Ecco un altro racconto di cui avevo dimenticato l'esistenza. Chissà cosa era accaduto per farmelo abbandonare: tutto sommato sembrava interessante…


MOIRA

Cari lettori e lettrici, mi chiamo Moira. Sono una schiava 34enne e vi scrivo sperando di potervi divertire con questa mia confessione, come desiderano i miei proprietari.


Moira è il mio vero nome: ho sempre pensato che sia volgare e da quando ero una bambina è stato causa di umiliazioni, con le compagne di scuola e i miei coetanei che mi prendevano in giro con dozzine di battute sugli elefanti. Le battutine sono rimaste le stesse anche crescendo, solo che poi sono state dette alle spalle (ma ben udibili) da molte persone che si sentono come in dovere di mettere a disagio gli altri sfruttando ogni possibile appiglio. Non vi ho raccontato questo per lamentarmi, ma per farvi capire come l’umiliazione mi abbia sempre accompagnato nella vita, anche nelle piccole cose.


Sono nata nei pressi di Cosenza, primogenita di una famiglia ne ricca ne povera. Mio padre era un uomo all’antica: anche se mi voleva bene non si sentì realizzato fino a che non ebbe anche un figlio maschio, che prese poi il ruolo di favorito in famiglia. Non si tratta delle solite invidie fra fratelli: questa impostazione era esplicita e dichiarata da parte di entrambi i genitori, non per cattiveria ma per tradizione, così io mi adeguai come dovevo alla situazione.


Non dovete pensare a me come a una novella Cenerentola. Mio padre non mi faceva mancare niente e pur essendo convinto delle sue idee mi crebbe molto meglio di tante mie coetanee. Per esempio, si impegnò a darmi la migliore istruzione possibile iscrivendomi a un istituto di suore che nella nostra zona era di gran lunga migliore della disagiata scuola pubblica. Fra le sue mura e il bel parco passai gran parte delle mie mattine e pomeriggi d’infanzia, dal kinderheim alla fine delle scuole medie, imparando l’amore per la cultura che ho ancora oggi.


Con le suore imparai anche altro. Mi riferisco naturalmente alla religione cattolica, ma anche alla particolare visione della vita che trasmettevano queste religiose, dedite con convinzione a un regime di umile disciplina. Esse vivevano, pregavano, insegnavano, lavoravano sempre con grande serenità, aiutate da regole rigorose che una volta accettate (e per una bambina non era difficile farlo) davano paradossalmente una grande libertà. Per fare un esempio che tutti capiscano, potrei riferirmi alla liturgia della messa: forse le prime volte risulta difficile seguirne tutti i riti, le parole difficili in latino, i gesti, quando alzarsi o sedersi, soprattutto capire perché si dicono e fanno certe cose. Con l’abitudine, però, anche quell’insieme di regole complicate diventa familiare e automatico, tanto che la mente si inebria subito di serenità dal primo minuto: non si pensa certo a discutere ciò che si fa e dice, ma solo a seguire gli altri fedeli, come diventando una cosa sola con essi.


Con le suore, dicevo, imparai la loro gioia nella povertà, l’umiltà e il servizio per i bisognosi. Inoltre (e questo forse vi interesserà di più) rimasi affascinata dalle figure e dalle storie delle molte persone che erano riuscite a raggiungere la beatificazione o santità attraverso le loro opere, ma più spesso attraverso il martirio. Non saprei dare una spiegazione precisamente razionale di come mi sentissi e pensassi da ragazzina, ma ricordo chiaramente che la sera a casa i capricci (e in seguito i dispetti e poi ancora le prepotenze vere e proprie) di mio fratello erano per me prove da superare con fierezza, che diventava vera e propria gioia quando venivo elogiata (e succedeva spesso) dai miei genitori per come fossi stata brava nell’aiutare con le faccende di casa o in tutte quelle piccole cose con cui cercavo di servire la mia famiglia.


Ripensando ora a quegli anni è chiaro che la mia sottomissione naturale scaturisca da questa educazione, ma a quei tempi non si trattava affatto di masochismo. Le cose cominciarono forse a cambiare con il liceo. Pochi mesi dopo l’inizio del secondo anno del liceo classico, sempre presso un istituto di religiose, mio padre si dovette trasferire per lavoro a Genova, sua città natale, seguito naturalmente da tutta la famiglia. Come potete immaginare per me fu molto triste dovere lasciare i miei luoghi natali e le amiche che, anche se poche, mi avevano seguito al liceo.


Anche la mia nuova scuola era un liceo gestito da suore, naturalmente solo femminile, ma il clima che vi si respirava era differente. Forse era solo una mia impressione causata dal trasloco, ma tutto mi parve più freddo e cupo. Inoltre le mie compagne erano molto diverse dalle ragazzine cui ero abituata: queste provenivano per lo più da famiglie molto ricche e senz’altro più cosmopolite. Di loro mi colpiva lo scarso interesse per lo studio che avevano molte, e ancora più la mancanza di devozione religiosa. Addirittura, a volte avevo vere e proprie difficoltà a capire cosa dicessero, a cosa si riferissero e perché si comportassero in determinati modi.


Tutto cambiò tuttavia dopo cinque mesi dal trasferimento. Una sera arrivai a casa preoccupata perché un compito di matematica mi era andato piuttosto male, e quando arrivai trovai mia madre disperata, che si apprestava a correre all’ospedale. Mio padre era rimasto coinvolto in un incidente nel cantiere navale in cui lavorava: altri due uomini erano morti sul colpo. Lui ci lasciò quattro giorni dopo, senza nemmeno riuscire a salutarci.
Da alora per me cambiò tutto. Diventai davvero la Cenerentola di cui parlavamo prima, sia a casa dove dovevo aiutare la mamma in tutto ancor più di prima, sia a scuola dove molte altre ragazze non si risparmiarono nulla per farmi pesare la mia condizione di orfanella immigrata. Presto diventai Moira degli elefanti, l’orfana terrona, e ben poche ragazze continuarono a frequentarmi. La preghiera riusciva meno di prima a ridarmi la serenità, tuttavia solo la consapevolezza che mia madre aveva bisogno di me mi trattenne dal farmi suora.


A distanza di anni riesco a capire meglio cosa accadde allora. Dopo qualche settimana di disperazione per la perdita e per questi trattamenti, scelsi inconsapevolmente la strada del martirio pur di ritornare a essere accettata dal mondo. La mia sottomissione divenne servilismo puro, così cominciai a fare di tutto per farmi almeno considerare dalle altre ragazze. Cominciai facendo compiti per tutte quelle che me lo chiedevano, solo per la gioia di sentirmi ringraziare quando se ne ricordavano, o di passare qualche minuto con loro al momento di consegnare i lavori. Poi iniziai a fare piccole e grandi commissioni per loro all’uscita della scuola e piano piano diventai la servetta di un gruppo di quattro amiche del cuore in particolare. Come una cagnolina, avrei fatto qualsiasi cosa per una carezza sulla testa e loro capirono questa mia debolezza e se ne approfittarono sempre più.
Non sto parlando di sevizie o altre perversioni come quelle cui siete abituati, tuttavia una in particolare di nome Susanna mi sfruttò con vera crudeltà. Per esempio, mi invitava alcune sere a casa sua, ma io finivo sempre con essere quella che riordinava e spolverava la sua cameretta mentre lei passava ore al telefono con le amiche o il suo “fidanzato”, per essere poi messa alla porta quando veniva il momento per lei di cenare. Con la sua famiglia, come non mancava di ricordarmi.


Passai la mia prima estate da orfana ad aiutare mia madre con dei lavoretti di ricamo che aveva cominciato a fare per arrotondare i proventi della pensione e dell’assicurazione di papà, andando in spiaggia poco e controvoglia. Lì rimanevo bloccata dall’imbarazzo della “nudità” pretesa dal costume da bagno e soprattutto dalla visione di tante persone di cui io non facevo parte in alcun modo... compresi tanti ragazzi, per me che frequentavo come solo uomo mio fratello. Quei pochi che mi rivolgevano la parola cambiavano spesso idea appena mi sentivano parlare coll’accento che ancora mi era rimasto, oppure per i miei modi di fare timidissimi o per l’atteggiamento da signorinetta che necessariamente mi portavo dietro. Per non parlare naturalmente del mio aspetto, che pur non essendo brutto non poteva certo competere con quello delle molte ragazze più carine e certo più curate di me.


Il ritorno a scuola e ai suoi orari fu così un conforto, anche se il terzo anno sancì definitivamente il mio masochismo. Niente di trascendentale, ma certo episodi inequivocabili. Susanna divenne infatti sempre più esigente: prese a farsi lucidare le scarpe da me, ma soprattutto a schiaffeggiarmi ogni volta che secondo lei non la servivo bene, spesso per capriccio. Io incassavo, abbassavo gli occhi pieni di lacrime e tremavo quando lei mi minacciava dicendo (lo ricordo ancora adesso) “sai, con le mie amiche abbiamo pensato che forse dovremmo proprio smettere di frequentarti”. Le altre amiche, che in realtà erano meno pestifere di lei, si indurirono un po’ di più, ma senza mai arrivare ai suoi livelli.

Schiaffi ne presi anche da loro, ma molto occasionalmente. Solo una volta Tiziana stupì sia me che le sue amiche sputandomi addosso con vero disprezzo, invitando anche le altre a farlo mentre mi insultavano. Io piansi, supplicai di smettere, tuttavia rimasi a sentire gli sputi addosso e per molti giorni di fila provai una sensazione indefinibile di disgusto, di gioia per avere superato una prova, di serenità per avere dimostrato la mia devozione alle “amiche” e altre sensazioni ancora, che era lo stesso mix provato quando venivo schiaffeggiata da Susanna.


Di lì a poco cominciò una specie di ricerca sistematica del martirio. Non tanto con le ragazze, ma da sola, leggendo testi che ne parlavano, studiandoli morbosamente e cercando di mettere in pratica ciò che vi leggevo, sia che fosse riferito ai veri martiri, sia alle torture dei lager nazisti o dell’Inquisizione o della guerra in Vietnam.
Provai la tortura dell’acqua, stando malissimo per i litri ingeriti; cercai (senza riuscirci) di infiggermi gli spilli da cucito nelle braccia e le gambe; mi legai parti del corpo con spaghi che poi stringevo sempre più inserendovi una biro che ruotavo per tenderli, sino a non riuscire quasi a respirare per il dolore; una volta arrivai anche a scaldare un’astina di metallo sul gas, con cui mi bruciai un braccio (ma la brutta bolla che si formò e rimase per giorni mi dissuase dal rifarlo, più ancora del dolore provato). Non posso sinceramente dire che facessi questo per masochismo sessuale: benché fossi ormai una donna niente era più lontano da me del sesso. Tuttavia provavo in questi tormenti oltre alla sofferenza strane sensazioni di soddisfazione più che piacere, sentendomi così “a posto”, e mi scuso se non riesco a essere più chiara.


Questo periodo di sperimentazioni non durò moltissimo a dire la verità. Anche a scuola Susanna e le altre cominciarono a interessarsi sempre più ad altri tipi di divertimenti, mentre del resto a casa mia madre aveva sempre più bisogno di me e i tanti impegni non mi lasciavano nemmeno il tempo di pensare a certe cose. Mio fratello tornò a vivere al sud da parenti, per poi iscriversi anni dopo a una scuola militare. La mamma invece dopo due anni accettò la corte di un negoziante più anziano e solo quanto lei. Con me fu molto sincera, confessandomi da subito il disagio che provava per questa nuova relazione ma anche il bisogno di protezione che provava, cosa che potevo capire perfettamente. Per qualche tempo nel quartiere ebbe la fama di donnaccia, poi tutto tornò alla normalità anche se io non riuscii mai veramente ad accogliere quell’uomo come di famiglia.
Devo tuttavia riconoscere che la sua presenza ci permise un tenore di vita migliore, che fece rifiorire piano piano la mamma. Non era neanche un uomo cattivo: per farvi un esempio, fu lui dopo avere avuto sentore di come venivo scherzata per il mio nome a suggerire, molto rispettosamente, a me e mia madre di cominciare a chiamarmi Maria onde evitare questi piccoli problemi. Così quell’estate allo stabilimento balneare che ora potevamo permetterci di frequentare diventai ufficialmente Maria, migliorando un pochettino le mie relazioni sociali.


Forse però non vi interessano molto queste mie piccole cose personali, che però sono importanti per capire come sono diventata quello che sono. Me ne scuso, e tralascio allora alcuni anni per arrivare all’iscrizione all’università, alla facoltà di Lettere. Quell’anno fu per me un grande cambiamento perché mi portò fuori dal guscio protettivo delle istituzioni religiose, mettendomi a contatto col mondo vero e con le differenti persone che vi si possono incontrare. Fu anche l’anno del mio primo vero innamoramento (storia finita male, come tante) e della mia entusiastica iniziazione al sesso.


Di questo periodo ho poco da dire: fu come per molte altre ragazzine, con passioni brucianti e stupide e impegni seri, ma fu soprattutto un periodo necessario a formarmi e capirmi meglio. Ciò che più vi interesserà sarà come ho capito meglio il mio masochismo, e questo è avvenuto gradualmente ma con decisione e senza rimpianti. All’inizio si è trattato di essere attratta da ragazzi di carattere forte, autoritario, che in un modo o nell’altro dimostravano di apprezzare la mia remissività e la mia gioia nell’essere a loro disposizione. Poi gradatamente la cosa prese un’inclinazione più sessuale, con relazioni in cui potevo vivere con serenità il mio servilismo anche erotico. Mi resi infatti conto che non amavo solo essere “maltrattata” a letto, ma che ciò che mi dava più piacere (anche se non proprio a livello fisico, ma più mentale) erano le pratiche più degradanti. Per esempio c’era Luca, che mi mandava in visibilio con la sua passione per “sporcarmi” del suo sperma il viso, i capelli e i vestiti e per come gli piaceva che gli leccassi a lungo l’ano.


Marcello invece si eccitava moltissimo facendomi vestire e truccare in maniera molto volgare (e per lui tornai a essere Moira, naturalmente), portandomi in giro così, magari con minigonne senza mutandine, e insultandomi molto pesantemente anche davanti ad altri. Lui mi lasciò poco prima che realizzassimo un suo desiderio di cui mi parlava da tempo, cioè di prostituirmi per una intera notte. Ricordo che anche se terrorizzata da questo, io ero pronta a subire quella prova con grande eccitazione.


Poi, intorno ai 25 anni, conobbi finalmente il vero sadismo. Naturalmente avevo sentito parlare di sadomasochismo, ma in maniera confusa, che mescolava violenza e sadismo erotico. Poi conobbi Flavio, che invece queste cose le conosceva bene. Era molto più grande di me, affascinante per la sua cultura ed eleganza: un paio di settimane dopo averlo conosciuto ero già nel suo letto. Sulle prime mi mise alla prova con pratiche “leggere”, come penetrarmi con le dita o farsi leccare i piedi. Poi, mano a mano che mi conosceva e si faceva raccontare la mia vita, mi propose senza grandi imbarazzi di partecipare ai suoi giochi più duri. Cominciammo con semplici sculacciate, per passare poi alla cinghia e alle mollette sui capezzoli e la vagina. La prima volta che venni cinghiata, mi sentii come se finalmente la mia mente si liberasse dopo una vita di costrizioni: anche se avevo le natiche in fiamme, provai una specie di orgasmo mentale fortissimo, che ho sperimentato ancora solo poche altre volte.


Flavio mi fece sua senza difficoltà. Se qualche volta avevo paura, o mi spaventavo di me stessa, mi riportava con la dolcezza a essere la sua umile schiava. Si faceva chiamare “signore”, voleva che gli dessi del lei e in cambio ricevevo insulti e umiliazioni. Anche lui si faceva lucidare le scarpe come Susanna tanti anni prima, solo che Flavio pretendeva che lo facessi con la lingua, degradandomi per lui. La sua fu la prima orina che bevvi, imparando piano piano a non provare disgusto ma riconoscenza per quel liquido e per avere l’onore di essere il suo gabinetto.


So che dire queste cose al pubblico di questo sito non dovrebbe sconvolgervi. A ogni modo, devo dire che allora fui veramente, per la prima volta, felice. Può sembrare assurdo o malato, tuttavia era vero e questo mi bastava: tutti mi trovavano più bella, serena e rilassata, così poco importava quale fosse il mio segreto. Io ero felice così, tornando di corsa dalle lezioni per rassettare la casa del mio signore, spogliandomi per lui anche se era al lavoro e non poteva vedermi e studiando in ginocchio come mi aveva ordinato. Quando lo sentivo sul pianerottolo, col tintinnio delle chiavi che stavano per aprire la porta, trotterellavo felice come una cagnetta ad accoglierlo baciandogli le scarpe, spogliandolo amorevolmente e sperando che mi volesse usare per il suo piacere: sia sessualmente che come semplice poggiapiedi, ventaglio o altro. Cucinavo per lui ed ero felice se certe volte voleva mangiare da solo e mi scacciava, perché così potevo dimostrargli la mia remissività. Attendevo con eccitazione il momento dell’immancabile punizione, sotto i suoi colpi gridavo di dolore e la mia unica preoccupazione era che lui provasse piacere nel battermi. Infine mi mettevo al suo servizio sessuale, lasciavo che mi usasse secondo il suo desiderio, dopodiché se aveva scelto di venire nella mia vagina o ano gli toglievo devotamente il preservativo e ne succhiavo lo sperma tenendolo sulla lingua, perché gli piaceva che mi rimanesse il suo sapore nella bocca fino alla mattina dopo. Vivevo nella sua casa, naturalmente, anche se non posso dire che vivessimo insieme. Ero sua, e questo mi rendeva felice.


Flavio mi scacciò dopo tre anni e mezzo. Non gli servivano motivazioni e non me ne diede, anche se sono sicura che aveva trovato qualche ragazza più giovane di me. Lo supplicai di lasciarmi ancora essere sua, piansi e soffrii più che per ogni sevizia che mi aveva imposto, ma lui non fece altro che ridermi in faccia e ordinarmi di non farmi più sentire. Mentirei se negassi che per questo lo amai e adorai ancora di più. La sua superiorità era così divina, la sua crudeltà così giusta, che soffrii atrocemente per la separazione eppure dentro di me fui in qualche indefinibile modo felice di potere patire anche questa umiliazione.
Gli anni successivi non furono per questo meno duri. Sulle prime cercai, senza alcun ritegno, di ritrovare i miei vecchi ragazzi più autoritari. Solo uno accettò di rivedermi, tuttavia non era nulla in confronto al sadismo di Flavio, mentre io ero ben cosciente di avere ormai un bisogno fisico di quel tipo di persona.


Poi anche per questo tentai di rifiutare questa parte di me stessa. Frequentai compagnie “normali”, mi buttai nello studio e nell’impegno politico, tuttavia la mente tornava, con straziante regolarità, al ricordo dei lividi e delle umiliazioni. Fu una amica a salvarmi, raccontandomi infuriata a una cena di come avesse lasciato il suo fidanzato, di cui non sopportava l’atteggiamento “violento”. Io sulle prime non associai quel termine al sadomasochismo, ma dopo qualche ora di racconti mi feci un’idea abbastanza precisa di un uomo autoritario, che riteneva le donne oggetti di piacere... e sadico.


Feci allora una bassezza lontanissima dal mio carattere: chiesi a Chiara di darmi il suo numero, per permettermi di parlare con lui al fine di cercare di aggiustare le cose fra loro. Per farla breve lo chiamai, ci conoscemmo e apprezzammo reciprocamente i nostri caratteri complementari. Lui si chiamava Enrico, e a differenza di Flavio viveva con difficoltà il suo sadismo, frustrato da donne come la mia amica Chiara. Tuttavia quando cominciò a esserci più intimità fra noi ascoltò con grande interesse i miei racconti sugli anni con Flavio e piano piano mise in pratica molte delle cose che gli raccontavo. Si appassionò moltissimo al sadomasochismo, cominciando a comprare e studiare le riviste specializzate e rispondendo agli annunci che vi venivano pubblicati. Per il suo compleanno mi portò a conoscere una coppia che aveva conosciuto in questo modo, di Torino, e dopo gli imbarazzi iniziali fu per me eccitantissimo potere essere frustata davanti a degli sconosciuti, che a loro volta formavano una coppia in cui lei era sottomessa e masochista. Alla fine della serata l’altro uomo propose un gioco, e davanti a noi trapassò un capezzolo della compagna con un ago da siringa. Io rimasi senza fiato vedendo quella carne così violata, mentre Enrico ne fu solo molto turbato.


Questo fu il nostro primo disaccordo su questi temi: chiaramente ogni persona ha il suo grado di sadismo o masochismo, ma nel nostro caso non erano compatibili. Io volevo di più, soprattutto sul piano psicologico, mentre Enrico stava invece scivolando gradatamente verso un rapporto più romantico, in cui certe pratiche venivano vissute con una sorta di svogliatezza.
Incontrammo in compenso altre persone. Alcune erano sinceramente ributtanti nella loro sporcizia morale, altre più gradevoli, ma solo con una giocammo insieme. Fu tuttavia una cosa più sessuale che sadomasochista, divertente come è giusto che sia ma relativamente poco stimolante.


Enrico intratteneva ormai molti rapporti epistolari con altri appassionati di queste cose, finché un giorno non mi propose di incontrare una nuova persona. Si trattava di un uomo di Milano con cui si era già visto da solo, su cui voleva una mia opinione. Si trattava di una situazione strana: io dovetti andare da sola, con la promessa che non sarebbe stato altro che una normale cena, dove tuttavia Enrico non avrebbe partecipato.
Oggi non so ancora se, mentre cenavo con Marco, Enrico era altrove con la sua compagna. L’ho sospettato a lungo e ora non sono più tanto convinta. Ciò che importa tuttavia è che Marco mi colpì con la sua personalità, avvenenza, brillantezza, ma più di tutto per la sua filosofia dei rapporti sadomasochistici, che era del tutto analoga a quella di Flavio. Marco inoltre mi spaventava e attraeva per alcune sue idee ancora più estreme, legate all’annullamento della schiava e alla sua passione per quelli che chiamava “strumenti di tortura”, e che erano in realtà soprattutto gli attrezzi che si trovano nei sex shop e che molti lettori sicuramente conosceranno.


Quando tornai a casa, senza aver ricevuto da Marco niente più di un cortesissimo baciamano, Enrico mi chiese cosa ne pensassi e io sinceramente gli ripetei quello che ho scritto qui sopra. Poi mi chiese se trovassi Marco più adatto a me di quanto lui non fosse. Ancora una volta fui sincera, e gli risposi di sì ma che appartenevo a lui, e non desideravo nulla che lui non desiderasse.
Enrico fu molto dispiaciuto della mia risposta, ma penso che la mia onestà e la sua generosità abbiano salvato nel migliore dei modi un rapporto che era comunque destinato a finire. A malincuore, dicendo che per lui era importante la mia felicità, Enrico mi comunicò che, se lo avessi voluto, mi avrebbe ceduta a Marco. Ricordo ancora adesso che, la sola idea di essere ceduta come un oggetto a un uomo di simile superiorità mi fece bagnare immediatamente fra le gambe. Pochi minuti dopo accettai.


Era tardissimo, ma Enrico fece una telefonata, informando Marco della mia decisione. Questi mi chiamò a telefono per avere conferma della scelta dalla mia viva voce, poi mi spiegò che il nostro rapporto sarebbe stato puramente di dominazione, senza limiti come mi aveva spiegato a cena. Ripensandoci penso che forse fu da pazza affidarsi così a qualcuno che avevo visto solo un paio d’ore, eppure eccitata e spaventata accettai. Marco mi disse che avremmo passato una settimana di prova insieme, dopodiché se gli fossi andata bene avrei dovuto trasferirmi a casa sua. Dissi di sì. Infine mi ordinò di spogliarmi completamente, indossare solo un impermeabile e di aspettarlo. La settimana sarebbe iniziata immediatamente. Poi si fece passare nuovamente Enrico, mentre io ero scossa da brividi gelati davanti a questo inaspettato e rapidissimo cambiamento di vita.


Non voglio annoiarvi con dettagli che hanno significato solo per me relativi a quella settimana. Vi dirò solo che arrivò circa una mezz’ora dopo, non salì neanche e che quando scesi, subito dopo essere salita in macchina, come prima cosa mi fece togliere le scarpe, gli orecchini e un anello, se li fece consegnare e al primo cestino della spazzatura si fermò a gettarli dentro. Mi disse qualcosa sul fatto che mi aveva ordinato di mettere solo l’impermeabile, poi guidò in silenzio. Presa l’autostrada mi fece spogliare, così la mia vita da schiava cominciò infreddolita, spaventata da quella esibizione e molto sonnolenta per l’orario. Arrivammo a Milano che ero praticamente addormentata: lui andò a dormire a letto e io, nuovamente priva di ogni indumento, in uno sgabuzzino vicino all’ingresso. Crollai nel buio, eccitata come non mai.
[...]

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