LA LETTERA DI SARA
Sono quasi pronta.
Dall'ultima volta sono passati sette mesi, e avevo giurato a me stessa di non cascarci più. Invece stasera prenderò il treno, per arrivare da loro domattina, in fondo all'Italia.
Non sono i miei preferiti. Sono volgari come il loro modo di parlare, e non hanno neanche tutti quegli strumenti che rendono queste cose tanto più eccitanti.
Vado da loro perché mi hanno chiamata, niente altro. Perché senza neanche la scusa degli auguri mi hanno detto della cena di capodanno e di come volevano una ragazza a cui fare male, per il divertimento loro e dei loro amici.
Lei mi parlava di cinghiate
e violenze, e io mi sono bagnata come un lago.
Come al solito.
Ho detto sì perché è bello sapere che ci saranno degli sconosciuti (quattro? Sei? Non l'ho capito) che mi considereranno peggio dell'ultima delle puttane, e che si sentiranno in dovere di usarmi e di farmi urlare come mai hanno fatto prima.
So già come andrà
a finire.
Con me piena di lividi, esausta, con tutti i buchi così doloranti da
sembrare strappati, con la gola che brucia per i cazzi, la sborra e la pipì
ingoiata, per le grida, con la lingua nauseata e gonfia per le suole che avrò
leccato a lungo.
So che avrò freddo e tremerò, che mi verrà la solita febbre, che mi vergognerò di me stessa, mi farò schifo e sarò spaventata.
Alla fine giurerò ancora una volta di non cascarci mai più.
Resterò coi segni addosso per una settimana o anche di più, ma so che poi alla fine tornerò a vedere siti come questo (grazie! Mi sono appena regalata il computer ed è stato uno dei primi che ho trovato!) e a bagnarmi per le corde e le fruste. Poi passeranno ancora mesi, e tutto ricomincerà da capo.
Ti ho scritto adesso perché dopodomani non avrò più il coraggio di ammetterlo, ma ora che ho la valigia pronta non posso negarlo: il mio sogno, quello vero, più profondo, è che un giorno qualcuno la mattina dopo non mi lasci andare.
Vorrei che non mi permettesse di vergognarmi, schifarmi e spaventarsi, ma ricominciasse subito a torturarmi e stuprarmi senza pietà.
Vorrei sentirlo ridere (o sentirla, se sarà una donna, tanto il sesso non importa in queste cose) delle mie lacrime e delle mie urla, e che mi promettesse che d'ora in poi non ci sarà più un giorno senza dolore, senza umiliazione, e che anzi sarà sempre peggio.
Così sarei sua, lo amerei e lo aiuterei a ridurmi alla più estrema delle schiave.
Finalmente libera.
Tua Sara.
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