplicita, sino a che il curioso non
si allontanò ringraziando. Non riuscii ad arrabbiarmi con la mia amica,
che ancora una volta era riuscita a farmi godere in una maniera inaspettata,
giocando in quest'occasione sul mio esibizionismo.
Ad Amsterdam scesi dall'aereo con le cosce coperte di umori vaginali, lasciando il mio sedile decisamente bagnato. Prima di uscire dall'aeroporto riuscii a ottenere da Katja di potermi togliere il vibratore e ripulirmi, anche se il suo progetto originale era di farmi passare il check out in quelle condizioni. Ero distrutta, ma curiosissima di scoprire cos'altro mi riservasse quella ragazza.
La risposta arrivò
non appena entrammo nel suo appartamento a Rotterdam. Le pareti erano decorate
con grandi fotografie erotiche che aveva scattato lei stessa. I soggetti erano
ragazze vestite con abiti feticistici, oppure legate in modi molto complicati.
Una di esse, che compariva in diverse foto, aveva i capezzoli e le piccole labbra
inanellati.
"Ti piacciono?" mi chiese Katja. Annuii, presa da una strana sensazione.
"Forse un giorno diventerai anche tu una mia modella, eh?".
La mia risposta mi scaturì di gola incontrollabile: "Oh, sì,
grazie!". La mia amica si mise a ridere.
Sicuramente aveva già percepito il mio masochismo latente e la mia remissività,
ma non si aspettava un tale entusiasmo di fronte all'idea di essere legata ed
esposta.
Quella sera dormii profondamente, ma non posso dire tranquillamente: i miei
sogni erano popolati da corde e catene, e dall'espressione soddisfatta che si
dipingeva sul volto di Katja ogni volta che mi abbandonavo ai suoi giochi.
Nei giorni successivi entrai gradatamente ma con sempre maggiore interesse nel mondo perverso di Katja.
Mi feci legare in decine
di pose scomode ma eccitanti, in cui la mia amica mi fotografava e giocava col
mio corpo.
Mi venne depilata la vagina e la zona anale, e mi sentii davvero nuda ed esposta;
venni penetrata davanti e dietro con tutta l'enorme collezione di falli e dilatatori
di Katja, che provava particolare piacere quando nonostante le grandi quantità
di creme lubrificanti usate ai miei mugolii di piacere si mischiavano quelli
di dolore;
venni accompagnata in tutti i fetish-shop della città, dove la mia insegnante
di sesso mi fece dar fondo alle mie riserve di denaro per comprare osceni abiti
in plastica, rivelatori vestiti in pelle e un'intera collezione di scarpe dall'altissimo
tacco a spillo.
Io piano piano imparavo
come ricompensare la mia viziosa amica.
Oltre a essere sempre a sua disposizione per farla godere con la lingua, le
mani e i suoi stessi giocattoli, avevo capito come eccitarla.
A Katja piaceva vedermi in posizioni di inferiorità, così la soddisfacevo
leccandole i piedi e il buco del culo, chiedendole spesso di legarmi e viziandola
come una signora dell'antica nobiltà.
Il grande cambiamento avvenne dopo circa tre mesi che vivevo a casa sua, quando trovai finalmente il coraggio di chiederle di farmi soffrire.
Avevamo finito di cenare.
Io ero andata in camera da letto, dove tenevamo tutti i nostri giocattoli, e
ne ero tornata a quattro zampe, nuda, indossando un collare e tenendo fra i
denti un gatto a nove code che Katja aveva usato per qualche sua foto.
Avevo fatto cadere la frusta davanti ai suoi piedi: "Ti va di frustarmi,
Katja?" le avevo sussurrato, e sul suo viso si era dipinta la gioia più
pura.
Venni legata a un gancio
sul soffitto, appesa per i polsi in una posizione che mi costringeva a stare
in punta di piedi, esposta e inerme.
Prima di cominciare il gioco, Katja si era vestita da dominatrice, con lucidissimi
stivali neri a mezza coscia dal tacco a spillo, un body in pelle e lunghi guanti
neri.
Era bellissima, eccitante come non mai: nonostante stessi tremando di paura,
avevo il sesso fradicio, e non potei trattenermi dal chiederle di baciarmi.
La mia amica si era avvicinata, mi aveva sfiorato le labbra e si era lentamente
allontanata, facendomi sbilanciare in avanti per inseguirla.
A un certo punto mi ero ritrovata con il collo stirato, la lingua protesa, tutto
il corpo disperatamente alla ricerca della sua bocca, mentre Katja osservava
divertita la mia impotenza.
La fustigazione fu terribile,
dolorosissima, lunga e insopportabile.
Katja non risparmiò neanche un centimetro del mio corpo, e mi diede qualche
attimo di pausa solo quando si allontanò per prendere un bavaglio con
cui soffocare le mie urla.
Le lacinie della frusta mi centravano i capezzoli, la vagina... persino il buco
del culo, facendomi roteare come una marionetta impazzita appesa al mio semplice
bondage.
Il dolore era molto più di quanto avessi immaginato, ma nonostante questo,
quella sera godetti ancor più del solito.
La mia eccitazione naturalmente
non aveva nulla di fisico: era il pensiero del mio corpo indifeso, dei segni
sulla pelle, della TORTURA che mi faceva bagnare.
Godevo nel vedere i capezzoli sempre più eretti e duri così esposti
alla furia della frusta, godevo della prova che stavo superando, godevo soprattutto
del piacere insuperabile che stavo dando alla mia aguzzina.
Avevo superato le barriere delle convenzioni e dell'ipocrisia, superato le mie
paure e l'immagine che mi ero fatta di me stessa.
Mentre i colpi del gatto a nove code si abbattevano senza pietà sulla mia carne non ero più Cristina, la diciottenne che aveva lasciato la scuola, o Cristina, a cui piacevano i film dell'orrore e la musica di Mozart.
Ero solo un corpo, un animale
senza nome né scopi, senza passato o futuro, che viveva al massimo le
sensazioni di essere in vita.
Sì, durante quel tormento la sensazione più forte e sorprendente
non era il dolore, ma quella di essere viva. Osservavo il mio corpo urlare e
dimenarsi, bagnarsi e vibrare, e lo spettacolo mi sopraffaceva.
Quando venni tirata giù,
crollai a terra, scossa da un pianto che veniva da un punto nascosto nel profondo
del mio ventre; non un pianto di dolore, ma di gioia.
Il dolore ebbi invece modo di apprezzarlo dopo, nei giorni successivi, ma anche
in questo caso le sensazioni furono diverse da come me le ero aspettate.
Ogni volta che mi sedevo e la pelle irritata del culo mi faceva istintivamente
saltare nuovamente in piedi, il dolore non era un fastidio, ma un piacevole
ricordo del piacere che avevo dato a Katja e a me stessa sottoponendomi a una
cosa tanto oscena come una fustigazione.
Ero soddisfatta del mio masochismo, e Katja lo era quanto me.
Nei giorni successivi ci dedicammo a giochi sempre più fantasiosi e complicati: cera fusa, mollette, sculacciate... venni masturbata con un guanto coperto di peperoncino tritato, e fui io stessa a chiedere alla mia dominatrice di essere torturata con un clistere, dopo averlo visto fare su una delle riviste specializzate che ora compravo in quantità, cercando di capire gli articoli scritti in lingue che non conoscevo.
L'altro grande sviluppo nella mia vita avvenne qualche mese dopo, la sera del mio diciannovesimo compleanno.
A quell'epoca ero ormai
del tutto convinta del mio masochismo: il rapporto con Katja era diventato completamente
SM, e venivo torturata quasi ogni giorno.
Avevo capito che sarebbe successo qualcosa proprio perché la mia padrona
si era limitata ad usarmi solo sessualmente per qualche giorno, ma avevo evitato
di fare domande.
Poi, una sera, Katja mi disse improvvisamente di vestirmi per uscire: i vestiti
li aveva scelti lei, e li aveva appoggiati sul letto.
Si trattava di un corsetto di pelle, calze velate con la riga dietro e scarpe
nere con tacco a spillo altissimo.
L'unico altro indumento era un lungo cappotto scuro, che copriva perfettamente
la mia nudità. Pensavo che si trattasse di un gioco che avevamo già
fatto alcune volte: Katja mi portava in giro così, poi mi ordinava di
espormi agli sguardi degli altri automobilisti mentre giravamo in macchina,
o mi faceva fare pipì nei parchi quando non passava nessuno, facendomi
accosciare e sollevare il cappotto a scoprire le mie parti intime.
Quella volta dovetti però
mettere anche un collare, e non usammo la nostra macchina ma un taxi.
La destinazione era un club SM: il primo in cui fossi mai entrata.
La porta ci venne aperta da un uomo in tenuta da cameriere, che ci invitò
a lasciare i nostri cappotti al guardaroba.
Katja mi ordinò seccamente di obbedire, ed entrai nella sala principale
del club più preoccupata che eccitata.
Ormai avevo capito che in Olanda non sarei stata violentata da nessuno, ma la
situazione mi imbarazzava molto.
Katja mi trascinò
per il guinzaglio a un tavolino, e mi fece inginocchiare al suo fianco. Nella
stanza c'era un altra dozzina di persone, che ci seguirono con gli occhi studiandoci
accuratamente.
Tutti i tavolini davano su un piccolo palcoscenico, che al momento ospitava
un televisore che trasmetteva le immagini di un film SM.
Qualche minuto dopo il film terminò, e le luci sul palco si accesero.
Una ragazza vestita da schiava portò via il televisore, e Katja mi sussurrò
all'orecchio: "Buon Compleanno!".
Subito dopo la mia padrona
si alzò, e mi portò sul palco trascinandomi per il guinzaglio.
In un attimo realizzai la situazione: come regalo di compleanno sarei stata
torturata davanti a tutti quegli estranei!
L'imbarazzo scomparve quasi subito, anche perché la sessione punitiva
fu molto intensa.
Katja cominciò legandomi
a gambe larghe su un panchetto, in modo da esporre completamente i miei buchi
allo sguardo del pubblico.
Poi cominciò a penetrarmi con dildi sempre più grandi, per prepararmi
a un fist fucking davanti e dietro che mi fece urlare parecchio, soprattutto
quando mi infilò entrambe le mani contemporaneamente.
Dopo Katja si fece ripulire
le mani con la lingua e mi lasciò nelle mani delle dominatrici del locale,
che si divertirono rudemente col mio corpo mentre i presenti ridevano e applaudivano
il mio dolore.
Mi vennero applicate pinze con pesi sulle parti più sensibili, venni
ancora dilatata, e poi naturalmente frustata: tantissime frustate con molti
strumenti differenti, che mi fecero soffrire e godere davanti agli occhi divertiti
della mia amica.
Fra le lacrime irrefrenabili cercavo infatti lo sguardo di Katja, e la sua espressione
eccitata mi faceva dimenticare ogni paura.
Le mani delle aguzzine a pagamento erano l'estensione di quelle di Katja, e
io precipitai in un abisso di dolore e piacere del tutto analogo a quelli conosciuti
nella nostra casetta dalle pareti insonorizzate.
Quando lo spettacolo del mio supplizio finì, e tornai al tavolo dopo
essermi data una rinfrescata, trovai Katja in compagnia di una bella donna di
circa trentacinque anni, con lunghi capelli neri e un'espressione molto decisa.
Avrei voluto correre a baciare
Katja per il regalo ricevuto, ma pensai che fosse meglio inginocchiarmi in silenzio
ai suoi piedi.
Le due donne parlarono nella loro lingua gutturale ancora per qualche minuto,
poi la sconosciuta si alzò salutando Katja con un sorriso particolarmente
soddisfatto, lasciandole un bigiletto da visita.
Restammo nel locale ancora un paio d'ore, dopo aver assistito a un'altro show a base di torture su una donna non particolarmente bella né giovane, ma senza dubbio capace di sopportare trattamenti molto duri.
Arrivate a casa facemmo
l'amore a lungo, e io crollai esausta nelle braccia di Katja. Quando mi svegliai
la mattina dopo, lei si era già alzata da tempo, e per la prima volta
in molti mesi aveva preparato la colazione, svolgendo un compito che faceva
solitamente parte dei miei doveri di schiava.
"Qualche giorno fa mi è stato offerto un lavoro," mi disse
mentre eravamo sedute a mangiare. "Si tratta di una grossa serie di servizi
fotografici in Giappone, pagati molto bene e che non sono nelle condizioni di
lasciarmi scappare. Questo significa che dovrò stare via a lungo, per
almeno cinque mesi, e tu non mi potrai seguire".
Quelle parole mi fecero
quasi svenire, e mi sentii come se qualcuno mi avesse infilato un grosso pezzo
di ghiaccio al posto dello stomaco.
"Neanch'io voglio lasciarti," mi disse vedendo la mia espressione,
"ma non posso davvero fare nient'altro. Purtroppo sono stata egoista, e
invece che aiutarti a trovare un lavoro non ti ho insegnato nemmeno una parola
di olandese, quindi non ti posso nemmeno costringere a restare qui ad aspettarmi".
Ero disperata, e non riuscivo a pronunciare una sola parola.
"Fino a ieri temevo di doverti rispedire in Italia, ma se vuoi ora c'è una alternativa. La donna con cui ho parlato ieri al club si chiama Fiona Martens; è la vedova del miliardario Anton Martens, che le ha lasciato un'enorme eredità".
Ormai avevo iniziato a piangere, e non capivo dove volesse arrivare: "Lady Fiona è molto perversa, e vive in una grande villa in cui ha un vero e proprio harem di schiavi. Tu le sei piaciuta, e si è offerta di comprarti per... molti soldi"
Katja mi si avvicinò e mi scrollò per le spalle, cercando di farmi capire meglio quel che aveva detto: "Smettila di piangere! Hai capito? Ti sto chiedendo una cosa importante! Vuoi accettare l'offerta?"
"Non... Non lo so,
non ho capito... Che offerta?" La mia terribile disperazione per l'idea
di perdere la mia amante non mi aiutava certo a capire una situazione tanto
strana.
"Puoi diventare la schiava di Lady Fiona," ripetè Katja con
una certa enfasi. "Se accetti diventerai di sua proprietà per un
anno, ma quando uscirai potrai tornare da me. Quella donna è molto crudele,
ma ho visto come ti piace essere usata anche dalle altre, e forse non sarà
così terribile".
Finalmente cominciavo a capire: "Ma non potrai venirmi a trovare?"
"No".
"Però mi aspetterai?"
"Certo, Cristina, certo che ti aspetterò".
"Allora va bene. Farò qualunque cosa per potere restare con te".
Il resto della giornata lo passai a piangere nelle braccia di Katja e a fare
l'amore con lei.
Subito dopo cena, la mia amante fece una telefonata, e mi ordinò di vestirmi
come la sera prima.
"Perché vuoi
uscire?" le chiesi.
“Non voglio uscire, Cristina," fu la risposta sconsolata.
"Ti stanno venendo
a prendere per portarti da Lady Fiona. Io parto domani".
La notizia mi fece cadere in stato catatonico.
Non ricordo nulla di quello
che successe quella sera sino a quando non mi ritrovai in strada, spinta dentro
una grossa Mercedes nera da un'alta ragazza bionda.
Piansi per tutto il viaggio, e quando arrivammo a destinazione mi ritrovai in
un grande cortile, davanti al portone di un palazzo enorme.
Venni trascinata all'interno, portata in una specie di studio e lì venni
raggiunta da Lady Fiona.
La Signora
Era una donna alta, con lunghi capelli neri e un'espressione davvero superiore,
accentuata da un trucco elegante ma aggressivo, che metteva in risalto la bocca
carnosa.
Era vestita con una lunga vestaglia da camera, ricamata e preziosa.
Si sedette a una grande scrivania di legno scuro, dal lato opposto alla sedia
su cui ero stata sbattuta dalla ragazza che mi aveva accompagnato in auto.
"Penso che la tua padrona ti abbia già detto tutto," mi apostrofò in perfetto inglese, "ma in ogni caso ti ripeterò le regole dell'accordo. Tu diventi la mia schiava per un anno, e io pago la somma pattuita allo scadere dei dodici mesi. Durante questo periodo tu sei mia prigioniera, e io posso fare di te tutto quello che voglio. Ogni tuo errore o disubbidienza viene punito con la tortura, e naturalmente ti farò soffrire anche solo per divertirmi. Ho visto che sei una piccola puttanella masochista, e sono sicura che troverai molte occasioni per divertirti con me e con i miei amici. Normalmente faccio firmare dei contratti, ma visto che sei un'immigrata clandestina non ce ne sarà bisogno. Nessun tribunale darà mai ragione a una pezzente italiana".
Accettai.
La prima cosa che mi venne ordinata fu di alzarmi e mostrarle le mie intimità
aprendomi per bene con le mani.
"Ieri sera mi sei piaciuta proprio per questo tuo buchetto sfondato,"
mi disse l'aristocratica dominatrice riferendosi al mio culo, "e ho dei
progetti speciali per lui".
I "progetti speciali" erano un duro regime disciplinare volto a dilatarmi lo sfintere all'inverosimile, e iniziarono da quella sera stessa.
Lady Fiona mi fece mettere a quattro zampe, e si fece portare in groppa sino a una vera e propria sala di tortura, che scoprii poi essere una delle tre di cui era dotata la sua villa.
Venni legata a gambe larghe su una poltroncina ginecologica, e la donna si divertì a sfondarmi il culo prima con la mano, poi con buona parte del braccio e infine con una serie di divaricatori e cunei anali di dimensioni sempre maggiori.
Anche se questi giochi appassionavano
anche Katja, non avevo mai provato penetrazioni così grandi, e le mie
urla a squarciagola fecero bagnare abbondantemente la sadica padrona, che si
fermò solo quando la carne dello sfintere rimase tesa come una corda
di violino attorno a un dildo di dimensioni davvero enormi.
"Per questa sera può bastare," sogghignò viziosamente
mentre il dilatatore mi sobbalzava nel culo agitato dagli spasmi muscolari incontrollabili
che cercavano inutilmente di espellerlo.
Il dolore era terribile, e non vedevo l'ora che quel palo mi venisse sfilato
dall'intestino in fiamme.
La dominatrice prese però una serie di corde da un ripiano nelle vicinanze,
e bloccò il dildo con una specie di imbragatura che mi impediva tanto
di spingerlo fuori quanto (il dolore tremendo che provavo allo sfintere mi aveva
spinto a considerare anche questa folle possibilità) risucchiarlo all'interno
del corpo.
Lady Fiona poi uscì senza una parola, lasciandomi sola con quel terribile strumento di tortura.
Fu un'altra schiava a liberarmi
dalla sedia, dopo non so quanto tempo. Gli spasmi erano ormai cessati, ma il
culo mi faceva ancora un male lancinante.
La ragazza cominciò a sciogliermi le caviglie, poi la corda che mi bloccava
in vita, poi i polsi.
Quando le uniche corde rimaste furono quelle che bloccavano il dilatatore, però,
mi fece cenno di alzarmi.
Non credevo ai miei occhi: come potevo muovermi con quel coso piantato nel culo?
Cercai di spiegarmi in inglese, ma la schiavetta mi fece un eloquente cenno
col capo: dovevo tenere il dilatatore in posizione!
Mi ci volle mezz'ora per
raggiungere la mia cella, dove avrei dovuto passare la notte: si trovava in
una specie di sotterraneo, e scendere le scale che vi conducevano fu un'esperienza
terribile, dolorosissima.
Quando arrivai alla mia branda avevo il corpo completamente coperto di sudore,
singhiozzavo per il dolore ed ero praticamente sicura di essermi strappata il
muscolo anale.
La schiava mi legò con le mani alla testata del letto, mentre le caviglie
vennero bloccate da fasce di cuoio che le tenevano ben divaricate.
Fortunatamente mi venne concesso di sdraiarmi a pancia in giù: il peso
del corpo che gravava sulle tette era una bazzeccola in confronto al male che
avrei sentito appoggiandomi sul perno che mi stava sodomizzando.
La schiava uscì dalla
cella senza una parola, chiudendone la porta di legno con un chiavistello e
spegnendo la luce dietro di sé.
Nel buio, infilzata come un pollo allo spiedo e legata nuda alla branda, cominciai
finalmente a comprendere la situazione in cui ero finita.
Ero prigioniera, prigioniera in un castello degli orrori come quello delle favole,
come quello di Histoire d'O, nelle mani di una donna che poteva permettersi
stanze di tortura e un serraglio di ragazze da far soffrire per il suo piacere.
Con il culo in fiamme, tirata
in tutte le direzioni da corde che mi stavano cominciando a tagliare la pelle,
ripensai al sorriso bianchissimo e diabolico di Lady Fiona, che sembrava una
specie di versione porno della regina cattiva di Biancaneve; nella camera ginecologica
i suoi occhi avevano scintillato di gioia mentre mi roteava la mano nel culo,
impegnandosi per trarre ogni stilla di sofferenza dalle mie parti più
intime.
Ero stata sopraffatta dal dolore intenso e sul momento non ero riuscita a rendermene
conto, ma l'eccitazione di quella donna di fronte al mio supplizio era stata
qualcosa di palpabile nell'aria.
E cosa dire di me stessa?
Mi ero lasciata maltrattare come una bambola, lasciandomi legare e sbatacchiare
qua e là con una sottomissione forse ancora maggiore di quella che ero
abituata a dimostrare a Katja.
Forse la differenza fra questa sera e la mia relazione con Katja stava nel fatto
che questo non era un gioco.
Lady Fiona era troppo organizzata, troppo sinceramente sadica per permettersi
di lasciarmi riposare dopo la tortura.
Katja mi avrebbe fatto rimanere a letto per ore e ore, venendo di tanto in tanto
a baciarmi e accarezzarmi.
La mia nuova padrona invece no: non si era neanche degnata di accompagnarmi
alla mia cella, e tutta la sua preoccupazione era stata che il mio sfintere
continuasse a provare dolore anche mentre lei si riposava dormendo.
Questi pensieri mi fecero
finalmente eccitare e bagnare, rendendo un po' più sopportabile l'intrusione
del grosso dildo.
Durante la notte non riuscii naturalmente a dormire: forse crollai per qualche
decina di minuti di tanto in tanto, ma la maggior parte del tempo la passai
a subire la stretta sempre più fastidiosa delle corde, a fantasticare
di quel che mi sarebbe successo nei giorni successivi, e a stupirmi di come
il dolore della penetrazione diventasse sempre meno intenso, e di tanto in tanto
persino piacevole.
Cercai di masturbarmi agitando il bacino, ma non vi riuscii.
Quando la luce della cella si riaccese, ero ridotta a uno straccio e eccitata
come una cagna in calore.
La prima persona che vidi
quella mattina, e per la maggior parte dei miei risvegli successivi, fu Enrica.
Enrica era la mia insegnante di tedesco, la lingua ufficiale della villa di
Lady Fiona. Si trattava di una ragazza italiana come me, di circa 25 anni. Non
era molto alta, e il corpo rotondetto ne tradiva l'origine mediterranea; aveva
capelli neri e grandi occhi castani, e la carnagione scura fu quasi una sorpresa
per me, abituata alle pelli bianchissime delle ragazze locali.
Era vestita con scarpe nere dal tacco altissimo, che avrei poi scoperto essere
obbligatorie per tutte le ospiti della villa, e un collare con anello.
Per il resto era completamente nuda: la vagina era completamente depilata e
perforata nelle piccole labbra da grossi anelli metallici, che stiravano la
carne tintinnando a ogni suo passo.
Degli anelli simili, più grandi di quelli che avevo visto usare normalmente
per il piercing, le trapassavano la base dei larghi capezzoli scuri, costringendoli
a rimanere eretti in uno stato di perenne e vistosa eccitazione.
Enrica non mi tolse il sodomizzatore
(cui mi stavo però ormai abituando), ma mi slegò i polsi e le
caviglie.
Mi feci docilmente allacciare un collare che venne fissato a un anello nella
parete costringendomi a restare in piedi, e incrociai le braccia dietro la schiena
come mi era stato ordinato.
La lezione iniziò
subito dopo, senza tanti preamboli. Le prime parole che mi vennero insegnate
erano quelle riferite alle varie parti del corpo, iniziando naturalmente da
"figa", "culo", "tette", eccetera.
Enrica mi sfiorava la parte in questione, me ne pronunciava il nome, e io dovevo
ripeterlo. Ogni errore veniva punito nella maniera più adatta: i capezzoli
venivano pizzicati e torti con le dita, le natiche picchiate con una dolorosissima
bacchetta (e quando lo sfintere si contraeva istintivamente per la battuta vedevo
davvero le stelle), e così via.
Dopo un'ora circa di lezione mi venne spiegato che la padrona aveva ordinato che io imparassi a ubbidire a qualsiasi ordine in tedesco entro un mese, e che in caso contrario Enrica sarebbe stata retrocessa dal ruolo di sorvegliante cui era arrivata dopo due anni di dura schiavitù a quello di schiava, che avrebbe comportato il ritorno a sevizie quotidiane.
Durante il resto della giornata
imparai infatti il complicato regolamento della villa, che comprendeva disposizioni
precise per il modo in cui camminare, ricevere le punizioni, rivolgersi alle
sorveglianti, mangiare, fare i propri bisogni corporali e molto altro ancora.
Si trattava di un vero e proprio regime carcerario, con la variante che si poteva
essere torturate e violentate in qualsiasi momento.
La cosa che mi sembrò più difficile da sopportare fu, a prima
vista, il divieto di masturbarsi o comunque godere senza il permesso dei superiori.
I superiori in questione
erano Enrica e altre due donne, una prosperosa tedesca di nome Monika e l'orientale
Midori, una bellissima giapponesina dallo sguardo particolarmente duro.
Le tre sorveglianti erano ex-schiave di Lady Fiona, affrancate per meriti particolari
e incaricate di tenere sotto controllo l'harem della padrona.
I loro compiti principali consistevano nell'addestrare le schiave tramite punizioni
e umiliazioni quotidiane, nonché nel preparare i divertimenti della Padrona.
La proprietaria della villa e delle nostre vite voleva infatti disporre ogni
sera di due "favorite", scelte a rotazione fra le ospiti delle celle.
La prima di esse svolgeva
la funzione di oggetto sessuale, e doveva mettere il proprio corpo a disposizione
delle voglie erotiche di Lady Fiona, che pretendeva lingue instancabili e mani
agilissime al suo servizio.
L'altra prescelta aveva invece un compito molto meno gradevole: quello di vittima,
che con le sue sofferenze doveva "movimentare la serata" subendo sevizie
particolarmente elaborate ed intense. Queste torture speciali venivano ideate
dalle tre sorveglianti, che dovevano fare del loro meglio per stimolare la loro
signora con scene sempre nuove per non incorrere a loro volta in punizioni esemplari.
In quel momento nella villa
vivevano otto schiave, me compresa.
Questo significava che fra una notte di tortura e l'altra passavano solo otto
giorni, durante i quali venivamo però punite ogni giorno per un motivo
o per l'altro.
Io, per esempio, non venni
usata nel ruolo di vittima prima di un'intera settimana, durante la quale dovetti
subire molto più di quanto non fossi abituata.
Venni appesa per i seni e frustata, dovetti indossare una cintura dotata di
un grosso sodomizzatore per tutto il tempo passato in cella, perdetti quasi
i sensi bloccata in un lunghissimo bondage, mi vennero fatti clisteri che mi
fecero sentire come se il ventre mi scoppiasse, e naturalmente rimasi sfiancata
dai durissimi lavori di casa che mi veniva imposto di fare.
Proprio io, che a casa mia non mi sarei nemmeno sognata di sciacquare un piatto, nella villa di Lady Fiona dovetti tirare a lucido enormi pavimenti usando solo un piccolo straccio, o spolverare libro per libro un'intera biblioteca strizzata in corsetti che mi toglievano il fiato, con i capezzoli stretti da pinze dentate e bilanciandomi su tacchi a spillo che mi costringevano dolorosamente in punta di piedi.
La sofferenza, la tensione psicologica e la paura delle punizioni erano così forti che non pensavo ad altro che a ubbidire. Non pensai nemmeno una volta al mondo oltre le mura di cinta della villa, alla mia amata Katja o ad altro che non fosse soddisfare le mie aguzzine.
Lavoravo tutto il giorno,
leccavo suole e fighe e culi quando mi veniva ordinato, tornavo a lavorare,
seguivo docilmente le donne che mi trascinavano al guinzaglio verso le camere
di tortura, subivo con rassegnazione ogni tormento, tornavo a lavorare, venivo
portata in cella, crollavo esausta, e la mattina dopo Enrica mi svegliava per
la lezione di tedesco, che si risolveva spesso a suon di bacchettate.
Questa routine estenuante aveva annullato in pochi giorni la mia volontà,
ma non certo il piacere sessuale che provavo per quella strana situazione.
Ogni volta che sentivo le corde stringersi attorno ai miei polsi la figa mi
si trasformava in un laghetto, i capezzoli diventavano eretti e duri come sassi,
e il mio sguardo si illanguidiva nell'osservare le sorveglianti mentre si preparavano
a farmi soffrire.
Il dolore, per quanto atroce potesse essere, era presto diventato il giusto
prezzo per poter avere l'onore di dare loro piacere.
Il sesso era razionato,
e la continua eccitazione provocata dalle bizzarre situazioni che si creavano
fra le pareti di quella villa aiutava a sopportare dolore e stanchezza.
Ero diventata una vera ninfomane, e la mia massima felicità consisteva
nel poter leccare i corpi sublimi delle dominatrici, nel soffermarmi a bere
ogni goccia stillata dai loro sessi.
Le tre sorveglianti erano molto soddisfatte di questo mio atteggiamento, così
come Lady Fiona, che durante il giorno vedevo in realtà molto di rado,
e si fermava raramente a guardarmi.
La Padrona si degnava di
unirsi al suo harem solo all'ora di cena. In quell'occasione noi schiave venivamo
radunate nel salone, e osservavamo assieme a Lady Fiona e alle due sorveglianti
che cenavano al tavolo con lei la tortura della vittima prescelta, che veniva
seviziata dalla terza aguzzina.
L'amante della Padrona doveva solitamente stare sotto al tavolo, a leccare con
devozione Lady Fiona, mentre una di noi svolgeva il compito di cameriera, e
le altre dovevano restare a disposizione delle aguzzine, che spesso imitavano
la Padrona facendosi servire sessualmente durante la cena, e a volte avevano
bisogno di assistenza per punire la vittima.
Le punizioni serali erano spettacoli terribili e memorabili, che si distinguevano per la complessità degli strumenti usati e la crudeltà delle aguzzine, che non si fermavano di fronte a nessuna supplica o lamento.
La prima seduta di tortura
cui assistetti aveva per vittima Undine, una tedesca di circa 30 anni, con rossi
capelli a caschetto.
Aveva la vagina e i capezzoli trapassati da anelli e si era avvicinata all'angolo
della stanza in cui si sarebbe svolto il supplizio con un'espressione fiera,
che mi aveva fatto pensare che fosse determinata a non mostrare il suo dolore
alle aguzzine.
La punizione venne somministrata da Monika, che come prima cosa le imprigionò
il collo e i polsi in una gogna rettangolare di legno scuro e alto due dita.
Le gambe vennero divaricate tramite due corde non troppo tese strette all'altezza
delle ginocchia, poi la dominatrice nordeuropea prese due cordicelle sottili,
che fissò agli anelli vaginali di Undine aprendole bene la figa e tirandoli
poi verso l'alto.
Undine non fece un fiato nemmeno quando le cordicelle vennero fissate ai lati
della gogna, stirandole in maniera senz'altro dolorosa le grandi labbra.
Monika prese poi un filo
metallico, che fece tendere fra due anelli infissi a circa un metro d'altezza
nelle pareti che si trovavano davanti e dietro il corpo offerto della schiava.
La dominatrice tolse le scarpe a Undine, cui fu ordinato di rimanere in punta
di piedi: il filo passava così fra le sue gambe, pochi centimetri sotto
la vagina spalancata.
Non era certamente una posizione comoda, e la schiava faceva un certo sforzo
per non appoggiarsi al filo, anche per via del peso della gogna.
L'aguzzina impugnò quindi quattro grosse pinze metalliche, del tipo usato
per collegare fra loro le batterie delle automobili, unite da un solo cavo elettrico
a quattro capi.
Come avevo immaginato, i crudeli denti metallici delle prime due pinze vennero
fatti scattare sui capezzoli di Undine, che si dovette mordere un labbro per
non urlare di dolore: si trattava di oggetti pesanti, e la molla di cui erano
dotate era capace di una stretta notevole.
Osservata la reazione della schiava, Monika si soffermò qualche istante
a far sobbalzare con la mano le pinze, facendole ogni volta ricadere all'improvviso
per stirare i capezzoli martoriati di Undine.
Sul viso della donna scesero due grandi lacrime, ma ancora una volta non aveva
emesso il minimo lamento.
La collocazione della terza
pinza fu forse ancor più terribile di quelle precedenti: Monika infatti
la chiuse con un sorriso perverso sul clitoride esposto della schiava, che finalmente
proruppe in un urlo acutissimo, che si prolungò sino a che la dominatrice
si attardò a manovrare la pinza per bloccarla in modo che il roseo bottoncino
di Undine fosse morso dall'alto, con la pinza tenuta sospesa dal suo stesso
cavo.
A lavoro completato, Undine era scossa da singhiozzi, le gambe le tremavano
e il petto ansante faceva sobbalzare i morsetti in una danza eccitante e dolorosa.
Rimaneva un quarto morsetto, che Monika soppesò in una mano con un'espressione
che non lasciava presagire nulla di buono. La bionda avvicinò alla sua
vittima una grossa scatola metallica arancione: io non capisco nulla di elettricità,
ma gli indicatori e le levette che si trovavano sul lato superiore della scatola
parlavano da soli.
Si trattava di un generatore di corrente!
Monika vi collegò la quarta pinza, e terminò la preparazione del
supplizio agganciando un ultimo morsetto proveniente dal generatore al filo
metallico che ancora si trovava fra le gambe della schiava, che era impallidita
quando aveva visto l'apparato.
La torturatrice spostò
un interruttore sulla macchina, e un ronzio si diffuse nella stanza.
Monika si spostò con movimenti lenti e sensuali alle spalle della sua
vittima, e con un ampio gesto delle braccia afferrò con entrambe le mani
la gogna in legno che le cingeva il collo.
Undine tentò di chiedere pietà mugolando qualcosa, ma la bionda
non ebbe un attimo di esitazione, e si appoggiò con decisione alla gogna,
facendo perdere l'equilibrio alla schiava, che appoggiò i piedi a terra.
La figa spalancata toccò il cavo metallico, e il circuito elettrico si
chiuse facendo passare la corrente nel corpo della poveretta, riversandovisici
attraverso i capezzoli e il clitoride.
L'urlo di dolore di Undine
fu veramente terribile, e non appena Monika si spostò la schiava tornò
rapidamente in punta di piedi, interrompendo la sofferenza.
Da quel momento in poi, la donna rimase legata al terribile meccanismo per almeno
quattro ore, durante le quali la stanchezza ebbe la meglio sui suoi polpacci
per moltissime volte.
Ogni cedimento era annunciato da un grido lacerante, che col tempo durava sempre
più per la difficoltà nel riuscire a riprendere la posizione.
Lady Fiona osservava il corpo tremante della donna con un sorriso soddisfatto,
evidentemente eccitatissima per il dolore che la sua schiava stava provando.
Gli spettacoli delle sere
seguenti furono altrettanto terribili e insopportabili per le povere vittime.
Midori torturò la giovanissima irlandese Ann unendo agli anelli che le
perforavano i seni e la vagina altrettanti grossi secchi, che durante la serata
si riempirono molto lentamente di acqua colata da un complesso sistema di tubi.
Vedemmo le sue carni più sensibili allungarsi sino all'impossibile, mentre
il corpo teso fino allo spasimo vibrava per il dolore intenso.
Enrica seviziò invece
la pallida Karen, una ragazza cui era stato vietato già da due giorni
di orinare.
Per assicurarsi che l'ordine fosse rispettato le era stata fatta indossare una
sorta di strettissima mutanda in gomma dotata internamente di un gigantesco
fallo gonfiabile, che le comprimeva l'uretra tappandola.
Karen fu costretta a bere un intero litro di acqua tiepida, e poi costretta
a proporre ella stessa delle torture da infliggerle in cambio del permesso di
liberarsi la vescica, che le doleva tanto da impedirle addirittura di parlare
fluentemente.
L'accordo finale fu per una fustigazione su tutto il corpo eseguita con due
lunghi scudisci maneggiati da Enrica e Midori sino a che la schiava non perdette
i sensi, seguita al suo risveglio da cinquanta colpi di bacchetta sulla vagina
da parte di Monika.
Quest'ultima si dilettò
la sera successiva nell'applicare grossi anelli vaginali al sesso di Tanya,
una prosperosa ragazza statunitense che ne era sprovvista.
Dopo averle perforato le piccole labbra, Monika le trafisse il clitoride con
due aghi da siringa, facendola quasi svenire per il dolore.
Il quinto giorno Midori
usò l'unica schiava negra, una atletica senegalese di cui non capii il
nome, per uno show a base di penetrazioni.
La vagina della poveretta venne violata da mani, piedi, divaricatori e falli
di ogni misura.
Per il clou finale Midori infilzò la negra con un grosso spazzolino lavabottiglie
dalle setole durissime, che manovrò nella figa della schiava a lungo
e senza alcun riguardo.
L'ultimo tocco fu dato da un'abbondante quantità di cera fusa, che venne
colata all'interno della cavità vaginale tenuta spalancata da un divaricatore,
proprio sulla bocca dell'utero.
La francese Jacqueline fu poi la vittima di Enrica, che la legò supina a terra infilandole la testa in una specie di boccia per pesci rossi, che era stata modificata in modo da avere un'apertura con guarnizione sul lato in cui inserire il collo della schiava. Alla mattina ci era stato ordinato di non fare né la cacca, né la pipì per tutto il giorno, e in quell'occasione dovemmo scaricarci all'interno della boccia trasparente, quasi annegando Jacqueline in un mare di escrementi che lei fu costretta a ingoiare in quantità per non soffocare.
La sera successiva fu dedicata
alla tortura di Bettina, l'unica altra ospite della villa che mi era sembrata
sinceramente masochista quanto me.
Bettina era tanto giovane che io ero convinta non fosse ancora maggiorenne,
e l'avevo notata un paio di giorni prima, quando eravamo tutte e due di servizio
in cucina.
Io stavo spolverando uno scaffale, e lei lavava i piatti.
A un certo punto era entrata nella stanza Enrica, che aveva iniziato a esaminare
il mio lavoro alla ricerca di polvere nascosta o altre scuse per punirmi: io
mi ero fermata un istante, e mi ero girata casualmente in direzione dell'altra
schiava.
Bettina aveva preso un piatto appena lavato, mi aveva strizzato l'occhio e l'aveva
buttato deliberatamente a terra, rompendolo e facendo infuriare la sorvegliante.
La schiavetta era stata immediatamente trascinata verso la sala delle punizioni,
ed era tornata quasi mezz'ora dopo con il culo ridotto a un'unica massa rosso
fuoco dalle frustate di Enrica.
Bettina subì una
delle torture più brutali che avessi mai visto in quella villa: Monika
le sigillò infatti la fighetta con un gran numero di spille da balia,
con cui le trapassò sia le piccole che le grandi labbra facendole perdere
un po' di sangue.
Anche Lady Fiona non fu soddisfatta dello spettacolo, e prima di ritirarsi con
la sua amante di quella sera fece frustare Monika dalle altre due sorveglianti,
che si accanirono con particolar foga sulla loro compagna.
La Tortura
Con il passare dei giorni
il mio comportamento durante le serate era lentamente cambiato: mentre all'inizio
avevo trovato eccitantissima la crudeltà spietata degli spettacoli, a
mano a mano che il mio turno si avvicinava avevo cominciato a provare sempre
più paura.
Due o tre volte durante la settimana ero stata seviziata dalle sorveglianti
durante la cena, ma nonostante il dolore delle frustate e i lamenti che emettevo
quando una pinza si stringeva sui miei punti più sensibili, avevo vissuto
le ore serali con la stessa rassegnazione con cui passavo le giornate, annullata
dalle sofferenze e dalla volontà inamovibile delle dominatrici.
Con il passare dei giorni,
però, nella mia mente si insinuava sempre più in profondità
l'idea che al posto delle ragazze torturate sarei presto finita io.
E' vero che avevo ormai imparato a vivere con un palo infilato quasi costantemente
nel culo, è vero che trovavo ormai naturale precipitarmi a leccare le
suole degli stivali che mi venivano mostrati, ed è anche vero che il
solo pensiero di vivere in quella situazione paradossale mi eccitava come la
peggior troia, ma a quei trattamenti non ero ancora pronta.
Lo sapevo: non appena le
sorveglianti si distraevano e la mia attenzione riusciva a spostarsi un attimo
dai compiti estenuanti di sguattera o dal dolore delle punizioni, mi trovavo
con le gambe che tremavano, e lo stomaco contratto per la paura.
Se non fosse stato perché sapevo bene che una simile richiesta avrebbe
solo significato un aumento della pena, avrei supplicato in lacrime e in ginocchio
quelle aguzzine di farmi fare qualsiasi cosa, piuttosto di uccidermi, ma di
risparmiarmi i micidiali martiri di quelle cene.
Ero pronta ad abbassarmi alle umiliazioni più abiette, che ancora non
ritenevo che confinabili alla sola fantasia, ai sacrifici più disumani.
Eppure, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il momento innominabile si avvicinava
senza poter essere fermato.
Il giorno fatidico, il terrore
per il martirio che mi attendeva mi agitava così tanto che durante la
giornata avevo commesso un'infinità di errori e piccole mancanze, ed
ero quindi stata punita diverse volte con le fruste che, nel maniero di Lady
Fiona, erano sempre pronte a fischiare nell'aria.
A un certo punto avevo persino considerato che, se fossi arrivata alla cena
troppo malconcia per via delle fustigazioni, forse mi sarebbe stata risparmiata
la tortura.
Era naturalmente un pensiero doppiamente assurdo: non solo le sorveglianti erano
perfettamente in grado di fustigarmi tutto il giorno senza danneggiarmi gravemente,
ma senza dubbio la Padrona avrebbe trovato lo spettacolo della sevizia di una
schiava già distrutta dalle frustate ancor più interessante, e
nulla mi avrebbe salvata.
Quando finalmente giunse
l'ora di cena, la paura mi aveva del tutto annebbiato la mente.
Passavo da uno stato di fortissima eccitazione sessuale alla quasi catatonia:
avevo visto le condizioni terribili in cui le schiave punite la sera entravano
in servizio il giorno dopo, e sapere che grandi masochiste come Bettina non
riuscivano letteralmente a tenersi in piedi mi aveva fatto capire che, qualunque
fosse stata la tortura scelta per me, sarebbe stata la peggiore di tutta la
mia vita.
A sbloccarmi mio malgrado da quella situazione arrivò Monika, che mi
legò strettamente i polsi dietro la schiena, agganciò un guinzaglio
al mio collare e mi trascinò senza riguardi nel salone dove gli altri
ospiti della villa si stavano già preparando a cenare.
Entrammo dal fondo della sala, e ricordo ancora perfettamente le sensazioni che provai mentre venivo portata al martirio. Il freddo, che mi aveva fatto indurire i capezzoli, lo sguardo severo di Enrica mentre le passavo davanti, il disinteresse che mi era sembrato assurdo delle altre schiave nei miei confronti, mentre erano intente a servire in ogni modo le dominatrici... e naturalmente Lady Fiona.
Bellissima come sempre,
sedeva al suo posto come un'imperatrice sul trono. I capelli lunghi le coprivano
in parte la sensuale scollatura di un vestito da sera che doveva essere costosissimo.
L'avevo vista rivolgere lo sguardo su di me non appena ero entrata, e avevo
sentito i suoi occhi non abbandonarmi mai, studiarmi, esaminare con l'occhio
di chi guarda il suo bestiame ogni dettaglio del mio corpo.
Ricordo che in quel momento mi ero sentita strana, e quasi mi ero vergognata,
perché mi era stato tolto il grosso sodomizzatore che ormai mi accompagnava
in continuazione. La mia attenzione si era spostata un attimo proprio sulle
sensazioni provenienti dal mio sedere: avevo sentito lo strano fresco dell'aria
sulle pareti dilatate dello sfintere, e il bruciore dei segni di una battitura
con la canna che avevo subito poche ore prima sulle chiappe. Avevo alzato un
attimo gli occhi verso la tavola, ed ero rimasta sconvolta dal sorriso di Lady
Fiona, beffardo, crudele come non mai, e per questo tanto più affascinante
per me.
Poi, arrivata in fondo alla
sala, mi trovai costretta a guardare lo strumento preparato per il mio martirio.
Fui stupita di trovare al suo fianco Midori, la sorvegliante orientale.
Anche se ero ormai convinta del mio ruolo di oggetto al servizio di tutti, avevo
sviluppato una sorta di legame, quasi di affetto, nei confronti di Enrica, che
tutte le mattine rappresentava con i bruschi risvegli e le sue lezioni il mio
ingresso nel mondo perverso della sottomissione.
Devo confessare che avrei preferito fosse stata lei a torturarmi, ma dopo avere
legato il mio guinzaglio a un gancio sulla parete era subito andata a sedersi
al tavolo con una schiava a leccarla fra le gambe, e mi aveva lasciato in balia
di Midori.
Come scoprii solo molto tempo dopo, la sorvegliante aveva passato gli ultimi due interi giorni a costruire il marchingegno necessario per lo spettacolo di quella sera, da lei interamente progettato. Era tradizione del maniero riservare le torture più complesse, spettacolari e terribili per le prime "serate" delle schiave, e Midori non aveva intenzione di far minore figura delle sue colleghe aguzzine.
La sadica sorvegliante era
decisamente più bella della tipica orientale, gracile e poco armoniosa:
lei aveva il fisico sensuale di una bella occidentale, con lunghe gambe dritte,
grandi seni e un sedere ben tornito, su cui il volto impassibile dagli occhi
a mandorla risaltava rendendola una visione da sogno, che in un'altra occasione
si sarebbe anche potuta definire "angelica".
Quella sera indossava una guepiere di pelle nera che le lasciava liberi i seni,
un tanga anch'esso in pelle nera, calze velatissime con reggicalze e le immancabili
scarpe nere dal tacco a spillo vertiginoso, che anche se un po' più basse
di quelle obbligatorie per noi schiave la rendevano un perfetto sogno feticista.
Purtroppo per me, però,
venni subito distolta dalla sua contemplazione per osservare la dimostrazione
dello strumento di tortura, che Midori eseguì in perfetto e per me largamente
incomprensibile tedesco a uso di Lady Fiona. La struttura principale era stata
probabilmente recuperata da un'altalena per bambini, di quelle con un asse bilanciata
su un supporto centrale, che deve essere usata da due bimbi contemporaneamente
perché questi si spingano l'un l'altro su nell'aria.
L'asse era stato sostituito da un grosso tubo metallico, alle cui due estremità
erano stati attaccati in qualche modo due grossi "cosi": uno era semplicemente
un contrappeso, che permetteva di tenere il tubo in equilibrio sul suo perno
centrale. All'altra estremità, però, c'era quel che mi preoccupava
maggiormente.
Si trattava di uno strano
oggetto metallico, piuttosto complesso, che sporgeva sopra e sotto il tubo metallico.
Midori cominciò col mostrare che questa parte era a sua volta imperniata
sul tubo, e poteva ondeggiare leggermente in modo da rimanere sempre in verticale,
anche quando la "altalena" saliva o scendeva molto, inclinandosi.
Dalla parte superiore sporgeva una specie di perno scuro, probabilmente di legno,
che fu il soggetto successivo della dimostrazione: con un qualche meccanismo
che mi rifiutai di mettermi a studiare, ogni volta che l'altalena si abbassava
e la parte di oggetto che le sporgeva sotto toccava terra, il perno si muoveva
verso l'alto con uno scatto.
Non si trattava di un grande spostamento: forse solo qualche millimetro, ma
Midori "pompò" rapidamente l'altalena facendo comparire in
breve tempo, con una sinfonia di sinistri scatti, un enorme palo lungo una trentina
di centimetri. Quest'ultimo aveva una forma strana, come di proiettile. Aveva
un diametro circolare e si allargava verso la base sino a raggiungere otto-nove
centimetri, ma sulla sommità (quella che mi era sembrata inizialmente
un piccolo perno) aveva una sorta di piccolo, altro paletto, che ne sembrava
una sua riproduzione in scala lunga non più di cinque centimetri e larga
due o tre.
Io ero improvvisamente caduta
in uno stato di rassegnazione totale, e a dir la verità non mi ero neanche
posta il problema di capire a cosa servisse quell'aggeggio. Ripensandoci, a
questo punto ci sarei anche potuta arrivare senza difficoltà, ma per
qualche strano scherzo della mente mi sentivo tranquilla, senza interesse alcuno
per quel che accadeva attorno a me.
Da ragazzina avevo letto delle "illuminazioni" del buddismo, e per
quanto strano possa sembrare, sono ancora convinta che in quel momento ero proprio
in una situazione... penso si chiami di "satori", o qualcosa del genere,
quando si è superiori a tutto.
I miei occhi continuavano
tuttavia a seguire la dimostrazione di Midori, che fece notare come, scattando
verso l'alto, il palo permettesse all'altalena di scendere sempre di più,
sino quasi a toccare terra. Infine, la sorvegliante diresse l'attenzione del
suo perverso pubblico a due spesse corde che pendevano dal soffitto, terminando
con delle specie di cappi da impiccagione. Queste passavano in altrettante carrucole,
e terminavano all'altra estremità avvolte attorno a due grossi pezzi
di metallo, che dovevano pesare all'incirca almeno venti chili l'uno.
La spiegazione terminò con un ghigno a dir poco diabolico di Midori,
che dopo aver fatto scattare il palo nella sua posizione iniziale mi si avvicinò
mentre la mia calma interiore spariva rapidamente.
La donna mi lego gli avambracci dietro la schiena, in posizione conserta, poi
mi fece inginocchiare e mi legò con una corda per gamba le caviglie alle
cosce, ripiegandomi strettamente le gambe in due. E finalmente iniziò
la tortura.
Caricandomi di peso come
se non fossi pesata nulla, Midori mi sollevò sbattendomi senza riguardi
sull'altalena. Tutto il mio peso appoggiava sulla piccola area fra le gambe,
e cercai di tenermi in equilibrio sulle ginocchia. Con un rumore metallico,
qualcosa che era probabilmente un palo metallico mi venne fatto scorrere, gelido,
lungo la schiena e all'interno delle braccia, che si trovavano così ad
avvolgerlo, poi venne agganciato alla struttura principale. Un giro di corda
poi mi fissò a quest'ultima struttura, impedendomi di cadere lateralmente.
Ora l'aguzzina poteva privarmi di un altro punto d'appoggio, e passando una
sbarra divaricatrice sul tubo dello strumento mi bloccò le ginocchia
separandole e sollevandole. Già così, ero sottoposta a una dolorosa
tortura del cavalletto, che mi era stata inflitta una sola volta da quando ero
arrivata alla villa lasciandomi indolenzita per molte ore.
Ma non era finita.
Midori si mise fra le mie
gambe, e manipolando le mie carni più tenere senza alcuna delicatezza
fece in modo che avessi le labbra della figa ben separate dall'asse dell'altalena
e dal paletto che ne spuntava, che a questo punto si era fatto strada nella
mia intimità senza darmi alcun fastidio. Mugolando piano per il dolore
di quell'operazione, capii finalmente cosa mi sarebbe successo: il palo enorme
che avevamo visto prima completamente estratto mi si sarebbe infilato nella
figa, squartandomi!
Mi sentii impallidire, e il mio volto dovette essere tanto espressivo da mostrare
la mia paura a tutti, poiché sentii ridere Lady Fiona dal tavolo dove
stava mangiando tranquillamente.
Da un angolino della mia mente partì un pensiero che mi tranquillizzò
un attimo: "Non è possibile, è troppo grande. Non mi rovinerebbero
per sempre la figa, avranno in mente qualcos'altro".
Dopo un solo istante, però, pensai alle misure enormi del dilatatore con cui mi veniva sfondato quotidianamente il culo; alla dilatazione vaginale durante il parto; alle risate sadiche di Lady Fiona e delle sue aguzzine ogni qual volta una schiava urlava in agonia sotto le loro torture.
Pur legata, sobbalzai quando il tocco delle mani di Midori sul mio seno mi strappò da quei pensieri. Tirando senza riguardi le mie carni, stava facendo passare una mammella attraverso uno dei cappi che avevamo visto prima. Il cappio venne stretto dolorosamente alla base del mio seno, e stessa sorte subì il suo compagno: mentre la donna mi preparava, io corsi con gli occhi lungo le corde, sino a vedere i pesi alle altre estremità, che erano stati sollevati e appoggiati per l'occasione su due sedie. Con un ultimo strattone che mi fece emettere un piccolo strillo, Midori controllò la sua opera e si allontanò, dando inizio allo spettacolo.
Il primo peso a essere lasciato libero fu quello legato al mio seno destro. Non avevo mai provato una trazione simile, e quando Midori lo lasciò andare mi sentii come se mi stessero strappando una tetta, o meglio, fui sicura che si fosse staccata. Era un dolore troppo intenso, che non aveva nulla a che vedere con quello della frusta o delle altre punizioni cui ero abituata, e nemmeno con la sofferenza lancinante ma in qualche modo più sensuale del dilatatore anale. Presto al dolore iniziale si sommò quello dell'altra mammella, e scoprii instupidita di non potere urlare... perché avevo già iniziato, senza nemmeno rendermene conto, a strillare a squarciagola al primo strappo.
Attraverso le lacrime che
mi riempivano gli occhi, vidi Midori ancheggiare lentamente sino all'altra estremità
dell'altalena, dove appoggiò con noncuranza una mano sul contrappeso.
Dolcemente, salii di qualche centimetro sollevata dalla sbarra che avevo fra
le gambe. I pesi alle tette toccarono terra, e il dolore si attenuò leggermente,
mentre il calore del sangue che tornava a scorrere mi invadeva i seni. Quello
fu forse il momento migliore della tortura: rimasi sollevata lassù per
poche decine di secondi, e in quegli attimi mi eccitai come mai prima di allora.
Per la prima volta nella mia vita venivo finalmente, come nei miei sogni più
perversi, TORTURATA...
Non era più un gioco, ne una punizione: era una vera tortura, senza altro
scopo che farmi soffrire per dare piacere alle persone che mi dominavano, mi
possedevano completamente.
Anche il dolore, come avevo capito sin dall'inizio, era qualcosa di diverso:
questa volta era intenso, spietato, somministrato da una macchina che non poteva
provare pietà né stancarsi, e che era stata concepita apposta
per ridurmi a un animale annegato nel dolore, proprio come durante la mia prima
fustigazione a casa di Katja.
Questi pensieri, naturalmente,
ebbero vita breve. Presto Midori mi riabbassò, e le corde si strinsero
nuovamente sulle mie tette, afferrandole e strappandole verso l'alto. Lanciai
un urlo di dolore, che coprì il primo scatto del dilatatore. Quest'ultimo
era ancora abbastanza retratto da non causare dolore, e mi scivolò dentro
senza problemi. L'impatto, pur leggero, dell'altalena con il terreno si trasmise
però al tubo su cui appoggiavo, facendo partire una fitta in direzione
dei miei genitali.
Cercai di prendere fiato, e mi guardai il petto: le tette erano gonfie come
palloncini, rosso intenso, ed erano preoccupantemente lontane dal petto, tese
com'erano dalle corde. Midori disse qualcosa, e mi ritrovai nuovamente spinta
in alto.
L'aguzzina questa volta
aveva premuto il contrappeso con maggior decisione, e quando arrivai in cima
sobbalzai dolorosamente sul tubo, fermatosi improvvisamente. Ero in un bagno
di sudore, e quella sevizia mi era sembrata improvvisamente meno affascinante.
Col passare del tempo e il susseguirsi dei "su e giù", il trattamento
diventò presto ciò che doveva essere sin dall'inizio: una tortura
e basta.
Naturalmente, la pena si
inasprì quando il dilatatore cominciò a entrare a sufficienza
nella mia fighetta. A un certo punto, mi resi conto pur nell'oceano di dolore
in cui mi ero persa di un cambiamento nella mia parte inferiore. Il corpo non
era più appoggiato al tubo centrale, ma al palo di legno: tutto il mio
peso gravava sulle pareti della figa, che molto lentamente cercava di adattarsi
a quel diametro mostruoso.
"Clic!" e il mio sesso andava in fiamme, spaccandosi come un'albicocca
aperta da mani rapaci. Un urlo (uno dei tanti), e piano piano mi sentivo scendere
sul palo, sino a che non sentivo nuovamente lo sfintere anale appoggiarsi sul
tubo metallico.
La violenta stimolazione, oltre che i trattamenti non certo teneri dei giorni
precedenti, facevano amplificare alla mia figa ogni sensazione: anche se il
movimento non poteva che essere minimo, mi sembrava di scivolare sul dilatatore
per metri e metri, come se fossi stata un gelato lasciato al sole che cola sul
suo bastoncino.
Col passare del tempo, scoprii con raccapriccio che il tempo passato nella posizione
più bassa non bastava più a permettere alle mie tenere carni di
aprirsi come richiesto, e cominciavo a essere spinta in alto quando ancora non
ero appoggiata al tubo. In pratica, tutto il mio peso gravava su quell'enorme
cazzo finto, che grazie alla spinta mi sfondava ancora più dolorosamente
di prima, comprimendomi lo stomaco e tutti gli organi.
Il supplizio studiato da
Midori era però più raffinato ancora. A un certo punto, dopo avermi
abbassata, la donna mi si era avvicinata sollevandomi dall'altalena. Mi sembrava
di aver dondolato per ore, con le tette sempre più gonfie e strappate
e la figa ormai rovinata per sempre, e non vedevo l'ora di essere riportata
in cella.
Quella, tuttavia, non era la fine del supplizio, ma anzi un suo inasprimento.
Con l'aiuto di qualcuno che non vidi, Midori mi sollevò dal dilatatore
sfilandolo completamente. Avevo ancora le tette stritolate dalle corde e dai
pesi, ma essere risparmiata da almeno un dolore non mi sembrava vero.
L'aguzzina mi esaminò la figa, infilandoci le dita, o forse un'intera
mano, senza difficoltà. Poi, lentamente e con attenzione, mi abbassò
di nuovo sul dilatatore.
Non potevo credere a tanta crudeltà: disperata, implorai pietà
senza essere ascoltata. Il palo era ormai estratto per una buona lunghezza,
e Midori approfittò di questo per sfruttare la sua caratteristica più
peculiare, ossia la "doppia punta".
Con abilità consumata, l'orientale riuscì a puntare la cima sottile
del dilatatore nel mio punto più profondo, alla bocca dell'utero. Sentii
il legno spingere, e senza che potessi far nulla, venni travolta dal dolore
del mio sfintere più segreto che veniva forzato.
Per un attimo non capii
nulla, e persino le fitte lancinanti che provenivano dai seni ad ogni pulsazione
del cuore scomparirono.
Mi ritrovai, non so come, in alto, con quell'atroce affare che forzava il mio
punto più sacro e sensibile. La discesa fu ancora più atroce:
le tette venivano stirate più che mai a causa del maggior abbassamento
del corpo, ma più che altro ero terrorizzata dallo scatto del dilatatore.
Non so esprimere a parole l'intensità infernale del dolore che provai
quando il legno entrò ancor più profondamente in me: persino ora,
dopo molti anni e dopo aver subito innumerevoli torture, quelle sensazioni rimangono
inarrivabili.
Di tanto in tanto, i Padroni e le Padrone che mi hanno usata mi hanno inflitto
anch'essi la dilatazione dell'utero, a volte facendomi addirittura svenire dal
dolore. Quella volta, però, oltre a non avere ancora la carne abituata
a certe intrusioni, l'incoscienza non mi salvò dall'assaporare mio malgrado
ogni sfumatura della sofferenza.
Anche la mente, annebbiata
dal dolore incredibile, mi giocò un brutto tiro. Per un attimo, compresi
perfettamente che il dilatatore era ancora ben lontano dall'essere completamente
estratto, e che la sua violenza sarebbe aumentata ancora, e per molto tempo.
Ricordai lucidamente che una cena di Lady Fiona durava molto di rado meno di
tre ore, e che le torture non terminavano fino all'ultimo, a volte addirittura
proseguendo oltre la fine del pasto. Cercai di mettere a fuoco la tavola, per
capire a che punto fossero arrivate Fiona e le aguzzine, ma le lacrime non mi
permisero di vedere nulla.
Il sangue mi pulsava nelle orecchie rimbombando come un tamburo, e non sentii
che suoni distorti, di una lingua non mia: percepii delle risate e dei mugolii
di piacere, ma nulla di più.
Non so quanto durò
ancora la tortura, ma mi parve un'eternità. Le mie percezioni erano scombussolate:
ricordo di aver guardato i miei seni e di averli visti violacei, enormi, con
ripugnanti vene in rilievo che pulsavano.
A ogni movimento la sofferenza aumentava, e presto diventai solo un qualcosa
senza nome, il cui universo era costituito unicamente da un dondolare fra il
dolore alto, delle tette strappate, e il dolore basso, dei genitali sfondati.
La tortura doveva essere qualcosa di eccezionale anche per gli standard della
villa di Lady Fiona: quando dopo alcuni anni riincontrai la schiava Jacqueline,
divenuta una Padrona professionista in Francia, mi confessò che alla
sevizia dell'altalena aveva dedicato una intera camera del suo studio parigino,
e che alcune schiave masochiste fino al midollo venivano portate a subirla persino
dall'estero, poiché era considerata quanto di più doloroso si
potesse trovare nel pur vasto mercato del sadomasochismo professionale.
Come già detto, le
parole non riescono a rendere giustizia alla sofferenza, né al lavoro
di perfetta artigiana di Midori. Lo strumento scattava con efficienza assoluta
a ogni movimento, e la dilatazione procedeva diabolica e inarrestabile.
Allora non avevo certo tempo per pensare a simili sottigliezze, ma è
un miracolo che non abbia subìto lesioni gravi: il cazzone arrivò
presto al limite della mia dilatazione vaginale, ma penso che in qualche modo
riuscì addirittura a superarla, sfondandomi del tutto. Sentivo le pareti
cedere lentamente, l'utero aprirsi suo malgrado sotto a ogni colpo, gli organi
interni spostarsi per cercare di accomodare in qualche modo quell'oggetto spietato.
Non so se abbia urlato,
implorato pietà o sia solo caduta in un lamento rassegnato. Non so nemmeno
quanto sia durata quella sevizia. So solo che a un certo punto, raggiunta la
lunghezza e il diametro massimi del dilatatore, Midori bloccò l'altalena
nella posizione più bassa, in modo che le mie tette rimanessero il più
possibile tese e sofferenti.
Rimasi così per un lungo periodo, sudata, con la bava alla bocca e gli
occhi pieni di lacrime, mentre Lady Fiona e le aguzzine finivano la loro cena.
Stare ferma non alleviò purtroppo il dolore, e mi persi in un mare di
sofferenza.
Non ricordo come quella tortura abbia avuto fine: il mio ricordo successivo è del risveglio del giorno dopo. Superai la lezione di tedesco come un automa, sussurrando prontamente il nome delle parti anatomiche indicate da Enrica, poi venni lasciata sola nella mia cella, a prepararmi per la giornata.
Mi guardai allo specchio:
il viso stravolto, i seni cerchiati da un livido nero che correva tutto attorno
alla loro base, la vagina ancora leggermente dilatata. Cercai segni di ferite,
di lacerazioni di qualche genere, ma a parte il comprensibile dolore che provavo
non appena sfioravo le parti torturate, sembravo relativamente in buona salute.
Mi lavai con l'acqua gelata che usciva dall'unico rubinetto disponibile, feci
i miei bisogni nella "turca" in un angolo, indossai le scarpe regolamentari,
che mi bloccavano in punta di piedi e mi avevano formato in pochi giorni delle
dolorose vesciche, e mi sdraiai (sedermi era troppo doloroso) in attesa che
una sorvegliante mi venisse a prendere.
Contro ogni abitudine, entrò
invece Lady Fiona. Bella e glaciale come sempre, mi ordinò di aprire
le gambe e, come avevo temuto, esplorò la mia figa dolorante.
"Ti fa ancora male, vero?" chiese senza attendersi una risposta diversa
dai miei gemiti. La Padrona mi infilò due dita nella vagina, e aprendole
a forbice saggiò la consistenza ormai ammorbidita della muscolatura,
mentre io sobbalzavo.
"I tuoi buchi mi sono piaciuti sin dalla prima sera," mi sussurrò
lasciva, sorridendo. "Le mie aiutanti mi dicono che ormai cammini bene
anche con il dildo anale," osservò sfiorandomi le pieghe morbide
dello sfintere, "quindi è ora che si faccia qualcosa".
Rabbrividii.
"Prima, però..." Lady Fiona si alzò la gonna stretta,
sotto cui non portava mutandine, e si inginocchiò sul mio volto.
La leccai con passione.
La sua sola presenza nella mia cella, lo sguardo severo e i modi indefinibili
da vera dominatrice mi avevano fatto dimenticare ogni paura.
Mentre passavo la lingua su e giù lungo il solco umido e saporito, il
mio animo masochista era realmente felice della mia situazione. Ero fiera di
piacerle, soddisfatta di potere soffrire per lei, e soprattutto molto orgogliosa
di avere superato la tortura.
Facendo godere Lady Fiona mi bagnai anch'io, e in un certo senso non vidi l'ora
che passasse una settimana, per potere tornare ad allietare la sua serata con
una qualche prova sovrumana.
La Prigioniera
In realtà, quel giorno
soffrii ancora molto, e a volte maledissi quella villa depravata. Non voglio
annoiarvi con una descrizione troppo dettagliata, ma quel giorno, così
come tanti altri durante la mia permanenza al servizio di Lady Fiona, venne,
nelle parole della dominatrice, "migliorata la mia disciplina anale".
Nella pratica, ciò significava subire la penetrazione di dilatatori sempre
più grandi, il cui scopo era allungare e ammorbidire il mio giovane sfintere.
Come era accaduto alla sera del mio arrivo alla villa, ogni volta venivo bloccata
su una sedia ginecologica e violata senza pietà, fino a che la carne
cedeva e, fra le mie urla disperate, l'intestino era costretto ad accettare
la grottesca penetrazione.
I falli usati per questo scopo erano realizzati in non so quale materiale plastico,
neri e sagomati come enormi supposte: cilindri lisci con un'estremità
dotata di una minacciosa punta curva.
La maggior parte delle volte
fu Lady Fiona stessa a inserirmi i dilatatori. Nonostante tutta la sua villa
fosse in realtà una enorme camera di tortura, e tutte le ospiti bambole
indifese su cui poteva sfogare le sue più perverse fantasie in ogni momento,
la sadica dominatrice provava un piacere particolare in questo supplizio.
Legata sulla sedia, guardavo col cuore in gola il suo terribile sorriso mentre
soppesava i dilatatori, e più di una volta mi ritrovai a piangere prima
ancora che Lady Fiona si fosse avvicinata al mio corpo.
La penetrazione vera e propria
era una specie di lotta, di cui purtroppo si conosceva sempre il vincitore.
Lady Fiona affrontava il mio sfintere come un nemico da battere a tutti i costi:
le sue mani, coperte a volte con guanti di gomma, spingevano e schiacciavano,
afferravano il muscolo slabbrato e tiravano per aprirlo ancora.
Ripensandoci, dubito quasi che a Lady Fiona interessassero le mie urla, le contrazioni
e le lacrime. Dalla sua espressione decisa, che scorgevo di tanto in tanto fra
le lacrime, sembrava che il suo unico scopo fosse mettere al suo posto il dilatatore,
sottomettendo dopo la mia volontà e il mio corpo anche l'ultimo muscolo
che involontariamente ancora si ribellava ai suoi capricci.
In quei momenti, la mia
mente e quella della mia torturatrice si univano contro un avversario comune.
Entrambe volevamo che lo sfintere cedesse al più presto possibile, che
si aprisse ad accogliere il dilatatore per porre fine alla sofferenza.
Come un praticante di yoga, cercavo di concentrarmi completamente sull'ano e
di comandarne ogni fibra: volevo rilassarmi, eliminare le contrazioni che aggiungevano
dolore al dolore, collaborare. Lady Fiona spingeva, premeva con tutte le sue
forze, ruotava il dilatatore come per avvitarmelo dentro, sudava quasi quanto
me e a volte perdeva persino la sua espressione altera e sovrumana.
Queste sedute potevano anche
durare quasi un'ora intera, durante la quale il concentrarsi del dolore in un
solo punto rendeva ancor più terribile il supplizio. Alla fine, accompagnato
di solito da un urlo più acuto degli altri, il fallo finto si apriva
la strada oltre lo sfintere anale, e scivolava rapidamente a invadere l'intestino.
In quei momenti sentivo pulsare tutto il bacino, scosso da fitte inumane di
un bruciore indicibile: sentivo il corpo ribellarsi all'intrusione e cercare
di espellere l'oggetto come un enorme escremento, ma senza risultato.
Nonostante le contrazioni involontarie e dolorosissime, il muscolo dello sfintere
era tanto teso da non potere spingere più di quanto già non facesse,
e lentamente l'organismo veniva a patti con la crudele realtà, e tentava
di accettare la penetrazione mostruosa.
Mentre io agonizzavo per
la violenza subita, Lady Fiona si accomodava placidamente su una sedia posta
di fronte al mio corpo tremante, e approfittava della posizione per assaporare
ogni lamento, ogni sospiro soffocato. Poi, ricompostasi e tornata a essere una
dea nobile e perfetta, prendeva da un tavolino una cintura e me la applicava,
esplorandomi in silenzio con gli occhi.
La cintura era stretta, e aveva una funzione precisa. Dalla sua parte posteriore
partiva infatti, come in un tanga, una striscia sottile di pelle nera che veniva
fatta passare in un foro praticato nel dilatatore. La cinghia si divideva poi
in due, e ciascun laccio veniva poi passato all'esterno delle mie grandi labbra,
e bloccato con una fibbia sulla parte anteriore della cintura. In questo modo
il dilatatore rimaneva bloccato al suo posto: non potevo espellerlo né
risucchiarlo, così la mia Padrona aveva la certezza che il muscolo rimanesse
costantemente in tensione.
Per le prime ore dopo la penetrazione, muovermi mi risultava quasi impossibile. Cercare di camminare, o anche solo alzarsi in piedi sui terribili tacchi che costringevano a contrarre le natiche era fuori discussione, ma anche ruotare il busto o chinarmi mi provocava dolori insopportabili, che mi facevano accasciare a terra priva di forze.
L'unica possibilità che avevo di spostarmi era a quattro zampe, quasi strisciando. Uscire dalla stanza in cui venivo dilatata mi richiedeva una buona mezz'ora di movimenti impercettibili, che mi riducevano a un animale tremante e fradicio di sudore. Lady Fiona godeva di questo spettacolo, e più di una volta si fece leccare mentre ero in quelle condizioni, riempiendomi la bocca secca per le urla di profumati succhi femminili.
La vita della villa non
ammetteva però debolezze. Entro poche ore dovevo riprendere il mio servizio
di sguattera e schiava delle sorveglianti, proprio come le altre ospiti.
Per due giorni abbondanti ogni movimento mi costava una fatica sovrumana, e
spesso accumulavo punizioni extra per la mia inevitabile inefficienza. Ogni
frustata o dolore improvviso inflittomi dalle dominatrici mi faceva contrarre
involontariamente, scatenando fitte roventi dal culo sfondato. Con una esasperante
lentezza, però, il mio corpo si abituava al dilatatore, imparando a rimanere
aperto e rilassato. Piano piano riuscivo a tornare in piedi, poi a camminare
con passi sempre più lunghi e decisi, e infine a muovermi quasi con naturalezza.
Non appena riprendevo a comportarmi normalmente, però, Lady Fiona o le
sue aguzzine notavano la mia condizione migliorata e si passava a un dilatatore
più grande.
Il tormento era terribile
e certe volte mi spaventavo nel vedere piccole gocce di sangue scivolare sul
fallo finto, ma devo riconoscere con me stessa che quel trattamento mi piaceva.
Naturalmente non parlo di un piacere sessuale, ma di un godimento psicologico
profondo. Poco prima di lasciarmi a Lady Fiona, Katja mi aveva fatto leggere
"Histoire d'O", dove viene descritto un supplizio simile, anche se
probabilmente meno intenso: col tempo, avevo cominciato a pensare a me come
alla bella O, torturata per amore, ed ero rimasta conquistata dallo strano romanticismo
della situazione.
La dilatazione mi rendeva
inoltre un po' speciale agli occhi delle compagne di schiavitù.
Oltre a me, Lady Fiona infliggeva il trattamento solo a Karen e Ann, con cui
ci scambiavamo sguardi di comprensione ogni volta che ci incontravamo nei corridoi,
o ci trovavamo a lavorare nella stessa stanza. Una volta ero passata vicino
alla stanzetta delle dilatazioni mentre Karen veniva sodomizzata, e le sue grida
acutissime mi avevano fatto scendere un brivido lungo la schiena, mentre mi
immaginavo al suo posto.
Oltre a essere molto doloroso, avere un palo costantemente infilato nel culo produceva altri effetti. Il primo, con cui dovetti presto imparare a convivere, era la sensazione continua di dovere andare in bagno. Questo non mi era permesso che una volta al giorno, alla mattina, e sentirmi sempre come se avessi dovuto farmela addosso mi faceva sentire ancora più umile e vulnerabile agli occhi delle dominatrici. Inoltre, secondo i piani di Lady Fiona, il mio sfintere imparò dopo poco più di un mese a non contrarsi più.
La prima volta che me ne
accorsi fu durante una cena.
Il soggetto dell'immancabile spettacolo erano Bettina e Jacqueline, che venivano
torturate assieme perché Lady Fiona aveva cenato fuori la sera precedente.
Il supplizio consisteva di una serie di perverse sfide fra le schiave, che davano
il pretesto all'aguzzina di turno per infliggere alla perdente ulteriori sofferenze.
Ricordo che le due ragazze erano impegnate loro malgrado in una crudele gara
di resistenza: stringendosi reciprocamente i capezzoli con le dita, dovevano
costringere l'avversaria a cadere in ginocchio tirando, strizzando e torcendo
la carne della compagna.
Le ragazze si affrontavano con la rassegnazione dei gladiatori romani per il
piacere delle dominatrici, e la gara procedette sul filo del rasoio da qualche
minuto.
Jacqueline aveva affondato per prima le unghie nell'areola dell'avversaria,
ed era determinata ad abbatterla nonostante questa le strattonasse con violenza
i bottoncini eretti, quasi appendendosi alle tette della francese. Le due donne,
in lacrime, urlavano e si maledicevano, e anch'io ero rimasta affascinata dallo
scontro. Tanto affascinata, in effetti, che nel riempire il bicchiere di Monika
avevo rovesciato per distrazione qualche goccia di vino sulla tovaglia.
La sorvegliante ne aveva
subito approfittato per punirmi. Con il permesso di Lady Fiona, mi aveva fatta
inginocchiare con il volto a terra e mi aveva sfilato il sodomizzatore, che
era caduto sul pavimento mentre il mio culo martoriato aveva schioccato con
un "pop!" da bottiglia stappata.
Dopo avermi ordinato di tenermi le natiche aperte con le mani, Monika aveva
poi impugnato una frusta e mi aveva assestato cinque o sei colpi proprio sull'ano,
facendomi gemere e contorcere per il dolore atroce.
Lady Fiona, divertita dalla
mia sofferenza, mi aveva allora ordinato di avvicinarmi, per usarmi chissà
come. Io mi ero alzata a fatica, avevo fatto qualche passo verso il trono su
cui la Padrona cenava... e avevo sentito qualcosa di caldo scivolarmi lungo
la gamba. Preoccupata che potesse essere sangue, avevo guardato di cosa si trattasse
e, con mio terribile disgusto e imbarazzo, avevo visto un grosso pezzo di cacca
scendere sulle mie calze autoreggenti.
Dolorante, rossa in volto per la vergogna e terrorizzata dalla reazione che
avrebbe potuto avere Lady Fiona, avevo cercato di stringere il culo, ma senza
risultato. A ogni passo, uno stronzo caldo e puzzolente cadeva a terra, come
se fossi stata un contenitore cui era saltato il fondo.
Spaventatissima, mi ero gettata a terra ai piedi della dominatrice supplicando il suo perdono, ma Lady Fiona si era limitata a ridere, o meglio a sghignazzare di fronte a quella situazione surreale. Così, tremando davanti ai suoi stivali lucidi, avevo capito: avevo davvero il culo rotto, incapace di funzionare. Da quel momento in poi, per non perdere merda ovunque andassi, avrei sempre dovuto tenere qualcosa infilato nel culo.
Più tardi, dopo un'altra
fustigazione e dopo che mi erano state appese delle pinze dentate ai seni, capii
l'altra implicazione di quel che era accaduto.
Ero crollata esausta sulla branda della mia cella. Una sorvegliante mi aveva
chiusa dentro come tutte le notti, e nel buio assoluto stavo per addormentarmi,
nonostante la pelle che bruciava e il dolore sordo e costante del sodomizzatore.
All'improvviso, mi resi conto che "avere sempre qualcosa infilato nel culo"
non era una cosa normale. Detto così può sembrare stupido, ma
dopo essere rimasta immersa così a lungo nell'atmosfera depravata della
villa di Lady Fiona, il ricordo del mondo esterno si era un po' sfumato.
Così, stupendomi
per la rivelazione, capii che non avrei più potuto indossare un costume
da bagno, andare in bicicletta o anche semplicemente farmi toccare da un estraneo.
Con un brivido, compresi che la mia vita era cambiata per sempre, e rimasi qualche
minuto a fissare il buio, terrorizzata. Forse piansi un attimo, non so. Sicuramente,
ricordo che a un certo punto la mia mente si riempì delle parole "schiava
per sempre".
Cercavo di pensare ad altro, ma ne venivo distratta: "schiava per sempre".
Provai a concentrarmi sulla mia Katja. "Schiava per sempre".
Inseguii persino il ricordo della mia famiglia: "schiava per sempre".
In breve, in quella cella
scura, il mio universo si ridusse a due cose: il dolore che provavo per le punizioni
che mi erano state inflitte, e "schiava per sempre".
Tradita dalle mie stesse reazioni, però, sentii rapidamente crescere
in me l'eccitazione. In un'estasi masochista indimenticabile, portai le mani
sulla mia figa tanto spesso maltrattata, e mi masturbai raggiungendo un meraviglioso
orgasmo.
Ero schiava per sempre.
Ripensando adesso all'anno
passato in schiavitù di Lady Fiona i ricordi, per quanto terribili, sono
per lo più piacevoli ed eccitanti. In realtà, la vita nella villa
era molto meno bella di così.
Noi schiave vivevamo nel terrore, sempre sapendo che da un momento all'altro
ci sarebbe potuta essere infilitta la tortura più crudele e inimmaginabile.
Seguendo gli ordini delle sorveglianti, ci precipitavamo da un compito all'altro
per tutto il giorno, in una vertigine di lavori senza senso. Pulivamo per dozzine
di volte ogni angolo e supellettile, oppure ci veniva ordinato di restare perfettamente
immobili per ore, con la fatica che faceva tremare gli arti sino a che la stanchezza
non ci faceva crollare.
Mangiavamo da una ciotola o direttamente dal pavimento, ingollando pastoni insapori
o del tutto disgustosi che ci mantenevano in salute ma ci facevano sempre restare
con un angosciante senso di fame.
Parlare era assolutamente proibito, così come toccare le compagne o aiutarsi
l'un l'altra. Anzi: le sorveglianti pretendevano che facessimo la spia sulle
mancanze delle altre schiave, solo per avere un pretesto per punirle.
Se qualcuna si ribellava, e non accusava nessuna compagna per troppo tempo,
subiva una punizione ancora più intensa, tanto che a volte mi trovai
costretta a inventare mancanze sulle altre.
La mia vittima più frequente era Bettina, che per lo meno aveva dimostrato
di essere una vera masochista, ma per non destare sospetti a volte tiravo in
causa una delle altre schiave. Loro, del resto, sono sicura facessero lo stesso
con me.
Non potevamo fare pipì
o la cacca quando volevamo, ma solo quando le sorveglianti ce lo ordinavano.
A volte resistere era davvero impossibile, e a tutte capitava, prima o poi,
di liberarsi senza permesso e incorrere nelle immancabili punizioni.
Le scarpe, i dilatatori, i collari e i capi di abbigliamento costrittivi che
a volte dovevamo indossare erano un'altra fonte di tormento: in certe occasioni
diventava difficile persino respirare, ma le sorveglianti parevano avere occhi
ovunque, ed erano sempre pronte a stimolarci con i loro frustini da equitazione.
Non avremmo avuto il tempo di provare piacere nemmeno se ci fosse stato concesso:
l'unica occasione possibile era, a volte, la notte se non venivamo legate alle
brande, ma non capitava spesso.
C'era un solo momento di
tranquillità, durante le mestruazioni. La regola della villa era che
le schiave venissero tenute in cella per tutto il tempo del ciclo, e quei pochi
giorni dovevano bastarci a riprendere un po' di forze, preparandoci per le sofferenze
a venire.
In realtà, anche in quel periodo di tanto in tanto le sorveglianti irrompevano
nelle celle dove riposavamo dormendo o contemplando il vuoto, e ci venivano
inflitte fustigazioni e altre punizioni, ma in generale si rimaneva abbastanza
tranquille.
Era in quei giorni che ripensavo
a Katja, la mia amante lontana per cui avevo accettato di vivere quell'inferno.
Avevo perso quasi subito il conto dei giorni, e poiché non uscivo mai
dalla villa mi era difficile persino capire in che stagione fossimo.
Speravo di poterla riabbracciare presto, ma dopo un attimo scoppiavo a piangere
convinta che non fosse passata che qualche dozzina di giorni dal mio arrivo.
Pensavo a come sarebbe stato bello tornare a casa, e subito dopo morivo di paura
all'idea che Katja non mi volesse più, o che per qualche motivo volesse
rimanere in Giappone.
Immaginavo come le avrei raccontato le mie avventure con Lady Fiona, ma poi
rabbrividivo all'idea che forse non le sarei piaciuta più, con i buchi
sfondati e il corpo segnato da una frusta non sua.
Per fortuna, passavo però
la maggior parte del tempo concentrata sui miei doveri di schiava.
Pulire, leccare, ubbidire, subire.
Più i giorni passavano, più diventavo simile a un automa, con
sempre meno volontà. Come un animale da laboratorio, avevo imparato ad
avere paura quando sentivo il ticchettìo dei passi decisi delle sorveglianti
sui loro tacchi alti, a rispondere sempre "Sì Padrona" e tante
altre piccole cose che mi stavano lentamente trasformando in una vera schiava.
Con metodica inflessibilità, nella villa di Lady Fiona mi erano state
insegnate molte cose.
Per esempio, a essere un cesso.
Naturalmente non mi riferisco
al mio aspetto fisico, che anzi era migliorato molto, diventando più
dolce e femminile, ma proprio alla funzione di latrina.
La più appassionata di questa forma di umiliazione era Monika. Ogni tanto
si avvicinava a una schiava, la faceva inginocchiare, le ordinava di aprire
la bocca e, messasi a cavalcioni della vittima, si apriva leggermente le labbra
vaginali per pisciare con mira perfetta nella bocca così offerta.
La schiava, è forse superfluo dirlo, doveva bere tutto senza perderne
nemmeno una goccia, e infine leccare la dominatrice per ripulirla.
In qualche occasione avevamo
giocato con la pipì anche con Katja, ma la prima volta che vidi quello
spettacolo rimasi sconvolta.
Io mi ero fatta fare pipì addosso un paio di volte mentre ero sdraiata
nella vasca da bagno, ma non certo in bocca e comunque lavandomi subito.
Una volta avevo anche leccato la meravigliosa fighetta di Katja subito dopo
che era andata in bagno, ma si era trattato soprattutto di un atto erotico.
In questo caso, invece, rimasi turbata dall'abiezione pura del gesto: non c'era
nessun piacere, ma solo l'umiliazione assoluta di essere trattate come il più
infimo degli oggetti.
La prima volta che mi venne
imposta fu da parte di Enrica. Inginocchiandomi, cercai di concentrarmi sul
piacere masochistico di essere umiliata, ma nonostante questo mi spaventai moltissimo.
Il primo fiotto di urina mi andò di traverso, e mi misi a tossire disperata
per la punizione che sarebbe sicuramente arrivata.
Quando mi ripresi, Enrica ebbe l'accortezza di non abbandonarsi a un flusso
continuo (come la maggior parte delle altre schiave erano in grado di ingoiare),
ma di prodursi in piccoli schizzi facili da sorseggiare. Bere tutto fu una vera
tortura: sembrava che il liquido non finisse mai, e il suo sapore e odore disgustoso
mi faceva venire voglia di vomitare.
La mia solita vocina, in un angolo della testa, ripeteva: "stai bevendo
piscio, schiava! Godi di questa umiliazione!" ma anche se la figa cominciava
a rispondere a questo stimolo, lo stomaco era di altro parere.
All'improvviso, sentendo
di non potere resistere oltre, chiusi con forza la bocca e cercai di non rimettere.
Il getto giallo mi inondò la faccia, e quando aprii gli occhi già
pieni di lacrime per la paura incontrai lo sguardo furente di Enrica.
Senza dire una parola, la donna infilò un dito nell'anello del mio collare
e mi tirò con forza da una stanza all'altra, fino a che non incontrammo
Midori.
Scambiandosi poche parole in tedesco, le sorveglianti mi legarono a una sedia,
con le braccia incrociate dietro la spalliera. Forse quella volta più
di altre mi lasciai sbattere qua e là da loro senza opporre resistenza,
cosciente di meritare davvero, per mia stessa ammissione, una punizione per
la mia incapacità.
Le donne presero due lunghi scudisci e, messesi ai miei lati, li usarono a lungo per frustarmi i seni sino a che non furono completamente pieni di lividi, e io non caddi nell'oceano di dolore senza tempo né sensazioni in cui tornavo ad ogni punizione più intensa del normale.
Dopo quell'incidente, le
sorveglianti si applicarono con particolare intensità nell'addestrarmi
a ingerire i loro escrementi.
Un giorno venni addirittura costretta a svuotare un'intera grande caraffa piena
del piscio mescolato delle tre aguzzine, sorso dopo sorso.
Il tormento mi era stato inflitto in cella, sotto gli occhi severi di Monika:
versavo un bicchiere, cercavo di non respirare per non sentire l'odore nauseabondo
della bevanda, e mandavo giù un sorso.
Per tre volte lo stomaco non mi resse, e dovetti precipitarmi sulla turca a
vomitare, ma il mio addestramento continuò sino a che la caraffa non
fu perfettamente vuota.
Nell'arco di un paio di settimane, imparai a controllarmi e mandare giù tutto, con la stessa rapidità delle mie compagne. Anzi, quando finalmente mi abituai all'umiliazione, cominciai persino a trovare gustosa la pipì delle dominatrici, e verso la fine dell'anno attendevo con desiderio che mi si ordinasse di berla.
Chi legge queste pagine
senza avere mai provato il piacere della sottomissione assoluta non capirà
le mie parole, ma più passava il tempo e più ero felice della
mia condizione di oggetto.
I supplizi non diventarono certo più sopportabili, né le umiliazioni
meno degradanti, ma la paura scomparve gradatamente, fino a che non mi trovai,
come Bettina, a cercare addirittura dei pretesti per essere punita.
A darmi il coraggio di farlo
contribuì un incidente, che lasciò sconvolte un po' tutte noi
schiave.
Come già detto, non avevamo il permesso di parlare fra noi e di scambiarci
idee, così tutte le nostre comunicazioni si svolgevano tramite sguardi,
oppure con espressioni del volto fatte di nascosto. Naturalmente, ciò
significa che sapevamo poco o nulla l'una dell'altra, e io, inconsciamente,
avevo immaginato che tutte le ragazze avessero più o meno la mia stessa
psicologia, e che si trovassero in balia di Lady Fiona per motivi simili ai
miei.
Che le cose andassero divesamente lo scoprii quasi alla fine della mia permanenza
nella villa.
Era ora di cena, e assieme
a Tanya ero stata assegnata al compito di cameriera: dovevo scattare avanti
e indietro dalla cucina, per portare al tavolo i piatti che avevamo cucinato
con le altre schiave e sparecchiare le stoviglie usate nel momento stesso in
cui le dominatrici le abbandonavano.
Le regole della cucina erano molto severe, come del resto tutta la vita nella
villa. Durante la preparazione dei cibi c'era sempre almeno una sorvegliante
a guardarci, per assicurarsi che nessuna schiava rubasse dai piatti delle padrone
e per garantire che non accadessero incidenti. Non appena non servivano più,
ingredienti e attrezzi venivano riposti sotto chiave, e a quel punto non rimaneva
altro che cuocere e servire, in una cucina perfettamente ordinata.
Per farla breve, ero appena
tornata in cucina. Nella frenesia del servizio, non mi ero resa conto che Tanya
fosse rimasta in cucina, e quando entrai rimasi scioccata. La mia compagna era
riversa nel grade lavandino, e stava tagliandosi un polso usando un coltello
appena tornato dalla tavola!
Il sangue aveva già cominciato a scorrere, e lasciando cadere i piatti
che avevo in mano mi gettai su di lei per strapparle la lama.
Attirata dal rumore di stoviglie rotte, Midori comparve immediatamente sulla
porta: prima ancora di fare domande schioccò due sonore scudisciate su
me e Tanya, e ci fece allontanare mentre l'altra schiava si appallottolava piangendo
in un angolo, fra il sangue che continuava a scorrere.
“Che cosa sta succedendo?" tuonò la sorvegliante, ma nonostante
le sue urla nessuna delle due riusciva a parlare.
Non potevo credere che Tanya volesse davvero suicidarsi, ma le forti gomitate
con cui mi aveva allontanata non lasciavano dubbi. Come in una rivelazione,
capii che la vita inumana della villa poteva essere anche un'imposizione oltre
che una scelta, e che per chissà quante mie compagne doveva risultare
ancora più insostenibile che per me.
Ammutolita e con lo sguardo vitreo, vidi entrare anche Monika, che balzò
su Tanya e la medicò rapidamente, mentre Midori continuava a urlare infuriata.
Era incredibile: una donna stava suicidandosi, e la aguzzina non trovava niente
di meglio da pensare se non accusarmi di avere fatto cadere i piatti!
"Che cosa è successo?" sbraitò ancora una volta l'orientale,
e in un attimo capii che la domanda non era retorica, ma davvero il gesto di
Tanya non era stato compreso.
Pensai al rispetto che dovevo alla scelta della mia compagna, alla crudeltà
delle sorveglianti e a tantissime altre cose confuse, e senza rendermene quasi
conto, sussurrai: "E' colpa mia...".
Se devo essere sincera, in quel momento credetti che Tanya fosse spacciata e,
con un cinismo glaciale, che ormai lei non aveva più importanza. Doveva
essere un meccanismo psicologico di difesa, ma in pochi istanti il mio pensiero
più importante fu rivolto alla misteriosa, giusta e per questo ancor
più eccitante punizione che mi sarebbe stata inflitta.
Come se avessi avuto due personalità, sentii la mia anima masochista
sgomitare e irrompere dentro di me allontanando la ragione, risvegliatasi brevemente
per lo shock: "Ecco! Ne posso approfittare! Sfruttiamo l'occasione!".
Nei minuti successivi confessai
tremando di avere aggredito Tanya, che mi aveva spinto facendo cadere i piatti.
Mentre parlavo, stupita per le mie stesse parole, da un angolo arrivò,
flebile, la voce dell'altra schiava, a confermare in un pianto ogni mia parola.
La frittata era fatta: mi girai verso di lei furente, arrabbiata per il semplice
fatto che fosse ancora viva, ma il suo viso pallido mi fece ammutolire.
L'avvenimento successivo che ricordo è di trovarmi al cospetto di Lady
Fiona, che indica l'angolo di sala in cui Undine stava urlando la sua sofferenza
nelle mani di Enrica. Venni trascinata alla tortura come una criminale o una
strega del medioevo, e la punizione ebbe inizio.
La Pervertita
Lo sguardo fisso e glaciale
di Lady Fiona mi fulminò, e qualcosa dentro di me cominciò a disfarsi:
una sensazione di gelo mi pervase fin nel profondo, trasformandomi in una rigida
statua, mentre i miei muscoli addominali si contraevano in spasmi incontrollati,
come in preda ad un attacco isterico.
Il desiderio ardente di fuggire, di invocare disperatamente il miracolo di poter
svanire all'istante, si accoppiava nella mia mente alla gioia delirante che
provavo per aver superato l'ultimo, estremo limite, tuffandomi da sola a capofitto
nella tortura.
E soprattutto, mentre questi pensieri mi turbinavano nella mente, e nonostante
quella strana sensazione di essere rigida ma allo stesso tempo prossima a frantumarmi
in mille pezzi come se il terrore mi avesse trasformata in una statua di vetro,
continuavo a percepire l'inconfondibile odore dei miei succhi vaginali, che
fluivano copiosi dalla mia fica dilatata e mi bagnavano le cosce come mai prima
d'ora.
Midori non perse tempo:
mi fece stendere su un tavolo e mi legò saldamente, stringendo le corde
in modo da costringermi a tenere le gambe spalancate, e le braccia immobilizzate
lungo i fianchi.
Trascorsero alcuni minuti prima che potessi percepire la presenza di Monika,
annunciata dal sonoro ticchettìo dei suoi tacchi a spillo sul pavimento
tirato a lucido. Trascinava al guinzaglio Naima, la schiava nera, che a sua
volta trainava un piccolo carrello che fu posto ai piedi del tavolo su cui giacevo:
dalla mia posizione supina non potevo vedere cosa ci fosse sul ripiano del carrello,
ma sapevo che lo avrei scoperto molto presto, e quando incrociai lo sguardo
duro e freddo di Midori, la prospettiva dell'imminente punizione, e la certezza
della sua insolita intensità, mi mozzò il fiato.
Monika e Midori portarono alcune candele, corte e larghe.
"Che vogliano soltanto colarmi addosso della cera fusa?" pensai.
Fin dall'inizio del mio severo addestramento, le punizioni inflitte tramite
colate di cera fusa erano diventate per me un vero piacere: avevo imparato a
godere dei morsi di quelle gocce bollenti come fossero baci di un'amante. Ad
ogni modo non poteva essere un caso che per la mia punizione fossero state reclutate
quelle due tormentatrici, note per la loro eccezionale abilità. E quel
che avevano in mente doveva essere assai più sofisticato e crudele di
quanto io potessi prevedere.
Infatti le candele furono disposte sotto una piattaforma di metallo, di quelle
usate nei ristoranti cinesi e indiani per mantenere calde le pietanze, sopra
la quale furono messe a scaldare due bottigliette di liquido chiaro, dall'etichetta
caratteristica usata per i prodotti chimici.
Per qualche minuto non successe nulla: Monika uscì dalla stanza in tutta
fretta, Midori andò da Lady Fiona e le sussurrò qualcosa all'orecchio,
mentre io rimasi sdraiata sul tavolo, sola, con un'agitazione crescente che
m'invadeva il corpo e la mente.
Le urla e i pianti disperati di Undine, che subìva il supplizio per mano
di Enrica pochi metri più in là, mi cullarono come una ninnananna.
Il mio pensiero corse a Tanya, e mi maledii per aver sprecato tanto generoso
eroismo e nobiltà d'animo per una simile spregevole traditrice.
Mi scoprii a pensare a lei come ad un essere inutile, perché non possedeva
né l'irraggiungibile e sovrumano carisma di Lady Fiona, né la
capacità di sostenere il suo ruolo di schiava.
Quello ormai era il mio mondo: Padrone e schiave, e nient'altro. L'intera popolazione
maschile, la vita quotidiana, il lavoro, la famiglia, tutto era morto per sempre,
senza il minimo rimpianto da parte mia. Ora esistevano solo le Padrone e le
schiave, e io appartenevo alla seconda categoria.
Schiava per sempre.
Una schiava, lesbica, leccasuole, latrina, con il culo rovinato per sempre,
perennemente eccitata, con un bisogno costante di essere torturata fino al punto
di provocare da me i miei tormenti...
Fui riscossa dalle mie fantasie masochistiche da un rumore metallico proveniente
dal carrello. Midori aveva preso dal vassoio una siringa, una di quelle enormi
siringone in vetro, spesso e pesante, usate anticamente, e vi stava inserendo
un ago. Si stava avvicinando a me quando si fermò di scatto. Non potevo
intuire i suoi pensieri attraverso quello sguardo fiero ed enigmatico; vidi
solo che si irrigidì, girò sui suoi altissimi tacchi e si allontanò
scomparendo dal mio campo visivo per tornare pochi minuti dopo.
Fui presa di nuovo da un attacco di panico.
Quando la rividi, Midori stava svitando l'ago dall'enorme siringa per sostituirlo
con un altro di metallo scuro, che anche a distanza appariva molto più
grosso e crudele di qualsiasi altro ago usato nelle pratiche mediche.
La bellissima tormentatrice si avvicinò alle bottiglie, con cautela ne
sfiorò una e, scottatasi, ritrasse velocemente le dita. Poi vi tuffò
l'ago, riempì la siringa di liquido e poi la tenne in alto spingendo
fuori qualche goccia per togliere l'aria. Le gocce caddero sul mio ventre e
sentii che il liquido (che poi scoprii essere una semplice soluzione salina)
non era proprio bollente ma molto caldo, e il solo pensare a dove quella sostanza
bruciante sarebbe andata a finire mi fece mugolare, non saprei dire se per la
paura o per l'aspettativa del piacere della tortura.
La prima iniezione mi fu fatta da Midori sul seno sinistro, con una lentezza
studiata nell'inserire l'ago, muovendo su e giù ripetutamente la siringa
per aumentare la mia sofferenza. Tuttavia non urlai fino a che iniziò
a premere lo stantuffo annegando le fibre più profonde della mia carne
in una liquida agonia.
Ovviamente i miei seni erano ancora doloranti per i maltrattamenti subìti
per tutto il giorno, ma il dolore che stavo sperimentando era senza precedenti,
non più intenso di altri, ma senza dubbio molto diverso da qualsiasi
altro dolore mai provato. Quel che l'iniezione provocava alla mia carne era
pura e genuina agonia, un rivolo di tormento che serpeggiava tra cellule e ghiandole
e dio sa cosa, anche dopo che la donna ebbe sfilato l'ago, torcendolo e strappandolo
via con forza per accertarsi che io soffrissi il più possibile.
Seguì un'altra iniezione, sempre sullo stesso seno, e poi un'altra e
un'altra e un'altra e un'altra ancora, ma sempre con la stessa lentezza, la
stessa deliberata crudeltà. Midori lavorava con metodo, mai trafiggendo
la mia carne due volte dalla stessa angolazione, talvolta spingendo l'ago pochi
millimetri sulla pelle, altre volte immergendolo completamente nella mammella,
tanto che ero sicura mi avrebbe trafitto il cuore.
Il liquido mi invadeva, e ogni iniezione aggiungeva nuova agonia al dolore che
già mi tormentava e mi faceva urlare, senza che la sua intensità
diminuisse neanche per un istante.
La tortura andò avanti per molto tempo, e la mia tormentatrice non dava
cenno di voler spostare la sua attenzione su un'altra parte del mio corpo sudato.
Quando riuscii a raccogliere il coraggio di aprire gli occhi e guardare in che
condizioni fosse il mio povero petto, il mio primo pensiero fu che le lacrime
stessero alterando la mia percezione visiva: il mio seno, cresciuto a dismisura,
era un immenso pallone, costellato di innumerevoli puntini rosei, qualcosa che
non aveva nulla a che vedere con un seno normale.
Proprio in quel momento Midori si stava occupando del mio capezzolo: il ricordo
del dolore immenso di quella terribile perforazione è registrato nella
mia mente. Concentrai la mia attenzione sulla reazione della mia carne e la
vidi gonfiarsi lentamente mentre il mio capezzolo si induriva come mai aveva
fatto. Prima di annegare in un oceano rosso di dolore, ebbi la forza di sbirciare
verso il carrello, e vidi che accanto alla prima bottiglia, ormai vuota, erano
allineate molte altre bottiglie piene, portate lì da chissà dove.
Quella volta urlai a lungo, sia per il dolore fisico che per la convinzione
che quella donna stesse deformando il mio corpo irrimediabilmente. La spaventosa
quantità di liquido iniettato a forza tra le mie cellule più sensibili
fin negli spazi più profondi, aveva gonfiato sproporzionatamente la mia
mammella, trasformandola in una grottesca appendice. Sarei rimasta così
per sempre? Stavo diventando una specie di mostro sessuale che avrebbe dovuto
vergognarsi persino a girare per le strade?
Mentre cercavo di ragionare per non impazzire, nonostante le iniezioni si succedessero
sempre più numerose, la tortura subì una variazione: Midori afferrò
il mio seno con entrambe le mani e cominciò a strizzarlo, torcerlo e
modellarlo come se fosse fatto di creta. La mia carne era sensibilissima, come
mai prima d'allora, e ogni strizzata si ripercuoteva nel mio cervello, tanto
che svenni.
Fui immediatamente fatta rinvenire con dei sali maleodoranti che Monika mi mise
sotto al naso; Midori stava ancora lavorando il mio seno e potevo sentire con
una chiarezza spaventosa la mia carne cedere per permettere al liquido infiltrato
di sistemarsi tra le cellule, e questo le permetteva di plasmarmi a suo piacere
come una bambola di creta.
Seguirono altre iniezioni, a dozzine, alternate da palpeggiamenti e maltrattamenti,
fino a che la tormentatrice fu perfettamente sicura di aver portato ogni singola
parte della mia povera mammella alla sua massima tensione. Quindi si dedicò
al seno destro.
Ad un certo punto pensai che sarei davvero impazzita. La scongiurai di uccidermi
in italiano, in inglese e in tedesco. La supplicai di lasciarmi andare, offrendo
in cambio qualsiasi tipo di serivizio sessuale, anche il più degradante.
Midori tuttavia rimase inamovibile e continuò a tormentarmi con la metodicità
di una macchina, anche dopo che Undine fu trascinata via dalle altre dominatrici
e portata a letto.
Quando udìì di nuovo il ticchettìo di altissimi tacchi
attraverso la stanza, dalla finestra si vedeva albeggiare, e la mia torturatrice
stava lavorando agli ultimi ritocchi sul lato destro delle mie grandi labbra,
dopo aver provocato un identico gonfiore alle piccole labbra e al labbro sinistro
della mia povera fica.
Avevo continuato a gemere per tutto il tempo: gli occhi e la gola mi bruciavano
quasi quanto le tette e la fica. Ogni volta che stavo per svenire, o davo l'impressione
di non soffrire abbastanza, Midori aveva cura di risvegliarmi usando i sali
o impastando con forza le carni gonfie e lucide di quei mostruosi palloni che
erano le mie tette.
La nuova arrivata era Lady Fiona, che con un cenno ordinò a Midori di
smettere. Si avvicinò e mi rivolse la parola con la sua voce profonda
e sensuale:
"Ti fa molto male?"
"Sì, Padrona", riuscii a rispondere con un filo di voce, intimorita
e soggiogata, come sempre, dalla sua grazia e dalla sua bellezza.
"Bene. Come sai, godo a sapere che soffri"
Sorprendentemente questa semplice frase mi fece sentire orgogliosa di essere
la sua schiava.
"Scommetto che hai molta sete" proseguì Lady Fiona dandomi
un buffetto lieve sulla guancia.
"Sì Padrona".
"Non ho ancora fatto pipì stamattina. Vuoi che la faccia nella tua
bocca, piccina?"
I suoi occhi brillavano come stelle mentre parlava e io, come già la
prima volta che la vidi, nonostante l'agonia che mi attanagliava la mente, persi
completamente me stessa.
"Oh, sì, Padrona, la prego. La mia faccia è la sua latrina"
Pronunciare quelle parole mi costò una fatica inumana, ma ero sopraffatta
dall'allettante prospettiva di poter finalmente avere qualcosa da bere e, ancor
meglio, di poter bere la pipì della Signora che possedeva il mio corpo
e la mia anima, e che per me era la bevanda più squisita della terra.
"Magari più tardi" mi sorrise scoprendo i suoi denti bianchi
e splendenti, poi rivolse poche e brusche parole in tedesco a Midori e se ne
andò.
Mi resi conto che avevamo parlato in inglese, lingua che preferivo nonostante
l'obbligo vigente nella casa.
L'asiatica ricominciò a conficcare l'ago nella mia fica, a gonfiarla
sempre di più, a plasmarla e torturarla. E io ricominciai ad urlare disperatamente,
ma in modo diverso che non aveva nulla a che fare con l'irrazionale rassegnazione
con la quale avevo subìto quella notte di torture. Ora sapevo di soffrire
per donare piacere a Lady Fiona e per dimostrarle, anche in sua assenza, la
mia assoluta consapevolezza della mia condizione di schiava.
Ci volle una buona mezz'ora
prima che la mia sublime Padrona tornasse accanto al mio tavolo di tortura fradicio
di sudore e di lacrime. In quel momento anche l'ultimo angolino del mio sesso
martirizzato stava sopportando il dolore lancinante di quelle orribili iniezioni
di soluzione bollente.
Lady Fiona indossava una veste di seta lunga fino ai piedi con uno spacco laterale
che le scoprì la gamba quando si strusciò contro la mia guancia.
"Ora voglio che tu risponda ad una domanda, schiava" sussurrò
con voce languida e profonda.
"Sì, Padrona"
"Probabilmente ora non avrai la forza di mentire, ma debbo ricordarti che
è dovere di ogni schiava dire sempre la verità alla propria Padrona"
"Sì, Padrona"
"Ieri sera le cose non sono andate in realtà come hai detto, vero?"
Con una delle sue mani ben curate aprì maggiormente lo spacco della veste,
mostrandomi un angolino delle sue mutandine nere profumate di pulito.
"N-no, Padrona"
"E allora cosa è accaduto davvero, schiava?"
Lady Fiona schiaffeggiò i miei seni con tutta la sua forza, facendomi
agonizzare. Ovviamente confessai tutto, sopraffatta dal suo potere, dal mio
dolore e dalla smania irrefrenabile di assaporare la sua orina. Più parlavo
e più lei giocava con le sue mutandine, scostandole di lato in modo da
farmi intravvedere le sue meravigliose intimità: uno spettacolo altrettanto
bello di una serata all'opera.
"Ma tu non avevi mentito per proteggere quella troia, vero?" Lady
Fiona sembrò leggere nei miei pensieri.
"No, Padrona. I volevo... Da un po' di tempo ho capito di essere una schiava
estremamente masochista, Padrona. E io muoio dalla voglia di essere torturata".
Lady Fiona fece scivolare il suo dito medio tra le labbra della sua fica, e
lo ritirò luccicante dei suoi umori, regalandomi un soffio del suo piacere
da annusare.
"Ahhh... brava schiavetta!" sorrise pizzicandomi un capezzolo tanto
forte da levarmi il respiro "e adesso ti sei pentita di quel che hai fatto?"
Riuscii a ritrovare il respiro con grande difficoltà e mi ci vollero
alcuni secondi prima di poter rispondere "N... No, Padrona".
Il getto caldo della sua orina si riversò nella mia gola, e io ingoiai
tutto fino all'ultima goccia con l'abiezione deliziata di una devota latrina.
"Ti avevo valutata bene", commentò Lady Fiona quando terminò
di rispondere agli stimoli della Natura, abbassandosi sulla mia faccia in modo
che potessi pulirla con la lingua, "Sei esattamentoe quel che cercavo.
Anzitutto, finirò io stessa la tua tortura".
Per nulla preoccupata di ascoltare i sinceri ringraziamenti che desideravo offirle,
la Padrona non perse tempo e si sedette comodamente su una sedia accanto al
tavolo. Come era facile intuire, l'ago fu stavolta diretto sul mio clitoride,
che fu presto seppellito dalla massa crescente della carne circostante che si
gonfiava sempre di più.
Alla fine mi immersi nella perfetta consapevolezza dei miei desideri più
masochistici: svenni diverse volte ed ebbi anche due orgasmi, i più intensi
e sconvolgenti di tutta la mia vita.
Fui slegata poco prima dell'ora
di pranzo, e fui spedita senza troppe cerimonie in cucina ad eseguire i miei
consueti doveri. Il pavimento era stato ripulito dal sangue, di Tanya non c'era
traccia e le altre schiave restarono a bocca aperta quando mi videro entrare.
Il mio corpo era sfigurato in modo terribile ma al tempo stesso molto sensuale.
I miei seni erano adesso enormemente gonfi, lucidi palloni con capezzoli incredibilmente
turgidi posti su areole estese e svettanti verso l'alto. In perfetto contrasto
col mio sesso, che pendeva tra le gambe pesante, allungato, con masse di carne
ciondolanti e ipersensibili.
Ogni passo, ogni singolo movimento, aggiungevano nuovi tormenti al continuo
bruciore che infiammava le mie parti più sensibili, tuttavia durante
il giorno assolsi ai miei doveri in uno stato di perfetta beatitudine, persino
quando le sorveglianti mi frustarono, senza una scusa, senza un motivo, mirando
alle mie parti più sensibili e gonfie e riducendomi all'istante in una
creatura priva di ragione, la cui unica ragione di vita era il tormento più
totale.
Una volta, nel pomeriggio, Enrica mi ordinò di inginocchiarmi accanto
ad una sedia con i seni poggiati sul sedile, quindi si sedette su di essi schiacciandoli
con tutto il suo peso. Svenni immediatamente.
Quando sfiorai Bettina nel corridoio, ci scambiammo sorrisi soddisfatti, come
due persone che hanno finalmente raggiunto il loro scopo nella vita.
Guardandomi di riflesso mentre pulivo una vetrina di cristallo, mi trovai così
inspiegabilmente ma scandalosamente eccitante nella mia deformità, che
cercai di masturbarmi per un momento, nella speranza di non essere scoperta:
il dolore improvviso che esplose nei miei genitali mi impedì di provare
un piacere diverso da quello puramente psicologico.
Quella sera, inginocchiata sotto al tavolo di Lady Fiona, mi fu concesso l'onore
di leccarla a mio agio e di darle tutto il piacere di cui ero capace: era la
mia piccola ricompensa per essere riuscita a liberarmi da quel cumulo di ipocrite
inibizioni che mi avevano impedito, fino ad allora, di assaporare la vera felicità.
Ci vollero parecchi giorni
affinché il mio organismo potesse assimilare e drenare tutto il liquido
che mi era stato iniettato, ma alla fine il mio corpo tornò quasi alla
normalità, anche se sia il mio seno che la mia fica rimasero più
grandi e turgidi del solito.
Nei giorni seguenti non accadde nulla di importante, eccetto che in alcune occasioni
trovai il coraggio di supplicare Lady Fiona di sottopormi a torture extra, cosa
che mi fu concessa con gran piacere. Ogni volta avrei preferito morire che sopportare
le torture che mi erano riservate, ma quando finivano, ero sempre più
soddisfatta di me stessa e sempre più innamorata della mia splendida
Padrona.
Bettina seguì il mio esempio, mentre le altre schiave si comportavano
in modo da evitare in ogni modo le punizioni. Come nel caso di Tanya che tornò
alle sue mansioni poche settimane dopo l'incidente, senza alcun segno di eventuali
punizioni subìte.
Poi un giorno fui convocata nello studio di Lady Fiona, la stessa stanza nella
quale mi accompagnarono in occasione del primo colloquio con la mia Padrona.
Sulla scrivania, proprio di fronte alla comoda poltrona su cui sedeva Lady Fiona,
c'erano, accuratamente ripiegati, gli abiti che indossavo al mio arrivo nella
villa.
"Questo per te è l'ultimo giorno di schiavitù" spiegò
senza tante cerimonie, "Sei stata una buona schiava, e voglio che tu sappia
che in qualsiasi momento se avrai bisogno di me potrai telefonarmi. Questo è
il mio numero".
Posò sul mucchietto dei miei vestiti un biglietto da visita.
"E ora sbrigati a vestirti: la macchina è fuori ad aspettarti".
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