MOIRA
Cari lettori e lettrici, mi chiamo Moira. Sono una schiava 34enne e vi scrivo sperando di potervi divertire con questa mia confessione, come desiderano i miei proprietari.
Moira è il mio vero nome: ho sempre pensato che sia volgare e da quando
ero una bambina è stato causa di umiliazioni, con le compagne di scuola
e i miei coetanei che mi prendevano in giro con dozzine di battute sugli elefanti.
Le battutine sono rimaste le stesse anche crescendo, solo che poi sono state
dette alle spalle (ma ben udibili) da molte persone che si sentono come in dovere
di mettere a disagio gli altri sfruttando ogni possibile appiglio. Non vi ho
raccontato questo per lamentarmi, ma per farvi capire come l’umiliazione
mi abbia sempre accompagnato nella vita, anche nelle piccole cose.
Sono nata nei pressi di Cosenza, primogenita di una famiglia ne ricca ne povera.
Mio padre era un uomo all’antica: anche se mi voleva bene non si sentì
realizzato fino a che non ebbe anche un figlio maschio, che prese poi il ruolo
di favorito in famiglia. Non si tratta delle solite invidie fra fratelli: questa
impostazione era esplicita e dichiarata da parte di entrambi i genitori, non
per cattiveria ma per tradizione, così io mi adeguai come dovevo alla
situazione.
Non dovete pensare a me come a una novella Cenerentola. Mio padre non mi faceva
mancare niente e pur essendo convinto delle sue idee mi crebbe molto meglio
di tante mie coetanee. Per esempio, si impegnò a darmi la migliore istruzione
possibile iscrivendomi a un istituto di suore che nella nostra zona era di gran
lunga migliore della disagiata scuola pubblica. Fra le sue mura e il bel parco
passai gran parte delle mie mattine e pomeriggi d’infanzia, dal kinderheim
alla fine delle scuole medie, imparando l’amore per la cultura che ho
ancora oggi.
Con le suore imparai anche altro. Mi riferisco naturalmente alla religione cattolica,
ma anche alla particolare visione della vita che trasmettevano queste religiose,
dedite con convinzione a un regime di umile disciplina. Esse vivevano, pregavano,
insegnavano, lavoravano sempre con grande serenità, aiutate da regole
rigorose che una volta accettate (e per una bambina non era difficile farlo)
davano paradossalmente una grande libertà. Per fare un esempio che tutti
capiscano, potrei riferirmi alla liturgia della messa: forse le prime volte
risulta difficile seguirne tutti i riti, le parole difficili in latino, i gesti,
quando alzarsi o sedersi, soprattutto capire perché si dicono e fanno
certe cose. Con l’abitudine, però, anche quell’insieme di
regole complicate diventa familiare e automatico, tanto che la mente si inebria
subito di serenità dal primo minuto: non si pensa certo a discutere ciò
che si fa e dice, ma solo a seguire gli altri fedeli, come diventando una cosa
sola con essi.
Con le suore, dicevo, imparai la loro gioia nella povertà, l’umiltà
e il servizio per i bisognosi. Inoltre (e questo forse vi interesserà
di più) rimasi affascinata dalle figure e dalle storie delle molte persone
che erano riuscite a raggiungere la beatificazione o santità attraverso
le loro opere, ma più spesso attraverso il martirio. Non saprei dare
una spiegazione precisamente razionale di come mi sentissi e pensassi da ragazzina,
ma ricordo chiaramente che la sera a casa i capricci (e in seguito i dispetti
e poi ancora le prepotenze vere e proprie) di mio fratello erano per me prove
da superare con fierezza, che diventava vera e propria gioia quando venivo elogiata
(e succedeva spesso) dai miei genitori per come fossi stata brava nell’aiutare
con le faccende di casa o in tutte quelle piccole cose con cui cercavo di servire
la mia famiglia.
Ripensando ora a quegli anni è chiaro che la mia sottomissione naturale
scaturisca da questa educazione, ma a quei tempi non si trattava affatto di
masochismo. Le cose cominciarono forse a cambiare con il liceo. Pochi mesi dopo
l’inizio del secondo anno del liceo classico, sempre presso un istituto
di religiose, mio padre si dovette trasferire per lavoro a Genova, sua città
natale, seguito naturalmente da tutta la famiglia. Come potete immaginare per
me fu molto triste dovere lasciare i miei luoghi natali e le amiche che, anche
se poche, mi avevano seguito al liceo.
Anche la mia nuova scuola era un liceo gestito da suore, naturalmente solo femminile,
ma il clima che vi si respirava era differente. Forse era solo una mia impressione
causata dal trasloco, ma tutto mi parve più freddo e cupo. Inoltre le
mie compagne erano molto diverse dalle ragazzine cui ero abituata: queste provenivano
per lo più da famiglie molto ricche e senz’altro più cosmopolite.
Di loro mi colpiva lo scarso interesse per lo studio che avevano molte, e ancora
più la mancanza di devozione religiosa. Addirittura, a volte avevo vere
e proprie difficoltà a capire cosa dicessero, a cosa si riferissero e
perché si comportassero in determinati modi.
Tutto cambiò tuttavia dopo cinque mesi dal trasferimento. Una sera arrivai
a casa preoccupata perché un compito di matematica mi era andato piuttosto
male, e quando arrivai trovai mia madre disperata, che si apprestava a correre
all’ospedale. Mio padre era rimasto coinvolto in un incidente nel cantiere
navale in cui lavorava: altri due uomini erano morti sul colpo. Lui ci lasciò
quattro giorni dopo, senza nemmeno riuscire a salutarci.
Da alora per me cambiò tutto. Diventai davvero la Cenerentola di cui
parlavamo prima, sia a casa dove dovevo aiutare la mamma in tutto ancor più
di prima, sia a scuola dove molte altre ragazze non si risparmiarono nulla per
farmi pesare la mia condizione di orfanella immigrata. Presto diventai Moira
degli elefanti, l’orfana terrona, e ben poche ragazze continuarono a frequentarmi.
La preghiera riusciva meno di prima a ridarmi la serenità, tuttavia solo
la consapevolezza che mia madre aveva bisogno di me mi trattenne dal farmi suora.
A distanza di anni riesco a capire meglio cosa accadde allora. Dopo qualche
settimana di disperazione per la perdita e per questi trattamenti, scelsi inconsapevolmente
la strada del martirio pur di ritornare a essere accettata dal mondo. La mia
sottomissione divenne servilismo puro, così cominciai a fare di tutto
per farmi almeno considerare dalle altre ragazze. Cominciai facendo compiti
per tutte quelle che me lo chiedevano, solo per la gioia di sentirmi ringraziare
quando se ne ricordavano, o di passare qualche minuto con loro al momento di
consegnare i lavori. Poi iniziai a fare piccole e grandi commissioni per loro
all’uscita della scuola e piano piano diventai la servetta di un gruppo
di quattro amiche del cuore in particolare. Come una cagnolina, avrei fatto
qualsiasi cosa per una carezza sulla testa e loro capirono questa mia debolezza
e se ne approfittarono sempre più.
Non sto parlando di sevizie o altre perversioni come quelle cui siete abituati,
tuttavia una in particolare di nome Susanna mi sfruttò con vera crudeltà.
Per esempio, mi invitava alcune sere a casa sua, ma io finivo sempre con essere
quella che riordinava e spolverava la sua cameretta mentre lei passava ore al
telefono con le amiche o il suo “fidanzato”, per essere poi messa
alla porta quando veniva il momento per lei di cenare. Con la sua famiglia,
come non mancava di ricordarmi.
Passai la mia prima estate da orfana ad aiutare mia madre con dei lavoretti
di ricamo che aveva cominciato a fare per arrotondare i proventi della pensione
e dell’assicurazione di papà, andando in spiaggia poco e controvoglia.
Lì rimanevo bloccata dall’imbarazzo della “nudità”
pretesa dal costume da bagno e soprattutto dalla visione di tante persone di
cui io non facevo parte in alcun modo... compresi tanti ragazzi, per me che
frequentavo come solo uomo mio fratello. Quei pochi che mi rivolgevano la parola
cambiavano spesso idea appena mi sentivano parlare coll’accento che ancora
mi era rimasto, oppure per i miei modi di fare timidissimi o per l’atteggiamento
da signorinetta che necessariamente mi portavo dietro. Per non parlare naturalmente
del mio aspetto, che pur non essendo brutto non poteva certo competere con quello
delle molte ragazze più carine e certo più curate di me.
Il ritorno a scuola e ai suoi orari fu così un conforto, anche se il
terzo anno sancì definitivamente il mio masochismo. Niente di trascendentale,
ma certo episodi inequivocabili. Susanna divenne infatti sempre più esigente:
prese a farsi lucidare le scarpe da me, ma soprattutto a schiaffeggiarmi ogni
volta che secondo lei non la servivo bene, spesso per capriccio. Io incassavo,
abbassavo gli occhi pieni di lacrime e tremavo quando lei mi minacciava dicendo
(lo ricordo ancora adesso) “sai, con le mie amiche abbiamo pensato che
forse dovremmo proprio smettere di frequentarti”. Le altre amiche, che
in realtà erano meno pestifere di lei, si indurirono un po’ di
più, ma senza mai arrivare ai suoi livelli.
Schiaffi ne presi anche da loro, ma molto occasionalmente. Solo una volta Tiziana stupì sia me che le sue amiche sputandomi addosso con vero disprezzo, invitando anche le altre a farlo mentre mi insultavano. Io piansi, supplicai di smettere, tuttavia rimasi a sentire gli sputi addosso e per molti giorni di fila provai una sensazione indefinibile di disgusto, di gioia per avere superato una prova, di serenità per avere dimostrato la mia devozione alle “amiche” e altre sensazioni ancora, che era lo stesso mix provato quando venivo schiaffeggiata da Susanna.
Di lì a poco cominciò una specie di ricerca sistematica del martirio.
Non tanto con le ragazze, ma da sola, leggendo testi che ne parlavano, studiandoli
morbosamente e cercando di mettere in pratica ciò che vi leggevo, sia
che fosse riferito ai veri martiri, sia alle torture dei lager nazisti o dell’Inquisizione
o della guerra in Vietnam.
Provai la tortura dell’acqua, stando malissimo per i litri ingeriti; cercai
(senza riuscirci) di infiggermi gli spilli da cucito nelle braccia e le gambe;
mi legai parti del corpo con spaghi che poi stringevo sempre più inserendovi
una biro che ruotavo per tenderli, sino a non riuscire quasi a respirare per
il dolore; una volta arrivai anche a scaldare un’astina di metallo sul
gas, con cui mi bruciai un braccio (ma la brutta bolla che si formò e
rimase per giorni mi dissuase dal rifarlo, più ancora del dolore provato).
Non posso sinceramente dire che facessi questo per masochismo sessuale: benché
fossi ormai una donna niente era più lontano da me del sesso. Tuttavia
provavo in questi tormenti oltre alla sofferenza strane sensazioni di soddisfazione
più che piacere, sentendomi così “a posto”, e mi scuso
se non riesco a essere più chiara.
Questo periodo di sperimentazioni non durò moltissimo a dire la verità.
Anche a scuola Susanna e le altre cominciarono a interessarsi sempre più
ad altri tipi di divertimenti, mentre del resto a casa mia madre aveva sempre
più bisogno di me e i tanti impegni non mi lasciavano nemmeno il tempo
di pensare a certe cose. Mio fratello tornò a vivere al sud da parenti,
per poi iscriversi anni dopo a una scuola militare. La mamma invece dopo due
anni accettò la corte di un negoziante più anziano e solo quanto
lei. Con me fu molto sincera, confessandomi da subito il disagio che provava
per questa nuova relazione ma anche il bisogno di protezione che provava, cosa
che potevo capire perfettamente. Per qualche tempo nel quartiere ebbe la fama
di donnaccia, poi tutto tornò alla normalità anche se io non riuscii
mai veramente ad accogliere quell’uomo come di famiglia.
Devo tuttavia riconoscere che la sua presenza ci permise un tenore di vita migliore,
che fece rifiorire piano piano la mamma. Non era neanche un uomo cattivo: per
farvi un esempio, fu lui dopo avere avuto sentore di come venivo scherzata per
il mio nome a suggerire, molto rispettosamente, a me e mia madre di cominciare
a chiamarmi Maria onde evitare questi piccoli problemi. Così quell’estate
allo stabilimento balneare che ora potevamo permetterci di frequentare diventai
ufficialmente Maria, migliorando un pochettino le mie relazioni sociali.
Forse però non vi interessano molto queste mie piccole cose personali,
che però sono importanti per capire come sono diventata quello che sono.
Me ne scuso, e tralascio allora alcuni anni per arrivare all’iscrizione
all’università, alla facoltà di Lettere. Quell’anno
fu per me un grande cambiamento perché mi portò fuori dal guscio
protettivo delle istituzioni religiose, mettendomi a contatto col mondo vero
e con le differenti persone che vi si possono incontrare. Fu anche l’anno
del mio primo vero innamoramento (storia finita male, come tante) e della mia
entusiastica iniziazione al sesso.
Di questo periodo ho poco da dire: fu come per molte altre ragazzine, con passioni
brucianti e stupide e impegni seri, ma fu soprattutto un periodo necessario
a formarmi e capirmi meglio. Ciò che più vi interesserà
sarà come ho capito meglio il mio masochismo, e questo è avvenuto
gradualmente ma con decisione e senza rimpianti. All’inizio si è
trattato di essere attratta da ragazzi di carattere forte, autoritario, che
in un modo o nell’altro dimostravano di apprezzare la mia remissività
e la mia gioia nell’essere a loro disposizione. Poi gradatamente la cosa
prese un’inclinazione più sessuale, con relazioni in cui potevo
vivere con serenità il mio servilismo anche erotico. Mi resi infatti
conto che non amavo solo essere “maltrattata” a letto, ma che ciò
che mi dava più piacere (anche se non proprio a livello fisico, ma più
mentale) erano le pratiche più degradanti. Per esempio c’era Luca,
che mi mandava in visibilio con la sua passione per “sporcarmi”
del suo sperma il viso, i capelli e i vestiti e per come gli piaceva che gli
leccassi a lungo l’ano.
Marcello invece si eccitava moltissimo facendomi vestire e truccare in maniera
molto volgare (e per lui tornai a essere Moira, naturalmente), portandomi in
giro così, magari con minigonne senza mutandine, e insultandomi molto
pesantemente anche davanti ad altri. Lui mi lasciò poco prima che realizzassimo
un suo desiderio di cui mi parlava da tempo, cioè di prostituirmi per
una intera notte. Ricordo che anche se terrorizzata da questo, io ero pronta
a subire quella prova con grande eccitazione.
Poi, intorno ai 25 anni, conobbi finalmente il vero sadismo. Naturalmente avevo
sentito parlare di sadomasochismo, ma in maniera confusa, che mescolava violenza
e sadismo erotico. Poi conobbi Flavio, che invece queste cose le conosceva bene.
Era molto più grande di me, affascinante per la sua cultura ed eleganza:
un paio di settimane dopo averlo conosciuto ero già nel suo letto. Sulle
prime mi mise alla prova con pratiche “leggere”, come penetrarmi
con le dita o farsi leccare i piedi. Poi, mano a mano che mi conosceva e si
faceva raccontare la mia vita, mi propose senza grandi imbarazzi di partecipare
ai suoi giochi più duri. Cominciammo con semplici sculacciate, per passare
poi alla cinghia e alle mollette sui capezzoli e la vagina. La prima volta che
venni cinghiata, mi sentii come se finalmente la mia mente si liberasse dopo
una vita di costrizioni: anche se avevo le natiche in fiamme, provai una specie
di orgasmo mentale fortissimo, che ho sperimentato ancora solo poche altre volte.
Flavio mi fece sua senza difficoltà. Se qualche volta avevo paura, o
mi spaventavo di me stessa, mi riportava con la dolcezza a essere la sua umile
schiava. Si faceva chiamare “signore”, voleva che gli dessi del
lei e in cambio ricevevo insulti e umiliazioni. Anche lui si faceva lucidare
le scarpe come Susanna tanti anni prima, solo che Flavio pretendeva che lo facessi
con la lingua, degradandomi per lui. La sua fu la prima orina che bevvi, imparando
piano piano a non provare disgusto ma riconoscenza per quel liquido e per avere
l’onore di essere il suo gabinetto.
So che dire queste cose al pubblico di questo sito non dovrebbe sconvolgervi.
A ogni modo, devo dire che allora fui veramente, per la prima volta, felice.
Può sembrare assurdo o malato, tuttavia era vero e questo mi bastava:
tutti mi trovavano più bella, serena e rilassata, così poco importava
quale fosse il mio segreto. Io ero felice così, tornando di corsa dalle
lezioni per rassettare la casa del mio signore, spogliandomi per lui anche se
era al lavoro e non poteva vedermi e studiando in ginocchio come mi aveva ordinato.
Quando lo sentivo sul pianerottolo, col tintinnio delle chiavi che stavano per
aprire la porta, trotterellavo felice come una cagnetta ad accoglierlo baciandogli
le scarpe, spogliandolo amorevolmente e sperando che mi volesse usare per il
suo piacere: sia sessualmente che come semplice poggiapiedi, ventaglio o altro.
Cucinavo per lui ed ero felice se certe volte voleva mangiare da solo e mi scacciava,
perché così potevo dimostrargli la mia remissività. Attendevo
con eccitazione il momento dell’immancabile punizione, sotto i suoi colpi
gridavo di dolore e la mia unica preoccupazione era che lui provasse piacere
nel battermi. Infine mi mettevo al suo servizio sessuale, lasciavo che mi usasse
secondo il suo desiderio, dopodiché se aveva scelto di venire nella mia
vagina o ano gli toglievo devotamente il preservativo e ne succhiavo lo sperma
tenendolo sulla lingua, perché gli piaceva che mi rimanesse il suo sapore
nella bocca fino alla mattina dopo. Vivevo nella sua casa, naturalmente, anche
se non posso dire che vivessimo insieme. Ero sua, e questo mi rendeva felice.
Flavio mi scacciò dopo tre anni e mezzo. Non gli servivano motivazioni
e non me ne diede, anche se sono sicura che aveva trovato qualche ragazza più
giovane di me. Lo supplicai di lasciarmi ancora essere sua, piansi e soffrii
più che per ogni sevizia che mi aveva imposto, ma lui non fece altro
che ridermi in faccia e ordinarmi di non farmi più sentire. Mentirei
se negassi che per questo lo amai e adorai ancora di più. La sua superiorità
era così divina, la sua crudeltà così giusta, che soffrii
atrocemente per la separazione eppure dentro di me fui in qualche indefinibile
modo felice di potere patire anche questa umiliazione.
Gli anni successivi non furono per questo meno duri. Sulle prime cercai, senza
alcun ritegno, di ritrovare i miei vecchi ragazzi più autoritari. Solo
uno accettò di rivedermi, tuttavia non era nulla in confronto al sadismo
di Flavio, mentre io ero ben cosciente di avere ormai un bisogno fisico di quel
tipo di persona.
Poi anche per questo tentai di rifiutare questa parte di me stessa. Frequentai
compagnie “normali”, mi buttai nello studio e nell’impegno
politico, tuttavia la mente tornava, con straziante regolarità, al ricordo
dei lividi e delle umiliazioni. Fu una amica a salvarmi, raccontandomi infuriata
a una cena di come avesse lasciato il suo fidanzato, di cui non sopportava l’atteggiamento
“violento”. Io sulle prime non associai quel termine al sadomasochismo,
ma dopo qualche ora di racconti mi feci un’idea abbastanza precisa di
un uomo autoritario, che riteneva le donne oggetti di piacere... e sadico.
Feci allora una bassezza lontanissima dal mio carattere: chiesi a Chiara di
darmi il suo numero, per permettermi di parlare con lui al fine di cercare di
aggiustare le cose fra loro. Per farla breve lo chiamai, ci conoscemmo e apprezzammo
reciprocamente i nostri caratteri complementari. Lui si chiamava Enrico, e a
differenza di Flavio viveva con difficoltà il suo sadismo, frustrato
da donne come la mia amica Chiara. Tuttavia quando cominciò a esserci
più intimità fra noi ascoltò con grande interesse i miei
racconti sugli anni con Flavio e piano piano mise in pratica molte delle cose
che gli raccontavo. Si appassionò moltissimo al sadomasochismo, cominciando
a comprare e studiare le riviste specializzate e rispondendo agli annunci che
vi venivano pubblicati. Per il suo compleanno mi portò a conoscere una
coppia che aveva conosciuto in questo modo, di Torino, e dopo gli imbarazzi
iniziali fu per me eccitantissimo potere essere frustata davanti a degli sconosciuti,
che a loro volta formavano una coppia in cui lei era sottomessa e masochista.
Alla fine della serata l’altro uomo propose un gioco, e davanti a noi
trapassò un capezzolo della compagna con un ago da siringa. Io rimasi
senza fiato vedendo quella carne così violata, mentre Enrico ne fu solo
molto turbato.
Questo fu il nostro primo disaccordo su questi temi: chiaramente ogni persona
ha il suo grado di sadismo o masochismo, ma nel nostro caso non erano compatibili.
Io volevo di più, soprattutto sul piano psicologico, mentre Enrico stava
invece scivolando gradatamente verso un rapporto più romantico, in cui
certe pratiche venivano vissute con una sorta di svogliatezza.
Incontrammo in compenso altre persone. Alcune erano sinceramente ributtanti
nella loro sporcizia morale, altre più gradevoli, ma solo con una giocammo
insieme. Fu tuttavia una cosa più sessuale che sadomasochista, divertente
come è giusto che sia ma relativamente poco stimolante.
Enrico intratteneva ormai molti rapporti epistolari con altri appassionati di
queste cose, finché un giorno non mi propose di incontrare una nuova
persona. Si trattava di un uomo di Milano con cui si era già visto da
solo, su cui voleva una mia opinione. Si trattava di una situazione strana:
io dovetti andare da sola, con la promessa che non sarebbe stato altro che una
normale cena, dove tuttavia Enrico non avrebbe partecipato.
Oggi non so ancora se, mentre cenavo con Marco, Enrico era altrove con la sua
compagna. L’ho sospettato a lungo e ora non sono più tanto convinta.
Ciò che importa tuttavia è che Marco mi colpì con la sua
personalità, avvenenza, brillantezza, ma più di tutto per la sua
filosofia dei rapporti sadomasochistici, che era del tutto analoga a quella
di Flavio. Marco inoltre mi spaventava e attraeva per alcune sue idee ancora
più estreme, legate all’annullamento della schiava e alla sua passione
per quelli che chiamava “strumenti di tortura”, e che erano in realtà
soprattutto gli attrezzi che si trovano nei sex shop e che molti lettori sicuramente
conosceranno.
Quando tornai a casa, senza aver ricevuto da Marco niente più di un cortesissimo
baciamano, Enrico mi chiese cosa ne pensassi e io sinceramente gli ripetei quello
che ho scritto qui sopra. Poi mi chiese se trovassi Marco più adatto
a me di quanto lui non fosse. Ancora una volta fui sincera, e gli risposi di
sì ma che appartenevo a lui, e non desideravo nulla che lui non desiderasse.
Enrico fu molto dispiaciuto della mia risposta, ma penso che la mia onestà
e la sua generosità abbiano salvato nel migliore dei modi un rapporto
che era comunque destinato a finire. A malincuore, dicendo che per lui era importante
la mia felicità, Enrico mi comunicò che, se lo avessi voluto,
mi avrebbe ceduta a Marco. Ricordo ancora adesso che, la sola idea di essere
ceduta come un oggetto a un uomo di simile superiorità mi fece bagnare
immediatamente fra le gambe. Pochi minuti dopo accettai.
Era tardissimo, ma Enrico fece una telefonata, informando Marco della mia decisione.
Questi mi chiamò a telefono per avere conferma della scelta dalla mia
viva voce, poi mi spiegò che il nostro rapporto sarebbe stato puramente
di dominazione, senza limiti come mi aveva spiegato a cena. Ripensandoci penso
che forse fu da pazza affidarsi così a qualcuno che avevo visto solo
un paio d’ore, eppure eccitata e spaventata accettai. Marco mi disse che
avremmo passato una settimana di prova insieme, dopodiché se gli fossi
andata bene avrei dovuto trasferirmi a casa sua. Dissi di sì. Infine
mi ordinò di spogliarmi completamente, indossare solo un impermeabile
e di aspettarlo. La settimana sarebbe iniziata immediatamente. Poi si fece passare
nuovamente Enrico, mentre io ero scossa da brividi gelati davanti a questo inaspettato
e rapidissimo cambiamento di vita.
Non voglio annoiarvi con dettagli che hanno significato solo per me relativi
a quella settimana. Vi dirò solo che arrivò circa una mezz’ora
dopo, non salì neanche e che quando scesi, subito dopo essere salita
in macchina, come prima cosa mi fece togliere le scarpe, gli orecchini e un
anello, se li fece consegnare e al primo cestino della spazzatura si fermò
a gettarli dentro. Mi disse qualcosa sul fatto che mi aveva ordinato di mettere
solo l’impermeabile, poi guidò in silenzio. Presa l’autostrada
mi fece spogliare, così la mia vita da schiava cominciò infreddolita,
spaventata da quella esibizione e molto sonnolenta per l’orario. Arrivammo
a Milano che ero praticamente addormentata: lui andò a dormire a letto
e io, nuovamente priva di ogni indumento, in uno sgabuzzino vicino all’ingresso.
Crollai nel buio, eccitata come non mai. [...]
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