Nel 2009 avevo appena finito di dichiarare al mondo che non avrei più scritto racconti porno. Quindi logicamente mezz'ora dopo è arrivata la sfida di creare "il racconto più pornografico del mondo" per l'antologia I love porn. Eccolo qui (e senza un paio di refusi rimasti nello stampato) - ma vi consiglio vivamente di leggerlo sul libro, che contiene altre otto storie piuttosto carine.


PER QUANTO LO FARESTI?

Prima di cominciare vorrei che teneste a mente due cose: un nome e un numero. Il nome è Kirk Johnson; il numero è 72,3%, che sarebbe la percentuale di acquisti via Internet legati al sesso, tipo abbonamenti a siti, video, cazzi finti e calchi in silicone degli strumenti di lavoro delle star del porno. Ogni mille euro di transazioni in rete, settecentoventitre vanno via per cose tipo la riproduzione in pelle artificiale virtual touch del torace di Maxi Mounds, detentrice del record mondiale di tette artificiali con una circonferenza di 154 centimetri per 18 chili fra protesi e carne. Fate conto che complessivamente il fatturato mondiale dell’e-commerce è circa 400 miliardi di euro, e questa storia vi sembrerà molto più ragionevole.
       Quando è iniziata avevo un altro nome che conoscete di sicuro, abitavo altrove e tutta la mia vita si poteva ridurre a poche parole: “quarantacinquenne erotomane lavora dieci ore al giorno come online marketing manager per mantenere una ex moglie alcolizzata e la figlia di quindici anni”. Lo so, non è un granché, ma ho smesso da un pezzo di raccontare balle e questa è la pura verità.
Se vi serve qualche altro dettaglio sappiate che non assomiglio per niente agli attori del cinema e che il divorzio è dipeso dall’altro mio vizietto, quello per gli schemi finanziari. Non truffe, per carità: diciamo semplicemente metodi per ottenere un elevato plusvalore su operazioni che comportano alto rischio, basso profilo e zero ore di abbruttimento in ufficio. Tipo le piramidi di Ponzi, che se non sapete cosa sono potete stare tranquilli che non sarò certo io a spiegarvelo. Ma comunque. L’estate di tre anni fa stavo andando alla grande con un bel giro di Aeroplano nella mia speciale variante Twin Towers,in cui metti insieme tre gruppi di polli che finiscono per spennarsi fra loro e darsi la colpa l’un l’altro mentre tu te ne torni a casa con qualche centomila in saccoccia. Operazioni del genere richiedono parecchia concentrazione e riconosco che non stavo coccolando più di tanto la mia signora, ma lei ha esagerato: invece che consolarsi scopandosi il bagnino come fanno tutte le mogli annoiate del mondo ha pensato bene di portarsi a letto un pezzo grosso della tributaria. Risultato: lui ha scoperto tutto, io mi sono beccato un processo per direttissima e quando ho finito di patteggiare avevo due case, una barca e una famiglia in meno. Più gli alimenti da pagare, ovviamente basati sul precedente tenore di vita.
        È così che ero finito a rivendere banner per portali inutili e a inventare siti erotici a ciclo continuo. Avete presente qualche tempo fa, quella toplist tutta centrata su ragazze con l’auto impantanata nel fango? Per sei mesi buoni ha raccolto più di un quarto delle transazioni per abbonamenti online rendendo miliardario uno stronzetto dell’Illinois che è finito su tutti i giornali di finanza. Beh, al suo posto avrei dovuto esserci io: l’idea gliela avevo detta per scherzo a Las Vegas durante una serata di gala per le premiazioni degli Avn Awards, gli oscar della pornografia. Stupido io a non essermi preso sul serio, e bravo lui ad avere avuto l’intuizione di tenere la videocamera concentrata sempre sulle scarpe delle protagoniste. Quei cazzo di ciuccia-alluci dei feticisti del piede ci sono impazziti, a masturbarsi in trepidante attesa della scena in cui le calzature finivano nella pozzanghera e si lerciavano tutte. Io non ci avrei pensato, sinceramente.
        A ogni modo il punto è che alla fine sono sempre le passioni che ti fottono, e mai come te lo aspetteresti. Col mio background, per esempio, sarebbe stato logico che il Gioco l’avessi conosciuto sin dall’inizio, per non dire averlo inventato proprio. Invece niente: la prima volta che ci ho avuto a che fare è stata da sprovveduto completo, in ufficio.
Nel caso facciate parte di quelli con la fantasia che le aziende nel ramo del porno siano come quelle dei film, con le segretarie fighe in reggicalze e almeno due orge al giorno alla macchinetta del caffè e nei magazzini, scordate pure ogni sogno di gloria. Col mio lavoro ne ho girate parecchie, e secondo me c’è il rischio che ci si diverta di più nei call center o fra impresari di pompe funebri. La realtà è fatta di impiegatini parecchio sfigati finiti in quel settore o perché avevano una dipendenza da tette e culi, o perché come me nel mondo del lavoro “serio” non ce li voleva più nessuno.
        È per questo che, un giorno, avevo trovato strane le facce dei miei colleghi. Era il periodo in cui ci disperavamo per il decreto svizzero che di punto in bianco aveva vietato la vendita di video estremi. Nemmeno una settimana prima avevamo invaso “la vicina ed amica Confederazione Elvetica” con la riedizione dell’opera omnia della leggendaria spompinatrice di alani Chessie Moore, e ricordo che stavo dannandomi per trovare il modo di ritirare tutti i Dvd e ridistribuirli in Asia limitando le perdite. Io ero stressato come un cammello, e loro tutti belli paciosi. Verso le quattro avevo tirato su gli occhi dal monitor e c’era – figuratevi che ho ancora in mente persino il nome del coglione – Ambrogio Ghislazzi dell’ufficio grafico che mi fissava come un budda, con un sorrisone paraculo come non glielo avevo mai visto.
        «Embè?» gli faccio io. «Che hai da guardare?»
        «Mica guardavo te: stavo vedendo che ci assomiglia davvero, alla Di Sanza.»
Mi giro a esaminare il poster sulla parete alle mie spalle, che riproduce la copertina di Betty die Schluckweltmeisterin, uno dei video tutti uguali di un nostro fornitore specializzato in bukkake, eiaculazioni multiple in faccia a tizie con un discutibile senso della profilassi. Betty è la loro superstar, non tanto per le centinaia di sborrate che si piglia come tutte le sue colleghe, ma perché nel frattempo ingolla anche litri e litri di pipì. C’è a chi piace, evidentemente. «Sei un fisionomista. Io riesco a malapena a vederla, sotto quella massa bianca.»
        «Appunto.»
        «In che senso “appunto”, scusa?»
        Il sorriso paraculo del grafico si allarga ancora di più. È chiaro che non aspettasse altro. «Ma come» mi fa, «vuoi dire che sei l’unico che non lo sa ancora? Giù nei bagni dell’atrio c’è la segretaria di Poletti che sta facendosi venire addosso da tutto il palazzo. Io sono tornato ora dal mio terzo giro.»
Adesso tralasciamo pure il fatto che alla sua età tre botte in un giorno secondo me non se le faceva più neanche a morire. In ogni caso però la notizia avrebbe incuriosito chiunque, anche uno meno maniaco di me. Il pensiero che potesse trattarsi di uno scherzo deficiente fra colleghi d’ufficio m’è durato meno di un secondo, dopodiché ho detto solo «Ah» e sono andato a controllare.
        Sceso in ingresso c’era un casino tale da far sparire ogni dubbio, e in effetti quando sono riuscito a raggiungere anche io il gabinetto sul fondo la signora Di Sanza – 37 anni portati malissimo e la sensualità di un comodino – assomigliava parecchio al manifesto che vi dicevo, come minimo per capacità adesiva. Se devo confessarla tutta penso che il bello dei film porno sia che non si sentono gli odori: magari qualcuno può trovare eccitante il puzzo vagamente ammoniacale di un paio di secchiate di sperma, ma grazie anche ai gorgoglianti mugolii della tipa dell’ufficio amministrazione la mia unica reazione è stata di nausea. È per quello che mi sono voltato, e nel distogliere lo sguardo ho fatto quello che forse nessun altro – tranne la mia ormai appiccicosa responsabile degli stipendi – aveva fatto in quella toilette: ho alzato la testa. E l’ho vista.
        Attaccata in alto nell’angolo a lato della porta c’era una specie di webcam con un antennino, a riprendere e trasmettere tutta la performance di tiro al bersaglio della collega e dei tanti maschietti che si prestavano inconsapevolmente al gioco. Fossi stato un altro mi sarei incazzato per essere finito senza volere in mezzo a un film porno; considerato però che mi ero limitato a entrare e uscire sono semplicemente tornato alla mia scrivania e mi sono rimesso al computer.
        Dovete sapere che, per quanto possa essere originale commerciare in raccolte fotografiche di fisting, un ufficio come quello in cui lavoravo al tempo è precisamente identico a tutti gli altri. L’attività principale è odiarsi l’uno con l’altro e farsi il fegato marcio per invidie così squallide che a ripensarci mi faccio anche un po’ senso. Dico questo perché forse capirete come mai nel sedermi di nuovo alla tastiera il mio primo pensiero sia stato cercare su quale sito Internet stessero finendo le immagini in diretta dalla nostra toilette. Il concetto era un po’ quello di sputtanare i compagni di lavoro, un po’ quello di registrarmi il video e magari utilizzarlo per arrotondare lo stipendio facendo qualche piccolo ricattino a chi aveva ancora una reputazione da difendere con coniuge e parenti. Ve l’avevo detto che mi piacciono i guadagni facili, no?
        Sia come sia, a furia di cercare sono finito sul sito web del Gioco. A quel tempo era già in giro da quasi un anno e ancora non capisco come avessi fatto a lasciarmelo sfuggire. Viste le statistiche di accesso probabilmente lo conoscete e frequentate già anche voi. Quel che forse vi manca è invece l’apprezzamento professionale che ebbi da subito io per il marketing fantasticamente geniale che si erano inventati. Mi spiego meglio.
        Tanto per cominciare bisogna sapere che dal 2000 circa in poi il filone pornografico che tira di più è l’amateur, cioè le zozzerie fatte da attori non professionisti. Il fatto è che la gente si è stufata delle bambolone di plastica californiane e la Rete ha banalizzato molto il porno patinato, che fra l’altro ormai si trova gratuitamente dappertutto. Per questi motivi il grosso degli affari si basa sul voyeurismo più becero: la casalinga che si tromba il marito con la pancetta, l’universitaria che si paga gli studi facendo la drizzacazzi in tinello, la ricerca della stranezza-shock girata dalla vicina di casa. Fate conto che c’è persino il finto amatoriale, dove pornostar colpite dalla crisi fingono di essere emeriti sconosciuti e i registi mettono apposta l’obbiettivo fuori fuoco o filtrano l’audio per averlo tutto gracchiante e “più realistico”.
        Un altro fenomeno che va alla grande è naturalmente quello dei reality show. Poi i concorsi a premi non passeranno mai di moda, e l’ultimo elemento è il multilevel marketing, che sarebbe la versione commercialmente accettabile del mio giochino dell’Aeroplano e quella roba per cui ogni tanto sembra che tutti quelli che conoscete vogliano a tutti i costi vendervi alghe per dimagrire o case vacanza in posti del cazzo. Il Gioco metteva insieme tutto questo e ancora di più.
        Per farla breve il sito funzionava come un grande torneo. Ogni partecipante aveva il suo bel profilo personale, con una scheda di presentazione e una sezione di foto e video delle sue performance.
        Tu entravi e vedevi tutta questa gente pazzesca: migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo, di tutte le età, di ogni colore e forma che non volevano altro che convincerti a guardare quanto fossero porche. Fin qui non c’era molto di strano: siti come NewbieNudes – maledetto lui e il suo inventore – mettono a disposizione un’infinità di immagini di esibizionisti senza nemmeno farsi pagare, e sono tanto amati dai guardoni quanto odiati da quelli che sulla curiosità morbosa della gente cercano di guadagnarcisi un onesto stipendio, come facevo io. La differenza del Gioco era che lì potevi votare chi volevi, e chi raccoglieva più voti otteneva anche più punti nella graduatoria del torneo. Di conseguenza c’era una lotta aperta per attirare l’attenzione dei segaioli di tutto il pianeta, e già questo era piuttosto divertente.
        Ma diciamo che scelgo la scheda di Tizia Unaqualunque. Nella sua pagina c’è spazio per cinque foto e dieci video, disposti in ordine di porcelleria. Quel che posso vedere gratis sono tre foto e un video, ovviamente quelli meno hard. Voglio vedere di più e votare di più? Non c’è problema: basta pagare, e già qui c’è una pensata niente male. Più si spende e più si vede… e per come vanno queste cose non c’è dubbio che tutti siano invogliati a scegliere l’abbonamento più costoso. E non è tutto: se mi abbono al sito i voti che dò vengono registrati sul mio account. Sembra una cosa da niente, finché non si scopre che c’è una classifica anche per i votanti. Quello che fa più valutazioni vince infatti un premio speciale, ma di questo parliamo dopo.
        Adesso invece vediamo il Gioco dalla parte dei partecipanti. Seguitemi con attenzione, perché merita.
Partiamo dalla cosa più importante: chi vince guadagna cinque milioni di euro. Se a questo punto la vostra attenzione è già andata a farsi benedire e vaga dietro sogni di come cambierebbe la vostra vita con tutti quei soldi a disposizione… vi capisco. Fate pure, prego. Immaginatevi la villa con piscina, la scena di quando mandate a fare in culo consorte e capoufficio prima di salire sulla Ferrari personalizzata e guidare felici verso il sol dell’avvenire; rimuginatevi per bene tutti i viaggi che potreste fare, tutti i bei vestiti, i ristoranti esclusivi. Pensate alle feste in compagnia delle star del cinema, al vostro yacht davanti a un tramonto dei Caraibi e a tutto il resto. Poi, quando avete finito, datevi una svegliata e riprendete a leggere. Grazie.
        Dicevamo che ci sono un sacco di soldi in ballo e naturalmente li volete per voi. Come fare? Semplicissimo: innanzitutto vi iscrivete gratuitamente al Gioco e mandate la vostra prima foto, che in nove casi su dieci sarà un triste ritratto di pallidi genitali. Per il momento non è necessario compilare il profilo, tranquilli. Basta uno pseudonimo, e almeno qui cercate di far lavorare la fantasia.
        A questo punto per procedere vi serve almeno un voto. Un solo misero, pitoccosissimo voto alla vostra fotina. Chiaramente fate quello che fanno tutti: vi votate da soli e in cambio il sistema vi dà l’autorizzazione a pubblicare una seconda foto. C’è solo una clausola, ma è roba da niente. Nel profilo dovete inserire la vostra età, in modo che sia visibile a tutti. No, non barate: il sito è così carino da rammentarvi che se vincerete tutti i dati che avete fornito verranno controllati con i vostri documenti, quindi bisogna essere onesti. Voi ubbidite, fate un nuovo scatto e via. Solo che per proseguire nel gioco e in classifica ora vi servono due voti.
        Due voti. E che saranno mai? Uno ve lo ridate voi stessi, l’altro… beh, qualcuno lo troverete. Dopotutto è per questo che potete scrivere quel che volete sotto la fotografia: frasi lascive, richieste disperate di aiuto, offerte di scambi di voti… tutto. Quindi altro voto, altra foto e altra informazione, che stavolta è la città in cui abitate.
        No problem, anche perché nel frattempo avete trovato la guida che spiega le strategie di gioco e avete capito che sarà il caso di darsi un po’ da fare con l’autoscatto, o magari di essere un po’ creativi nella presentazione. La tattica migliore è cercare di mostrar qualcosa di originale. Non è facile, ma ce la potete fare – un po’ come tutti quegli altri che hanno avuto la stessa brillante idea di cominciare a infilarsi zucchine dappertutto o di decorarsi l’uccello in maniera “simpatica”. Giuro che non avevo mai visto così tanti cazzi con il cravattino e la faccina disegnata sopra con il pennarello. Ma va be’. L’importante è che la foto esca e riceva i voti necessari per avanzare, che stavolta sono quattro. Chiaro, no? A ogni gradino si raddoppia, ma non è un grande ostacolo grazie anche al giro di contatti virtuali che vi siete fatti. Magari ora tutto il mondo può leggere nel profilo la vostra professione, ma va tutto alla grande.
        Questo è il punto in cui sentite di avere capito tutto, e anche quello in cui il Gioco tira la sua prima bacchettata sulle vostre ditina avide. Per pubblicare la prossima immagine bisogna pagare, sorry. Non tanto, tranquilli: solo cinque miserabili euro che, come viene giovialmente spiegato, servono come contributo per le spese di mantenimento dei computer che ospitano il sistema. Un sistema così cortese che si premura anche di offrire qualche consiglio per vincere, come per esempio ricordarsi di mostrare il proprio viso per attrarre più curiosi. Va bene anche un po’ mascherato, non preoccupatevi. E a proposito: avete visto che sorriso entusiasta aveva il vincitore del Gioco del mese scorso? È proprio lì sulla homepage, con il suo assegnone da cinque milioni di euro in mano. No, dico… Cinque milioni. Anche a investirli in fondi a basso rischio sono sufficienti per non doversi preoccupare mai più di niente. Certo quindi che potete versare cinque squallidi euro tramite le comode opzioni di pagamento “disponibili con un semplice clic”. Altroché se potete.
        Ok, la faccio più veloce. Quarta foto: otto voti e la vostra città natale. Quinta: il vostro stato familiare e sedici voti, che si conquistano molto più facilmente se dichiarate di essere single. E poi arriva il momento del video.
        Per fare un video, si sa, serve una telecamera. Ma non una qualunque: qui ci vuole quella ufficiale del Gioco, che come spiega gentilmente il sito stesso genera un codice univoco per garantire che il soggetto ripreso siate proprio voi. E poi è comoda: le caricate la batteria e grazie all’antennino incorporato trasmetterà automaticamente il video al sistema centrale senza che vi dobbiate preoccupare di niente.
Certo, costa cinquanta euro… ma le spese di spedizione – in pacco anonimo, ci mancherebbe, anche a una mailbox o un vecchio fermoposta – sono comprese e in omaggio c’è anche la mascherina ufficiale del Gioco. È praticamente la stessa del costume di Zorro che avevate alle elementari, ma va bene lo stesso. Il punto sono i cinque milioni: li volete o no? E allora fuori la grana. Quando ho scoperto questa pensata l’uomo-marketing in me ha avuto un orgasmo a onda. Geniale, davvero.
        Era un’idea così buona che la sera stessa ne ho parlato persino con Irina, la mia troia lituana di fiducia. Se c’è una cosa buona della globalizzazione è la quantità di puttane ex-sovietiche che ci è sbarcata in casa. Belle come le donne nostre si sognano soltanto, porche all’inverosimile e a volte pure parecchio sveglie, come appunto Irina. Lei aveva questa cosa fantastica di non gradire i preservativi, così faceva un giochino che a me fa veramente impazzire.
        Lasciamo stare la scomodità di essere nella mia macchina, che oltretutto all’epoca era un’utilitaria di seconda mano. Il punto è che lei ti prendeva il cazzo alla base e lo strizzava con dita così forti che Stalin ne sarebbe stato fierissimo; quello si gonfiava che sembrava sul punto di scoppiare, e intanto lei ci lavorava di bocca. Ma mica come le altre, oh no.
        Irina stava un tempo interminabile come a sbocconcellarselo con le labbra. Una leccatina qua, un bacetto là, te lo mordicchiava, ma in gola per davvero non lo prendeva quasi mai. Magari poteva tenerti due minuti con metà cappella accarezzata da quelle sue labbrette morbide e ben truccate, a sentire i brividi dell’aria che espirava dal naso, e poi riprendeva a percorrere con la lingua tutta la lunghezza delle vene che, a quel punto, sembravano serpenti impazziti. Ovvio che quando finalmente lo accoglieva in profondità, fino a sentirle l’ugola con la punta, era un vero paradiso. Si andava avanti a quel modo per un pezzo, e arrivata al punto in cui non riusciva proprio più a trattenerti abbassava la mira, e via con una collana di perle come poche.
        Ecco. Vedete la deformazione professionale? “Collana di perle” è uno di quei termini che usano solo i tredicenni impallinati del porno e quelli come me, che il porno lo facevano di mestiere. Comunque ci siamo capiti: un idrante di sborra che lei riceveva sul decolté con la grazia di una ballerina del Bolscioi, sorridendo sorniona e – mai capito come facesse – senza mai sporcarsi né il reggiseno a balconcino, né i baveri della camicetta aperta per l’occasione.
        Vi chiederete che razza di individuo possa mettersi a parlare di marketing con una ragazza così, ma se lo fate non avete ancora capito quanto intensamente io ami l’arte di separare la gente dai soldi, specie se lo si fa con intelligenza. E comunque la conversazione è avvenuta dopo il lavoretto che vi dicevo.
        «Sei proprio un uomo fantastico» aveva detto Irina intanto che si ripuliva con un kleenex. «Il cazzo di un toro e il cuore di un bambino»
        «Grazie per il complimento, ma che c’entra?»
        «Eh, che c’entra e che c’entra…» aveva risposto lei pronunciando le parole con quell’accento che le faceva suonare come “cientria”. «Tre mesi fa ero arrivata quasi a due milioni di voti, ma come vedi non sono bastati».
        «Dai! E come era il tuo nick
        «See… Stai a vedere che te lo dico… Per vedere certe cose è meglio che tu torni a trovarmi. Ma non in macchina: sai, sono giochi che ci vuole tanto spazio. E denaro».
Se mai ci fosse bisogno di specificarlo, il denaro era proprio quello che mi mancava. Così ho salutato Irina e sono tornato alla mia routine – però il Gioco non sapevo proprio a togliermelo dalla testa.  
        L’altra persona con cui non ero riuscito a trattenermi dal parlarne fu quella che più di ogni altra condivideva con me la passione per il social engineering, cioè le tecniche per ottenere dalla gente ciò che si vuole. Tipo soldi, tanto per dire una cosa a caso. Il suo nome è Susanna, ed è mia figlia.
        Non fate quelle facce, su. Cosa vi credete, che le ragazzine di quindici anni siano tutte caste e pure, capaci di pensare solo ai pelouche, alla scuola e alle mode? Ah! Niente di più sbagliato, credetemi.
Se per caso non vi fidate di me prendete in considerazione questo dato: il 37,3% delle richieste di Viagra e simili che arrivano ai medici sono da parte di ragazzi entro i diciotto anni. Mica per necessità vera, figuriamoci. A spingerli sono le richieste pressanti delle loro partner, che pretendono – è questo il termine usato dal rapporto che ho letto, pretendono – prestazioni analoghe a quelle delle pornostar che vedono nei film. Più duri, più resistenti, più pronti alla replica. E con chi è che scopano i ragazzi minorenni? Ecco.
        Ora. Io non so dirvi se, come e con chi scopi la mia Susanna. A dire la verità credo con nessuno, ma solo perché è un po’ troppo sovrappeso e francamente si concia da far pietà. In compenso è un vero genio con tanto di certificazione del Mensa, il club di quelli con il quoziente intellettivo molto oltre la media. Quando abbiamo fatto insieme il test di ammissione lei è passata subito, io no: diciamo che sono orgoglioso di mia figlia e chiudiamo qui il discorso. Il punto è che per lei più un rompicapo è difficile e più le piace risolverlo, e i miei schemi finanziari la hanno interessata da sempre. Piano piano glieli ho spiegati tutti, così l’allieva ha finito col superare il maestro. Prendete per esempio il gioco del Pedofilo.  
        Quello se l’era inventato nel periodo in cui stavo ancora cercandomi un lavoro dopo la sentenza. Momento duro, sia per me che per lei e quella stronza di sua madre: ogni volta che mi chiamava per uscire insieme, e succedeva spesso, finivamo col parlare delle difficoltà di vivere senza le entrate cui eravamo abituati. Susy è sempre stata molto matura, così chiacchieravamo di tutto come fra adulti e in tante occasioni mi stupiva per quanto fosse più realista e determinata di me nell’affrontare le cose. In un certo senso raccontarle i segreti del mestiere era un po’ il mio modo di ripagarla per il sostegno che mi offriva con la sua solidità. Le spiegavo i meccanismi della programmazione neurolinguistica, le tecniche di ipnosi rapida di Erickson, i paradossi sulla percezione del rischio, la psicologia degli schemi di confidenza – quelli cioè che la stampa scandalistica si ostina a chiamare “stangate”, come nel vecchio film con Paul Newman. Con quelle conoscenze da grande avrebbe avuto una marcia in più, e come minimo non si sarebbe fatta fregare da nessuno.
        Comunque, una volta l’avevo portata da McDonalds’ nella via dello shopping e si discuteva del modo in cui i mass media usano gli archetipi per distrarre il pubblico dai problemi veri. Avevo appena finito di farle notare come ogni volta che le malefatte di qualche governante rischiano di finire sotto i riflettori i giornali sparino invece un argomento a colpo sicuro tipo le mamme omicide o la pedofilia, e ho visto che le si è acceso qualcosa nello sguardo. Poco dopo stavamo risalendo in macchina e lei mi fa «Papà, io vado a fare un attimo una cosa qui dietro l’angolo. Tu esci dal parcheggio e aspettami pronto a partire». Il tempo di fare manovra, e Susy mi si scaraventa sul sedile del passeggero tutta trafelata. «Parti! Parti!» e chi sono io per non ubbidire?
        Vien fuori che la mia dolce piccolina aveva semplicemente beccato il primo cinquantenne solo e sfigato in mezzo alla folla di passanti e sorridendo lo aveva informato che se non le avesse dato cinquant’euro lei si sarebbe slacciata la gonna e avrebbe urlato “aiuto, un pedofilo!” lì davanti a tutti. Neanche a dirlo, piuttosto che farsi linciare quello aveva sganciato subito. Probabilmente avrei dovuto farle una scenata da genitore moralista, ma la verità è che sono scoppiato a ridere e abbiamo continuato a sganasciarci fino quando l’ho riportata da sua madre. Ve l’avevo detto che ho una figlia sveglia, no?
Comunque. Per tornare a noi anche Susanna aveva concordato che il Gioco fosse una pensata eccezionale, benché naturalmente lei lo conoscesse già. Parla che ti parla le avevo persino lasciato un incarico: visto che è piuttosto in gamba pure con i computer, mi avrebbe aiutato a scoprire quale società gestisse quel meccanismo così perfetto.
        Per dirvi come mi aveva preso quel sito, ormai ci passavo quasi ogni momento libero per capire come funzionasse veramente, al di là delle banalità scritte nelle guide online. C’erano davvero delle strategie da seguire? Cosa interessava di più il pubblico? Chi erano i partecipanti? Queste, e cento altre domande simili. E ok, lo ammetto, anche cento pugnette niente male a vedere cosa ci fosse nelle aree per abbonati.
Il brutto della pornografia però è che alla lunga anche le trombate acrobatiche appaiono noiose, quindi io mi andavo a cercare i video più insoliti. Subito prima di scoprire il Gioco per esempio m’era venuta la mania di Suzana Alves, in arte Tiazinha. Fisicamente era un bel tocco di brasiliana come ce ne sono tante, ma il bello è che nel suo paese conduceva un programma per ragazzi vestita come la classica puttanona fetish, con tanto di corsetto, mascherina e frustino in mano. Ovviamente i cameraman facevano a gara a inquadrarle il culo e le cosce inguainate in stivali lucidi tacco 16, e il fatto di vedere certe forme e atteggiamenti in un contesto così assurdo mi titillava molto più di tanta roba distribuita dalla mia azienda. Oppure i porno “storici” giapponesi, con i protagonisti in costume d’epoca e le ragazze vestite da geisha o addirittura da ninja. Regia e riprese favolose, oltretutto.
        Il Gioco invece era un altro genere. Le inquadrature di solito facevano schifo, ma in compenso ci trovavi robe davvero uniche. Una concorrente che mi faceva impazzire era una ragazza libanese di venticinque anni specializzata in lunghezze, nel senso che la sua particolarità era infilarsi aggeggi di gomma che non finivano più. Magari potreste pensare che osservare qualcuno che si piglia ottanta centimetri di cazzo di gomma nel sedere non sia particolarmente eccitante, ma solo perché non avete idea di come lo facesse lei.
        Tanto per cominciare la figliola aveva un’espressione che era tutta un programma: gli occhioni castani passavano dal libidinoso all’innocente in un attimo, ma soprattutto si intuiva che cercavano di comunicare con un regista muto dietro alla webcam. Sarà stato il suo ragazzo? Un’amica? Un pappone che la sfruttava per cercare di conquistare il premio? Sapeste quante idee mi sono fatto… una più perversa dell’altra. In ciascun video quegli occhi sembravano implorare «no, abbi pietà di me, questa cosa non riesco proprio a farla» per perdersi subito dopo in un’estasi lussuriosa; poi il respiro le tornava un po’ più regolare, i mugolii si quietavano, e di nuovo arrivava quell’aria di «lo sai che non ti direi mai di no, ma ti supplico di non costringermi ad andare oltre…» e così via, in un ottovolante di emozioni indescrivibili a parole.
        Poi c’erano le ambientazioni. Lei con un anacronistico completino da zoccoletta new wave (ve li ricordate, negli anni Ottanta?) tutta stretch e microgonna, sdraiata su un letto che quasi non si vedeva da tanti erano i falli artificiali che ci aveva buttato sopra. La ragazza ci si strusciava sopra valutando le dimensioni di questo e di quello, assaggiandone ogni tanto uno con la linguetta rosa chiaro, quasi nuotando fra tutta quella gomma, e quando finalmente ne sceglieva uno – ovviamente il più lungo – l’eccitazione era già a mille.
        Oppure lei con un abito a fiori che avrebbe potuto mettere mia nonna, col trucco sfatto e i capelli sconvolti. Si rannicchia spaventata sullo stesso letto di prima e la ripresa in dettaglio mostra che il vestito è tutto strappato come se l’avessero appena violentata. Da fuori campo il personaggio misterioso le tira addosso un nuovo assurdo cazzo di silicone verdino che ricorda un serpente, e si capisce che le intima di mettersi al lavoro. L’unica voce che si sente però è quella di lei, in un inglese dall’accento atroce, che tenta di rifiutarsi. «Non posso, ti prego… Se vuoi te lo posso leccare, sono brava…» e via di questo tono senza però ottenere nulla. Come finisce lo sapete già.
        O ancora in versione “infermierina”, con il camice e addirittura un cartellone appeso alla parete di fondo su cui sono raffigurati l’apparato digerente e l’intestino. La dottoressa unge bene un nuovo giocattolo lungo quanto un braccio e intanto spiega con aria professionale cosa sta accadendo. «Lo sfintere anale ha una certa capacità di dilatazione ma in caso di nervosismo può contrarsi con spasmi dolorosi, specie in caso di forzature… Il colon sigmoide fa una curva stretta che rende le intrusioni difficili: la punta del fallo preme sugli organi interni provocando una sensazione di invasione profonda alquanto disagevole…» e avanti così in un misto di porno e corso di proctologia che avrebbe mandato via di testa Ballard e Cronenberg. E me, naturalmente.
        Ma torniamo a noi. Seghe a parte, il Gioco lo stavo studiando sul serio e avevo pure cominciato a trovare un buon approccio strategico al vero ostacolo su cui si impantanavano tutti. Mi spiego meglio.
Dopo avere pubblicato il primo video in teoria il meccanismo del torneo rimaneva uguale. Ogni volta ci si doveva esporre un po’ di più con notizie personali, e ogni volta serviva il doppio dei voti per passare. Per cedere al primo aspetto era sufficiente una semplice valutazione: è meglio avere una reputazione integerrima o è meglio avere cinque milioni di euro in banca? Se siete come me sapete benissimo che la vostra moralità vale molto meno di quella cifra.
        Riguardo invece ai voti, a conti fatti per entrare in finale ne servivano almeno 16.384 – che sembrano tanti finché non si pensa a Ron Jeremy. Forse il nome non vi dice niente, ma è sul Guinness dei Primati col record di presenze come protagonista maschile di film a luci rosse. Ne ha girati più di millenovecento, e non grazie al suo pur ragguardevole tarello né tantomeno al resto del suo aspetto, che a me ricorda l’omino dei videogiochi di Super Mario. Crediateci o no, il punto è che è simpatico. Non è uno stronzo palestrato tipo Rocco o un mostro tutto cazzo come quegli scimmioni dei video gay: Ron detto il Riccio è un tipo buffo con cui potresti aver voglia di andare a mangiare una pizza e raccontare barzellette sporche. Quando tromba quelle fighe stratosferiche lo vedi che viene da ridere pure a lui e non sa chi ringraziare per una fortuna tanto assurda, ma intanto ci sguazza proprio come faremmo tutti. Quell’uomo è la prova vivente che per noi maschietti nell’arena del sesso non si vince con i muscoli ma con l’ironia, e se lui ha venduto 250 milioni di video basta non prendersi troppo sul serio per conquistare anche il Gioco. Di conseguenza problemi veri sembra non ce ne siano… ma ricordate che chi ha inventato quel sito è un artista del marketing.
        Se infatti per arrivare in finale è sufficiente pubblicare il decimo filmato, arrivati a quel punto le regole cambiano per tutti. Per chi guarda, che deve pagare un extra per accedere alla sezione in cui si esibiscono i cosiddetti campioni, e per i campioni stessi.
        In quella fascia cominciano le eliminatorie: per ogni torneo entrano circa ventimila partecipanti in grandissima parte di sesso femminile e il sistema li accoppia casualmente. Il miglior video di uno contro il miglior video dell’altro: dopo tre giorni di votazioni resta in gara solo quello che ha riscosso maggior gradimento fra i due. Quella è la fase in cui vi pentite di non essere stati più estremi, più originali o in buona sostanza più furbi, ma ormai è tardi – c’è solo da pregare che alla gente piaccia ciò che avete mostrato. La prima finale che ho seguito è stata più tesa del Mondiale di calcio o delle elezioni americane, tutti i giorni a scrutare numeretti e schermate piene di grafici che mostravano gli sviluppi del torneo. E naturalmente a beccarmi le pubblicità che compaiono su ogni pagina, da cui la società che gestisce il Gioco intasca chissà quanti altri milioni. A ogni modo in capo a un mesetto circa rimangono dieci soli partecipanti e le regole cambiano ancora. Fate attenzione, ok?
        I dieci finalisti hanno la possibilità di mettere sul sito un nuovo filmato. Chiaramente per non annoiare il pubblico votante conviene approfittare dell’occasione e fare fuochi artificiali: molti si rivolgono a case di produzione famose facendosi spennare da pornoregisti senza scrupoli che oltretutto realizzano video banalissimi. Altri per movimentare la scena ingaggiano due o tre supergnocche, ma anche quelli sono soldi buttati. Alla fine il round lo vincono sempre quelli che appaiono più “genuini”, come si diceva prima per la storia degli amateur. Rimangono cinque persone in gara.
        Qui il Gioco si fa davvero perfido, perché il nuovo round ha un tema scelto dagli organizzatori, che cambia di volta in volta ma è sempre piuttosto impegnativo. Gli ultimi che ho visto, tanto per dire, erano Sesso interrazziale ai Caraibi, Ricostruzione storica rinascimentale e Le strade della capitale. Dal punto di vista degli abbonati scoprire cosa si inventano i partecipanti è uno spettacolo. Per questi ultimi credo un po’ meno, considerato che hanno pochissimo tempo per mettere su uno show che ammazzerebbe metà delle troupe professionali che conosco. Se avete letto i giornali sapete di cosa parlo. Come quella tipa irlandese che ha venduto casa, auto e tutto per pagarsi l’affitto di un castello, le attrezzature e i figuranti in costume. Voi lo fareste? Anzi, aspettate che vi rifaccio la domanda: se foste potenzialmente a un passo dal guadagnare cinque milioni di euro lo fareste? Io dopo tre mesi di studio la risposta sinceramente non la sapevo ancora, ma intanto avevo ordinato la mia webcam del Gioco.
        Forse avrei dovuto intuire come sarebbe andata a finire già dal momento in cui il pacco mi venne consegnato fra sorrisi e moine da Cally, misericordioso soprannome di Chianese Calogera, meglio nota con il suo vecchio nome d’arte di Panthera. Sì, proprio quella sulle cui foto ci masturbavamo da ragazzini, ai tempi in cui per certe cose si usavano ancora le riviste porno anziché monitor da ventun pollici. Dopo, mentre noi eravamo impegnati con studi, mutuo e carriera lei si è fatta tutta la parabola classica delle attrici a luci rosse poco furbe. Softcore, porno, lesbo, anal, doppio anal, pissing, gangbang, zoo, scat e oma – che sarebbe poi il genere con le vecchiette in calore. L’unica che le manca è il periodo pregnant, ma solo per un problema ormonale che non le ha mai permesso di rimanere incinta nonostante anni di tentativi con il marito, cioè il titolare dell’azienda per cui lavoravo. Cally era diventata così la nostra centralinista e scatenava l’istinto materno sugli impiegati, specie dopo che il bukkake della Di Sanza aveva floppato e lei si era licenziata per la vergogna lasciando l’ufficio popolato interamente da uomini. Credetemi, non c’è niente di più angosciante di una ex pornostar sessantenne che cerca di circuirti per comparire ancora una volta nuda in video. Con te. Brrr!
        Sarà stato anche per esorcizzare quell’immagine orribile che sono uscito prima dal lavoro e mi sono fiondato all’appartamento di Irina. Fra l’altro dovevo avere proprio un brutto aspetto, perché quella volta invece di farmi impazzire col solito giochino mi ha riservato un indimenticabile chupito carioca con mumbler alla menta.
Intuisco dalle vostre facce che sia meglio un ripasso sul lessico di base. Tanto per cominciare stiamo parlando di pompini, ok? Una roba morbida e rilassante abbandonati sulla poltrona di pelle color senape del suo monolocale, che comincia con quella dea sovietica che ti si inginocchia fra le gambe. Ti coccola l’uccello accarezzandolo con calma, raccogliendo le palle fra le mani chiuse a coppa come per scaldarle e proteggerle da tutte le brutture del mondo. Quando lo prende in bocca, una volta tanto senza alcuna attesa, ti senti già rinato e anche lui rinasce in quel paradiso umido e caldo, impadronendosene un po’ per volta. Lo senti crescere e scivolare sulla lingua, in gola, e quasi verrebbe da chiedersi come cavolo fa a respirare, se appena te ne fregasse qualcosa. Intanto lei persiste, ci lavora bagnandolo di saliva, sembra divorarselo, finché tra un gemito e l’altro arriva un fruscio e c’è una provvidenziale pausa in cui Irina s’infila rapida qualcos’altro fra le labbra e subito riprende pure te. Un paio di andirivieni, poi arrivano praticamente insieme un piacevole pizzicore e il profumo della menta. Dell’eucalipto senza zucchero di una Fisherman’s Friend, a essere precisi, che se non avete mai provato vi siete persi uno dei motivi per cui vale la pena vivere, garantisco.
        È una sensazione fortissima che non dispiace affatto ma allontana un po’ l’urgenza dell’orgasmo, ed è lì che la bionda parte col mumbler - che in buona sostanza vuol dire cantare a bocca piena. Lei è una virtuosa della Marcia dello Schiaccianoci di Čajkovskij, ma qualsiasi brano ha lo stesso effetto di far vibrare tutto di un tremito leggerissimo che però riesce ad arrivarti in tutte le ossa, a trasformarti in un diapason umano. Senti il piacere salire onda dopo onda, concentrarsi sempre di più e prepararsi a vincere la resistenza fresca della menta… ma Irina ha ancora un bel po’ di carte da giocare.
        Tipo infilarti un preservativo, naturalmente con quelle sue labbra fantastiche. Mai capito come faccia a rendere così disinvolto un gesto che io trovo scomodo anche usando le dita, ma è un momento di tensione pazzesca. Da una parte vuol dire che ha deciso di farti venire nella bocca che più desideri al mondo, mentre dall’altra vorresti strangolarla per avere intromesso quella gomma maledetta fra di voi. Magari a qualcuno i goldoni non danno fastidio, però nel mio caso non c’è niente da fare: il cappuccetto smorza molto l’entusiasmo, e infatti lei ha la soluzione anche per questo. Lappate animalesche a tutta lingua per tutta la lunghezza del cazzo, come una cagna; affondi di gola che lasciano senza fiato più te che lei; uggiolii goduriosi da far dannare anche un santo e soprattutto i suoi occhi grigi fissi nei tuoi, brillanti di una libidine che nessuna moglie o compagna avrà mai.
        L’eccitazione torna di nuovo al massimo, l’orgasmo sta per arrivare, ma non è finita. Se siete mai stati a Rio de Janeiro sapete di sicuro che la più grande invenzione di quei posti non è il samba ma il fazzoletto. Di seta liscissima, piccolino e con un angolo annodato – proprio come quello che Irina fa comparire da chissà dove. Ti ci sfiora le palle, ti solletica, poi si succhia maliziosa un mignolo e prende ad accarezzarti anche il buchetto. I culofobi sono pazzi, questo è assodato, ma la reazione istintiva di ogni maschio è comunque preoccuparsi un po’. Tutto calcolato, come sempre. Tu ti tendi da una parte e il piacere viene rimandato di quel tanto che basta perché la troia più esperta che ci sia ti massaggi l’ano con piccoli movimenti circolari, proprio come quelli che sta facendo con la lingua alla base della cappella. Naturale che finisci col rilassarti, e lei ne approfitta per infilarti nel culo quel nodo. Su e giù, come un ottovolante: ogni volta che la penetrazione ti distrae quella si scatena a venerarti il cazzo con la bocca, e ogni volta che stai per venire il suo ditino spinge dentro un altro po’ di fazzoletto. Non so quanto duri la cosa ma vorresti che non finisse mai.
        Chiaro che invece finisce, e in un modo cui le parole non possono rendere giustizia. Quando ormai il pulsare frenetico del cuore ti rimbomba nelle orecchie come una grancassa, quando entrambi sentite che stai per venire con una potenza da quattordicenne, Irina tira l’ultimo lembo di seta e ti sfila il fazzoletto dal culo. L’arte della brava puttana si vede anche da cose come queste, tipo la capacità di calcolare i tempi. Lei è perfetta: il primo schizzo parte esattamente quando il piccolo nodo ti massaggia il culo da dentro, ricomparendo insieme al calore della tua sborra sul suo palato. Sarà una roba di riflesso vagale o qualcosa del genere, credo, ma il risultato è come se qualcuno avesse aperto contemporaneamente le porte del nirvana, il rubinetto delle emozioni e un serbatoio di sperma che chissà dove stava nascosto. Vieni, vieni tantissimo… un flusso incredibile che la ragazza accoglie mugolando, ma è solo un piccolo particolare secondario. Se siete come me a quel punto state infatti piangendo come un agnello: gioia pura, la liberazione da ogni tensione, e chi se ne frega se sembra una figura da scemi. È troppo bello. Punto.
        Peccato che come dicevamo prima le cose belle abbiano la brutta abitudine di finire. Nel mio caso so anche esattamente quando: alle 23.46 del 18 aprile – ammesso che la radiosveglia che tengo in tinello fosse regolata bene. Il fatto è che me ne ero uscito da casa di Irina con la testa ancora leggera; ho riacceso il cellulare e c’era un Sms di Susanna che mi diceva di richiamarla.
        «Ho fatto quelle ricerche che mi hai chiesto, papà» mi ha riferito lei quando le ho telefonato. «L’unica cosa che sono riuscita a scoprire è che il Gioco ha sede legale sull’Isola di Jersey, nel canale della Manica. È un paradiso fiscale dove si fanno un vanto di non rivelare nessun dato sulle aziende del posto, quindi mi sa che più di questo non riuscirò a tirare fuori. Mi spiace.»
        «Sei stata grande lo stesso, Susy, non ti preoccupare. Ma va tutto bene? Hai una voce strana…» Più che strana era afflitta, desolata, e il mio istinto paterno era scattato sull’attenti pronto a proteggere la sua piccolina.
        «Ma no, niente.»
        «Come se non ti conoscessi. Dimmi che succede, su. Problemi con la mamma?»
        «Oh, quelli come al solito» ha cercato di scherzare lei. «No, è che prima c’era un documentario sulle università nel mondo e hanno fatto rivedere Harvard e Cambridge.» I nomi li aveva pronunciati come se fossero stati quelli delle sue rockstar preferite, con un sospiro nostalgico da spezzare il cuore.
        «Facciamo che ti passo a prendere e ti porto a cena dove vuoi tu, così ne parliamo?»
        «Papà, lo sai che parlarne è inutile. Poi stasera la mamma mi vuole far conoscere il suo nuovo tipo, e oltretutto ho un sacco da studiare. Ti chiamo io quando è passata, dai. Ora vado. Ciao.» Susanna ha messo giù così velocemente che non ho fatto nemmeno in tempo a restituirle il saluto, lasciandomi con la certezza che l’avesse fatto per non farmi sentire lo scoppio  di pianto nella sua cameretta. Tutto per colpa mia.
        Ci sono padri che per rendere felici le figlie regalano loro il motorino; altri allevano soubrette addestrate sin da piccole a maritarsi con un industriale o un calciatore; qualcuno progetta per loro carriere nello sport. Io invece per Susy volevo il massimo, così l’avevo convinta a sognare il non plus ultra dei lasciapassare: un dottorato in economia presso gli atenei più prestigiosi. Non voglio dire che tutte le mie imprese finanziarie servissero a pagarle le rette mostruose di quei posti, però un buon dieci per cento finiva sempre nel “suo” fondo studi. Lei in compenso era una studentessa modello, a dodici anni parlava già inglese come una madrelingua e a quattordici faceva faville con la matematica avanzata. Niente poteva distrarla dall’obiettivo di diventare il miglior amministratore delegato al mondo… tranne me.
        Quando sono finito sotto processo le ho cancellato ogni possibilità. Il suo fondo è finito in spese d’avvocati, multe, sanzioni e così via. Gli altri beni sono stati sequestrati e messi all’asta, e il poco rimasto a sua madre sta svanendo giorno dopo giorno in acquisti senza criterio. Non potete capire come mi sento ogni volta che rivedo la delusione sul suo musetto. Almeno mi pigliasse a schiaffi, mi mandasse a fare in culo… Invece guarda il suo papà fallito, tira su un angolo della bocca e parla d’altro. Una pugnalata ogni volta, lo giuro.
        A mezzanotte meno un quarto, rientrando nel mio monolocale di periferia con un kebab in mano e la scatola della webcam sotto braccio, rimuginavo appunto su quanto fosse andata a puttane la mia esistenza. Mi rendo conto che voi sapete già da un pezzo dove sarebbe andata a parare questa storia, ma per me il momento della rivelazione è stato davvero quello.
        Fino alle 23.42 mi ero raccontato che tutto il tempo dedicato a studiare il Gioco fosse una specie di ricerca professionale, per trovare un nuovo datore di lavoro o magari duplicare il loro modello di business. Figuratevi che avevo persino recuperato dalla cantina il set di strumenti elettronici dei tempi dell’Istituto Tecnico, con l’idea di smontare la telecamera e capire se ci fosse qualche punto debole almeno dal lato hardware. Ma a che mi sarebbe servito, poi?
Quel che feci veramente quella sera fu invece lasciare il panino a raffreddarsi e accendere il Pc per stordirmi con le nuove porcherie del Gioco, che per queste cose è meglio dell’eroina. Era giusto la data di una finalissima.
        L’eliminatoria che decide il vincitore fra i due ultimi partecipanti rimasti è un capolavoro di spettacolo e marketing che come al solito gli inventori del sito sfruttano fino in fondo per aumentare il loro fatturato. Nella prova finale i concorrenti vengono portati su set realizzati su misura sfruttando le informazioni che essi stessi hanno fornito durante le selezioni e che vengono confermate intervistando i loro amici e colleghi. Nella miglior tradizione dei reality show il risultato è piuttosto sadico. Quella sera per esempio una finalista soffriva di vertigini e l’avevano mandata a scopare su una mongolfiera col fondo di vetro. L’altra era razzista, così le era toccata una gangbang di africani. Naturalmente per l’occasione il pallone aerostatico era sponsorizzato da una famosa acqua minerale, mentre gli stalloni neri indossavano occhiali da sole di uno stilista australiano. Credo che quei costosi product placement finanziassero quasi per intero il premio in palio, ma se devo essere sincero non mi interessava tanto sapere chi avrebbe vinto. Preferivo curiosare fra le nuove entrate, dove ho scoperto una mia vecchia conoscenza.
        Forse l’avete già vista anche voi. Vi dice niente il nome di Veronica Moser? Io credo di sì, dato che i suoi film vendono da almeno vent’anni una media di quindici copie al giorno. Se facciamo due calcoli si tratta di quasi centodiecimila pezzi solo nel nostro paese, senza contare tutti i video che vengono solo affittati e quelli scaricati da Internet. In altre parole Veronica è una delle più seguite pornostar di tutti i tempi, senza dubbio grazie alla sua insolita specialità che non sto qui ad approfondire. Se davvero siete anime così candide e curiose andate a cercarne il nome sul Web, ma poi non lamentatevi con me.
        Il punto è che ormai avevo l’impressione che al Gioco partecipassero tutti. Stelle in declino, persone comuni, colleghe di lavoro, disperati e professionisti. Quasi tutti quelli che conoscevo erano pronti a dichiarare al mondo i loro dati personali e mostrare di quali oscenità fossero capaci, vincendo persino le loro più grandi paure pur di mettere le mani su quegli incredibili cinque milioni di euro. Cinque, che se ci si ripensa bene è proprio un numero bello grosso.
        Avete presente quel gioco che si faceva da bambini in cui si esploravano i propri valori? Dico quello che fa “tu per quanti soldi faresti la tal cosa?” e poi giù tutti a spergiurare che loro no, non cederebbero mai. Per quanti soldi mangeresti un topo morto? Per quanti soldi ti tufferesti da lassù? Per quanti soldi diresti in faccia al preside che è un finocchio? Per quanti soldi toccheresti una merda? Che poi non ho mai capito perché sia sempre sulla merda che si va a parare, come se fosse il motore del mondo. Ricordo che una volta alle medie mi chiesero se avrei leccato il culo della gelataia per un milione, che però all’epoca era ancora di patetiche lire. La mia risposta fu «ma io mica ce l’ho un milione da darle!» e da quel giorno non mi coinvolsero più in quel gioco, ma forse ero io a essere un po’ strano già allora.
        Beh, comunque il vecchio display a led rossi della radiosveglia lasciatami della nonna, vicino al portatovaglioli di Ikea, scatta su 23.46. Penso a quanto sia squallido il mio lavoro, al bel mondo ormai lontano, alle lacrime di Susanna. Penso che tutto sommato sono anch’io un genio del marketing e un esperto di pornografia, penso che so tutto su come manipolare la mente umana e pilotare il pubblico verso ciò che voglio. Penso che sto invecchiando, che non avrò più tante occasioni. Penso che in realtà non ho più niente da perdere.
        Voi per quanti soldi vi sputtanereste di fronte al mondo intero? Per quanti vendereste gli ultimi amici rimasti? Per quanti rischiereste anche il futuro di vostra figlia? Io per cinque milioni di euro sì. Senz’altro.
        Tredici minuti prima di mezzanotte ho aperto la confezione della webcam del Gioco e mi sono iscritto al sito come concorrente. Se ricordate tutto quel che vi ho detto finora sapete già come ho affrontato la cosa. A partecipare non ero veramente io, ma un mio personaggio studiato a tavolino. Era un tipo improbabile che lavorava nel mondo del porno ed era pronto a rivelarne i retroscena segreti più piccanti; era simpatico, un po’ pasticcione ed era facile identificarsi in lui; finiva sempre in situazioni originalissime che spesso avevano addirittura finali a sorpresa. Ogni aspetto era stato calcolato con l’attenzione che di solito si riserva a una campagna pubblicitaria, compresa la qualità inequivocabilmente amatoriale di foto e riprese. Avevo creato la macchina perfetta per combattere contro i più grandi bastardi che avessi mai visto, sconfiggerli e tornare a casa con il denaro necessario a ricostruire una vita per me e per Susy.
        Lo so che sembro uno sbruffone, ma non è necessario che vi fidiate di me. Tutta la mia produzione, dalla prima foto di presentazione all’ultimo video pubblicato, si trova ancora su mille siti e servizi peer-to-peer. Controllate pure.
        Controllate, e ditemi se non sono stato geniale a entrare nel Gioco completamente vestito ma con il cartellino sulla scrivania e i poster alle pareti che mostravano chiaramente dove lavorassi. Ditemi che quella sequenza di fotografie in cui mi avvicino sempre più alla porta degli “studi di posa” non stuzzica anche la vostra curiosità.
        Poco importa se nella realtà sul mio tavolo non c’era mai stato nessun segnaposto e quell’uscio conducesse solo allo sgabuzzino con la fotocopiatrice: l’importante era creare un’illusione, e a giudicare dalle migliaia di voti che mi sono piovuti subito addosso c’ero riuscito benissimo. Tutti volevano vedere cosa accadesse dietro le quinte di un colosso dell’hardcore – quindi li ho accontentati alla grande. Nei miei video sono stato il primo a farvi vedere Tamara de Lenfucka struccata, sono stato il primo a riprendere dall’alto i capannoni pieni di finte stanzette da liceale in cui lavorano su tre turni le camgirl che credevate tanto spontanee, sono stato il primo a mostrare le confezioni di Muscoril di cui si ingozza Angel Wide per sopravvivere ai suoi pazzeschi video di gaping senza troppe lacerazioni anali.
        Poiché il segreto di ogni fidelizzazione di clienti è la ripetizione mi ero studiato un formato a prova di bomba. Tutti i filmati si aprivano su di me al computer nell’ufficio ormai deserto, vi ricordate? «Ciao, mi chiamo BIIIP!, faccio l’impiegato in un’azienda del porno e oggi voglio mostrarvi un altro segreto del posto in cui lavoro.» Il cicalino che copriva il mio nome lo suonavo io stesso con un pulsante sotto il tavolo, e in capo a un mese “ciao mi chiamo bip” era già diventato un tormentone su tutta Internet.
        Per non alienarmi il pubblico straniero non parlavo mai molto ma facevo partire subito una regia già provata e riprovata nei più piccoli particolari. Mi alzavo, percorrevo qualche corridoio in cui s’intravedevano troiette che si rivestivano per tornare a casa o rafforzavano comunque l’ambientazione, poi arrivava lo scoop. Trenta secondi per dare la notizia, quindi c’era un imprevisto. Una volta aprivo il camerino sbagliato, un’altra facevo crollare qualcosa, o magari rovesciavo maldestramente una tazza di caffè sul vestito di una delle nostre ragazze… ma in ogni caso finivo ad aggrovigliarmi con qualcuna. A seconda della situazione mi è capitato di essere tirato dentro un’orgetta bisex nei bagni, di finire legato da una dominatrice in corsetto e tacchi a spillo, di gestire il provino di una ragazzina sprovveduta che aveva sbagliato orario o di fare da fluffer per un regista trans. «Questo non me l’aspettavo proprio!» diceva il mio secondo tormentone, dopodiché il video si interrompeva lasciando gli spettatori con la voglia di scoprire come sarebbe andata a finire.
        Per saperlo bastava votarmi. Il filmato successivo si apriva con una ripresa del mio monitor di lavoro, su cui scorreva un rapido montaggio della scopata precedente. Si trattava del mio modo di aggirare i limiti tecnici della videocamera e del regolamento del Gioco, che non permettevano di inviare filmati in differita. In compenso questo mi consentiva di non dover sottostare per davvero alle pratiche a me più sgradevoli, che potevo limitarmi a simulare per quei pochi secondi di ripresa necessari.
        Perché inscenare situazioni che non mi piacevano, dite? Beh, c’erano almeno due motivi: accontentare tutte le fasce di pubblico possibili e proteggermi dalle crudeltà della finalissima, se ci fossi mai arrivato. Per intenderci, se l’organizzazione fosse venuta a sapere che a me l’idea di scopare con un uomo fa veramente schifo potete scommettere che mi avrebbero costretto a un rapporto gay. Se avessi confessato che i maniaci del sadomaso li considero una barzelletta è garantito che avrei dovuto prendere gran mazzate da qualche mistress. Mettendo le mani avanti in quel modo, invece, era come se sottoscrivessi una assicurazione sul futuro.
        Quasi tutte le mie partner erano ragazze che giravano davvero attorno all’ufficio. Standiste, interinali col bisogno di arrotondare lo stipendio, escort che avevano lasciato i loro dati sperando di essere convocate per un film a grosso budget e così via. Con Jasmine invece ci siamo conosciuti perché era venuta ad accompagnare un’amica, quella del quarto video.
        La nostra storia è durata solo due mesi ma è valsa una vita intera. Le trombate più belle che abbia mai fatto! Lei diceva che si comportava così per non sfigurare con un attore hard, però io resto dell’idea che fosse semplicemente una depravata senza limiti. Immaginatevi questa ventitreenne creola: corpo perfetto color caffelatte, capelli ricci, occhi chiari e un’allegria che non finisce più. In teoria era venuta in Italia per studiare, eppure non l’ho mai vista pensare ad altro che al sesso. «Mi porti a fare l’amore in treno?»; «Lo sai che vicino al mercato c’è un parcheggio dove potrei fare impazzire di voglia un sacco di guardoni?»; «Oggi sono triste perché ho pensato che non ho mai provato il pissing…»; «Stasera se vuoi chiamo una mia compagna di università e ti facciamo uno spettacolino solo per te.»
        Definirla insaziabile è dire poco, tanto che durante la nostra relazione sono dimagrito di nove chili e ho cominciato ad apprezzare il Viagra. A lei piaceva più di tutto prenderlo dietro, mano compresa. Mi aveva spiegato che più si sentiva sfondare e più ne godeva – e pur di non perdermela ero diventato un esperto di plug, lubrificanti e giocattoli assortiti. Vi assicuro che quando avete quelle tettine di marmo fra le mani, quando c’è la dea delle porcate che ulula di piacere nel vostro letto, condividerla con un vibratore oversize è un prezzo ben piccolo da pagare.
        Ma scusatemi: stavamo parlando d’altro. Dicevo che grazie a tutti i miei trucchetti mi sono trovato a scalare la classifica del Gioco senza particolari problemi. Certo, una volta o due anche io ho avuto paura che qualche altra concorrente avesse la meglio su di me, che restavo comunque uomo e pure un po’ sfatto, tuttavia video dopo video i miei voti aumentavano costantemente. In parte dipendeva dai comunicati stampa che inviavo sotto falso nome. Se per esempio mettevo online un filmato con una scena lesbica, entro ventiquattr’ore tutti i siti, i forum e i blog di lelle ricevevano una mail che descriveva la cosa – eventualmente condannandola come uno sfruttamento della cultura gay, ma l’importante era che se ne parlasse. Quella di autodenunciarmi è stata anzi una delle strategie più efficaci. Senza l’indignazione pilotata ad arte dei quotidiani di destra è probabile che non avrei suscitato la stessa attenzione mediatica.
        Il mio migliore asso nella manica però è stato Cally con la sua voglia irrefrenabile di tornare in scena. Mentre in ditta nessuno se la cagava, io avevo stretto con lei un patto segreto. Se avesse aiutato a realizzare le mie riprese venendo ad aprirmi gli uffici dopo l’orario di uscita e occupandosi della telecamera l’avrei trattata come un grande ospite misterioso, dandole la fama che meritava.
        Dal mio punto di vista è stato un po’ un rischio, perché per sette video sono stato costretto a suggerire ai miei fan che presto avrei rivelato un personaggio eccezionale alla regia e ho finito col creare un’aspettativa fin troppo alta. Quando è stato il momento di girare la webcam e proclamare «sì! Lei è veramente la grande Panthera, indimenticata star assoluta dell’hardcore» e tutte le fregnacce seguenti i voti hanno subito una flessione pericolosissima, ma meno di quanto temessi. Oltretutto Cally si è dimostrata davvero una regista coi controfiocchi, al punto di avere ricevuto delle offerte da parte di diverse case di produzione. Non da quella del marito, naturalmente, che quando ha scoperto cosa avessimo combinato ha licenziato in tronco me e litigato a morte con lei – proprio come avevo previsto dall’inizio.
        Eh sì. Chi vuole giocare a manipolare le persone deve essere sempre una mossa avanti agli altri. È per questo che avevo insistito per girare dieci video in dieci giorni, in modo da avere già tutto il lavoro pronto quando si sarebbe giustamente scatenato l’inferno contro di me, un dipendente che osa sputtanare l’azienda per cui lavora. È chiaro che ho dovuto pagare un po’ di penale, però al tempo stesso ho intascato i soldi della liquidazione, con cui avrei potuto pagarmi la produzione del video finale.
        La povera Panthera invece è venuta a sfogarsi con me per l’ingiustizia di essere sposata con un uomo incapace di riconoscere le sue qualità artistiche. Peccato che dovessi andare a prendere Susanna, così l’ho invitata a continuare la conversazione più tardi a casa mia. «Hai ragione, Cally. Devo confessarti che nemmeno io pensavo che te la cavassi così bene con la telecamera. È proprio vero che ti serviva solo l’occasione per dimostrare le tue capacità» ho concordato intanto che le preparavo una tisana.
        «È quello che ho sempre detto anche io, ma non mi ha mai ascoltato!» si è lamentata lei. Credo che l’irritazione derivasse anche dall’aver capito che non l’avessi fatta salire per portarmela a letto, ma poco importa.
        «Beh, fortuna che mi è venuta l’idea di coinvolgerti, allora. Chi poteva immaginare che un favore fra amici rivelasse un talento così. Tutto sommato ci è andata benone.»
        «Insomma…»
        «Ma dai, guarda il lato positivo,» ho insistito mentre sciacquavo la teiera. «Io ho avuto i miei video, e tu l’occasione che desideravi. Ti ho dato tutto quello che volevi, no?»
        «Sì, è vero ma…»
        L’acqua del rubinetto faceva un gran rumore. «Non ho capito. Puoi ripetere?»
        «Ho detto che è vero.»
        «È vero cosa?» ho chiesto nel liberare la tavola dal Corriere, che avevo comprato nel pomeriggio e nemmeno sfogliato.
        Cally ha scandito le parole come se stesse parlando a uno scemo. «È vero che mi hai dato tutto quello che volevo.»
        «Ah, dici per le riprese dei video del Gioco?»
        «Sì, certo. Per quelle riprese. Non era di questo che parlavamo?»
        È stato lì che ho guardato a lato della fruttiera, verso la spia rossa della videocamera digitale che mi ero fatto prestare da Susy. Quella lucetta accesa da mezz’ora voleva dire che la nostra conversazione era stata perfettamente registrata, fornendomi una dichiarazione autografa con valore legale che la mia regista fosse stata pagata in toto. Cally non avrebbe potuto più pretendere un centesimo in caso di vittoria, e la prima pagina del quotidiano dimostrava che la registrazione fosse avvenuta a prestazione conclusa. «Sì che parlavamo del tuo lavoro per le riprese» le ho sorriso. «Quanti cucchiaini di zucchero vuoi?»
        Il seguito della storia credo che lo ricordiate anche voi. Verso fine giugno avevo totalizzato poco meno di cinque milioni di voti, con cui sono entrato alla grande in finale. Senza più Jasmine a distrarmi, per tutta la sua durata ho passato quattordici ore al giorno su Internet a lanciare comunicati stampa, a pubblicizzare “ciao mi chiamo Bip” da infiniti falsi utenti su tutti i forum e i social network che riuscivo a scovare e naturalmente a seguire gli sviluppi della classifica. Ogni tanto qualcuno mi intervistava sulla fenomenologia dell’esibizionismo, ma soprattutto ho condotto una guerriglia mediatica all’ultimo voto.
        Prendete il caso di Yuki Tanaka, quel gran pezzo di topolina orientale che ha giocato tutta la sua gara sul personaggio della liceale perversa. Con la storia delle dieci bottiglie di latte ha seriamente rischiato di battermi nelle eliminatorie: l’unico motivo per cui non c’è riuscita è stata la pelliccia che indossava nella scena iniziale del suo ultimo video. Grazie al cielo qualcuno ha bombardato le associazioni animaliste di mezzo mondo con una serie di lettere indignate per “l’orribile degenerazione di sfruttare brandelli di animali morti come richiamo pornografico” e ha suscitato una protesta globale, altrimenti in semifinale sarebbe entrata lei al posto mio. 
        Il primo momento di panico vero l’ho avuto piuttosto quando hanno annunciato il tema del video bonus, quello opzionale usato per sfoltire i campioni fino ai due che avrebbero partecipato alla finalissima. “Supertette”.
        Pareva me l’avessero fatto apposta. I tre avversari rimasti erano come al solito bambolone dalla quinta in su: partivo così svantaggiato che sono rimasto una buona mezza giornata seduto sulla tazza del water a fissare stordito le piastrelle color minestrone andato a male. Sono stato persino sul punto di ritirarmi dal Gioco, sapete?
        Non avevo nemmeno una mezza idea su cosa diavolo mettere in scena – o meglio, mi venivano solo idee davvero del cazzo. Per esempio andare nella sede di Mastasia.com con uno spillone e fare scoppiare una dopo l’altra le megaprotesi che fanno indossare alle loro modelle, ispirate a quelle che Zena Fulsom si era fatta realizzare da un esperto di effetti speciali per inventarsi una carriera a luci rosse negli anni ‘80. Fino a notte fonda ho avuto nella testa una vocina che continuava a ripetermi: “non puoi competere con quelle là. Non hai le tette e anche se ti inventassi uno scoop tettoso questa volta il pubblico vuole vedere altro”. Non è un modo di dire, vi assicuro. Dopo ore e ore di “non puoi competere, non puoi competere…” ero così esasperato che sono scoppiato a urlare. «E allora non competerò!» mi sono messo a strillare come un matto. È stato così che, mentre la vecchietta del piano di sopra cercava di bucarmi il soffitto a furia di battere con la scopa, ho capito esattamente cosa avrei dovuto fare.
        Da un certo punto di vista il filmato che ho ideato per quella semifinale è il lavoro di cui sono più orgoglioso fra tutte le pensate di una vita intera. Molti non lo sanno, ma al di là del successo ottenuto nel Gioco ha persino vinto un premio come migliore opera fuori concorso al Festival Internazionale della Pubblicità, e scusate se è poco. A colpire la giuria è stato proprio come fossi riuscito – un po’ di culo, lo ammetto – a trasformare tutti gli svantaggi di una situazione disperata in elementi a mio favore.
        Il segreto è stato rendermi conto che se avessi fatto un semplice clip porno ne sarei uscito malissimo. A parte una concorrente che era corsa a farsi gonfiare i seni da un chirurgo plastico e naturalmente non si era rimessa in tempo per la data di consegna del video, le altre due avevano realizzato dei veri capolavori per tettomani. Io però, in definitiva, non volevo mica fare un clip più bello dei loro. Il mio scopo era raggiungere la finalissima, un obiettivo completamente diverso che richiedeva regole completamente diverse.
        Beh, per farla breve è andata che usando gli indirizzari trafugati dall’ufficio ho chiamato alcune ragazze della scuderia del mio ex-capo, ho affittato una troupe completa, i costumi, fatto il permesso per l’uso del terreno comunale… e ha funzionato. Il mio filmato si ambientava nel paesino italiano più stereotipato che si potesse immaginare: una strada un po’ in salita piena di botteghe aperte sui marciapiedi, una Vespa parcheggiata, persino una orribile tarantella come sottofondo musicale.
        La webcam fa una panoramica sulla piazza della chiesa, in cui stanno giocando a pallone dei bambini. Poi imbocca la salita e percorrendola inquadra uno dopo l’altro i negozi. Il primo è una piccola panetteria in cui una prosperosa bellezza mediterranea sta servendo una pizzetta a un signore; appena quello si volta lei perde il sorriso e guarda un po’ scocciata la vetrina più in su. Qui c’è un’altra bella ragazza con ancora più seno della prima: vende torte fantastiche e ha diversi clienti maschi in coda, ma anche lei appare irritata dal negozio successivo.
        Il terzo è una trattoria così carina che pare uscita da uno spot e che ha tutti i tavoli affollati da uomini di ogni età, grazie sicuramente anche alla maggiorata da urlo che sbuffa sulla porta. Salendo ancora arriviamo a un ristorante a cinque stelle. La chef, che a parte il classico cappello indossa tacchi a spillo e un miniabito che contiene a fatica la sua settima di tette, ha una fila di avventori che occupa persino la strada ma sta piangendo disperata.
        La telecamera continua la sua salita fino trovare una serranda proprio nel momento in cui viene sbattuta giù con violenza e un rumore pazzesco da un donnone di colore. Quando si volta a favore d’obbiettivo, il suo giropetto è di 305 colossali centimetri per 26 chili di poppe. Per venire d’urgenza dagli Stati Uniti si è fatta pagare un botto, ma se non altro mi sono tolto il gusto di vincere anche moralmente facendo comparire Norma Stitz, che è la titolare del record mondiale di seno naturale. La cicciona, dicevamo, alza le braccia come per mandare tutto a quel paese e abbandona il campo.
        In quel momento si comincia a notare che più si sale, più la strada è affollata di belle donne che si agitano e spingono per raggiungerne la cima. Se vedendo quel filmato ve lo siete mai chiesto, sono sessantatre in tutto e procedendo verso l’alto aumenta anche la loro eccitazione. Alcune pregano, altre minacciano il suicidio, le ultime si strappano i vestiti pur di sedurre il tipo che siede tranquillo e sorridente su una panchina.
        Quello ovviamente ero io, in completo color panna, cappello e occhiali da sole studiati per assomigliare un po’ al Mastroianni dei tempi d’oro. La telecamera mi inquadrava, io alzavo un dito e calava immediatamente il silenzio. Poi, calmo calmo, staccavo un acino dal grappolo d’uva che avevo in mano e lo gettavo senza guardare alla folla di femmine affamate. Si sentivano le grida della lotta per conquistare il mio piccolo dono, io abbassavo gli occhiali e guardando in macchina facevo il mio sorrisetto più malandrino. A quel punto l’obbiettivo puntava sulla t-shirt indossata sotto la giacca, con una scritta. “No click, no scoop. You won’t really expect THAT”. Che poi vorrebbe dire: “quello non ve l’aspetterete proprio”, a richiamare il mio slogan. Dissolvenza a nero.
        In realtà è stato un azzardo da fuori di testa. Per quel video ho investito tutto ciò che avevo in banca, e se l’idea della provocazione a sorpresa non avesse funzionato mi sarei trovato a dormire sotto a un ponte in men che non si dica. Non sapevo come avrebbe reagito la gente a un ricatto così esplicito, e anche se fossi arrivato all’ultima prova si trattava ovviamente di un bluff, perché non avevo la più pallida idea di quale scenario si sarebbero inventati gli organizzatori, o di conseguenza quale incredibile pornoscoop inventarmi.
        Quello però era un problema di cui mi sarei occupato dopo. In quei giorni l’unica cosa che m’importava era spingere al massimo sui miei giochini mediatici e seguire febbrilmente gli sviluppi delle votazioni. Per fortuna si è notato fin dall’inizio che la mia proposta fosse stata gradita più o meno quanto quelle delle avversarie. Per una decina di giorni sono rimasto isterico come una prima ballerina mestruata, ma per lo meno ho potuto mettere da parte il pensiero di buttarmi sotto a un treno in caso di fallimento completo.
        Avete presente la sensazione che vi prende quando al giorno della Befana leggono il numero del biglietto vincente della lotteria alla Tv? O quella delle estrazioni del superenalotto, se volate più basso. Per un attimo c’è un fremito nello stomaco, perché si sente che da un momento all’altro potrebbe capitare un miracolo che cambia la vita. Ecco, anche se per me in ogni caso ci sarebbe stato ancora un ulteriore passaggio, io mi sono sentito così per giorni e giorni. E notti. È un’esperienza che non consiglio a nessuno, fidatevi.
        In particolare quel che sconsiglio davvero sono gli ultimi venti minuti, passati con una caraffa di caffè nerissimo a portata di mano e gli occhi appiccicati al monitor per vedere se il vostro numeretto aumenta più veloce dei numeretti delle altre. Cinque secondi di stasi sembrano un anno passato senza respirare, e arrivati alla fine stavo letteramente battendo i denti dall’ansia. Poi, grazie al cielo, c’è stata una rimonta improvvisa. D’un tratto eravamo rimasti solo io e Berglind Helgarson, una ventunenne islandese che mi avrebbe provocato un’erezione immediata – se solo non fosse stata l’ultimo ostacolo fra me e cinque milioni di euro.
        Il telefono ha cominciato a squillare due minuti dopo la conferma di essere stato ammesso alla finalissima. Giornalisti, zoccole di ogni genere che avevano improvvisamente deciso che fossi l’uomo della loro vita, ex fidanzate che erano pentitissime di avere sbagliato a mollarmi… persino la mia strafottuta mogliettina, con cui mi sono tolto per lo meno il gusto di non rispondere neppure. È incredibile come il rischio che abbiano qualche milione in tasca rende d’un tratto gli uomini affascinantissimi. Figuratevi che da quel momento hanno ripreso a cercarmi perfino parenti mai sentiti, presunti amici che erano spariti dalla mia vita al tempo del processo e famigliari che fino alla settimana prima si erano premurati di togliermi il saluto per via della mia condotta vergognosa.
        Già, perché non scordate che arrivato a quel punto avevo dovuto pubblicare sul sito del Gioco tutti i miei dati personali, rinunciando per sempre a ogni forma di privacy. Se digitate l’indirizzo giusto li trovate ancora tutti lì, a testimoniare in eterno chi sono e cosa ho fatto per arraffare un premio da favola. Se già nelle settimane precedenti ero stato perseguitato da sempre più personaggi allucinanti, con l’ingresso in finalissima non avevo più un attimo di pace.
        È stato per questo che ho telefonato a Irina – una delle poche che non s’erano fatte sentire – e le ho proposto di chiuderci insieme in casa sua. Credo sia stato l’unico modo per riuscire a tirare un po’ il fiato, scaricare tutta la tensione accumulata e riorganizzare le idee. Mettendo tutto in conto, ovviamente, ma ve l’ho detto che lei è una professionista seria.
        Fra le cose che ho fatto in quei giorni c’è stato anche prenotare un buon chirurgo estetico. Se oggi ho una faccia un po’ diversa da come mi vedete sul sito è grazie a lui, e continuo a sostenere che sia stata una delle miei migliori spese a credito. Lo giuro, dopo il primo mese e mezzo che sentite ripetervi “ciao, mi chiamo Bip!” da metà delle persone che incontrate per strada la voglia di cambiare aspetto diventa insostenibile. Specie quando l’altra metà di persone invece vi guarda con un misto di disprezzo e calcolo se derubarvi o no.
        Comunque, una intera settimana da Irina. Piuttosto piacevole, se non per il fatto che intanto stavo aspettando la convocazione dei gestori del Gioco su un set dove, anche nella migliore delle ipotesi, me la sarei passata senz’altro brutta.
        Arrivati a questo punto mi sa che devo proprio continuare fino in fondo, vero? Come potete immaginare non mi fa molto piacere, ma sono un tipo che tiene fede alle promesse. L’ultimo atto di questa storia si è svolto al largo del Portogallo, su una bella nave da crociera poche miglia fuori dalle acque territoriali. Un’accortezza legale, diciamo.
        Berglind e io abbiamo saputo quali bastardate avessero pensato per noi solo all’ultimo momento, quindi le espressioni che avete visto in diretta sul Web erano davvero spontanee. Quel mezzo mancamento che ha avuto la principessina dei ghiacci quando le hanno detto che avrebbe dovuto fare un sex show immersa in una vasca di polpi vivi? Tutto vero, anche se non riesco ancora a capacitarmi di come si possa avere addirittura una fobia per quegli animali. Magari così tanti e così grandi possono fare un po’ schifo, d’accordo, ma l’avessero proposto a me per cinque milioni di euro mi sarei volentieri fatto stritolare le palle dalla piovra di Ventimila leghe sotto i mari.
        E poi bisognava essere ben stupidi ad aver dichiarato sulla scheda personale le proprie vere paure: quando l’ho vista impallidire a quel modo mi sono sentito la vittoria in tasca. Io, dopotutto, mi ero già coperto da ogni rischio. Sapevo che ci sarebbe stato qualcosa di sgradevole in arrivo, ma… Cinque. Milioni. Di. Euro.
Sul serio: in quel momento non riuscivo a pensare a niente altro. Men che meno a chi diavolo fosse Kirk Johnson.
        Sì, è quello che vi avevo detto di tenere a mente all’inizio. Se per caso siete fra i pochi che non hanno mai visto i filmati di quella finalissima del Gioco, probabilmente dal nome di battesimo non lo riconoscete. In effetti non lo riconoscereste nemmeno dal viso. Io per esempio quando l’ho visto entrare non mi sono preoccupato più di tanto, ma solo perché l’avevo sempre sentito nominare col suo soprannome da Internet. Goatse.
È stato quando la commentatrice l’ha presentato così che ho capito che c’era qualcosa che non andava, anche se trattandosi di un “vecchio” fenomeno del ’99 ci ho messo un po’ a collegare nome e orrore.
        “Goatse” era il nome di una fotografia agghiacciante, che per un certo periodo veniva inserita a mo’ di scherzo nei luoghi più impensabili del Web. Descriverla a parole non rende l’idea: immaginatevi il primo piano di un culo maschile nudo, con le mani del suo proprietario che vi infilano quattro dita da una parte, quattro dall’altra e lo spalancano come si farebbe con una persiana o gli sportelli dell’armadio in cui tenete i calzini. Il cratere di mucose rossastre che appariva al centro aveva un diametro di dodici centimetri, che tanto per capirci corrispondono alle dimensioni di un piattino da tè. Beh, Johnson era il soggetto della foto. Un tipo magro, capelli cortissimi, palesemente gay anche negli atteggiamenti, con l’aria di quello che è capitato lì per caso. Davanti a me.
        Ricordo che il mio primo pensiero è stato «oh cazzo, sta’ a vedere che invece che quello della gelataia, mi tocca leccare il culo più sfondato del mondo». E già quello sarebbe stato bruttino, ma arrivati lì ero ormai determinato ad accettare ogni vergogna. Poi però hanno portato quella merda di carrello pieno di speculum e dilatatori da sala operatoria, cazzi di gomma enormi e una tanica – no, dico… una tanica! – di lubrificante e mi sono spaventato sul serio. Se quando riguardate il video la scena dopo vi fa tanto ridere, immaginatevi un attimo di esserci voi a sentirvi dire “nei suoi dieci minuti invece il secondo concorrente dovrà battere il record di dilatazione anale di Kirk Johnson!”. Tutti i presenti applaudono felici; voi invece avete davanti quella checca del cazzo e il fottuto carrello. Ora, se state immaginando bene, voglio proprio vedere se al posto mio non sareste svenuti pure voi.
        Facciamo un gioco. Voi per quanti soldi vi fareste squarciare il culo? E se doveste decidere subito, persi in mezzo al mare sotto gli occhi di tutto il mondo che vi guarda in diretta? E se l’alternativa fosse morire di fame, bersagliati dagli insulti di ogni uomo, donna o bambino che incontrerete per strada? E se oltretutto con questo rendeste un’eroina una stronzetta avida che se la fa letteralmente con dei molluschi? Cinque milioni di euro bastano?
        Beh, potete anche non crederci, ma se l’aveste chiesto a me in quel momento vi avrei detto di no. Almeno fino a quando non ho pensato a Susanna, alla vita che in ogni caso le avevo ormai già mandato a puttane e alla possibilità di rimediare almeno in parte a quel casino. «Questo proprio non me l’aspettavo» ho detto senza nemmeno rendermene conto. Poi mi sono calato i pantaloni e sono andato a sdraiarmi sulla poltrona ginecologica che avevano allestito sotto i riflettori.
        Se volete sapere come si fa a sopravvivere a un’esperienza del genere senza neanche le pastiglie rilassamuscoli  di Angel Wide ve lo spiego subito: non si può. Mentre camminavo a cazzo all’aria sul ponte mi sentivo come un samurai, che scende in battaglia considerandosi già morto. A quel punto conta solo raggiungere l’obiettivo ignorando ferite e mutilazioni: il dolore della carne e l’onta della sconfitta non riguardano più te, ma la nuda fisicità di un corpo che non t’appartiene.
        Avviene così che le dita viscide di lubrificante di mr. Goatse ti invadono lo sfintere e fanno un male cane, ma in un certo senso le vivi con distacco. Quello prende un aggeggio d’acciaio lucido fatto per spalancartisi dentro come il becco di un papero, e tu sei lì che pensi «che cielo pulito che c’è oggi. Peccato per questo stronzo di omino che strilla come un porco al macello, però. E che pisellino piccolo, che ha…»
        Davvero. Non è che non si senta il dolore, figuriamoci. Anzi, sei così teso dappertutto che ti accorgi perfino delle cartilagini nelle nocche delle dita che sembrano strapparsi per quanto stringi i bordi della poltroncina. Senti il rumore dei muscoli anali che si stracciano, tale e quale a spaccare in due un’anguria – o forse quelle sono le ossa della pelvi che scrocchiano in posti dove non erano mai state. Il cervello prende nota diligentemente del moccio che ti cola in bocca, del sanguinare di gengive dovuto al digrignamento feroce dei denti, delle urla incontrollabili e del colore stranissimo che ha il liquame di sangue e merda finito su tutta la tolda in legno. Senti benissimo gli odori, fai caso persino a un pelo bianchissimo che deve essere sfuggito al tuo torturatore quando si è fatto la barba quella mattina. Ma in realtà è come se succedesse a un altro.
        Tu, voglio dire il “tu” vero, intanto stai ripetendoti la cifra che ha dominato i tuoi ultimi mesi. Stai rivedendo il musetto di tua figlia; pensando a quella tipa libanese dei cazzi in culo e a come sembrava piacerle; ti ricordi di Jasmine e di quella stronzata che ripeteva sul volersi sentire sfondata; magari segui la traiettoria di un gabbiano che gira sopra la nave. Ma il corpo è di un altro e la cosa peggiore è che dopo, anche quando i due interventi di ricostruzione del colon-retto saranno andati perfettamente a buon fine, resterà per sempre di un altro. Niente più entusiasmi per il sesso, niente piacere in una buona cena di pesce, nessuna opinione sul bisogno di andare a dormire o di vestirsi: sono semplicemente cose che si fanno, ma solo per far contenti gli altri. Ho anche letto le statistiche: da traumi così devastanti si riprende appena una persona su sedici. Non si sopravvive, appunto.
        È per questo che mi avete visto con quell’aria un po’ da martire in estasi e un po’ da tossico perso. Ero semplicemente da un’altra parte, tanto che non mi sono quasi accorto di quando la presentatrice ha annunciato «tredici centimetri! Abbiamo un nuovo vincitore!» e i paramedici sono arrivati di corsa a mettermi i loro tamponi.
A dirla tutta, l’istante in cui mi sono un po’ ripreso è stato nella pausa. Ricordate? «Prima della cerimonia per la nomina del nuovo campione del Gioco, vorrei un minuto della vostra attenzione per un altro importante premio» ha detto la tipa, anche se in effetti lei l’ha detto in inglese. «Come sapete il Gioco premia infatti non solo i suoi migliori partecipanti, ma anche i più grandi fan del nostro meraviglioso sito web! Signore e signori, vi prego di accogliere con un applauso la persona che ha fatto il maggior numero di commenti e di voti durante questo torneo. Anche lui dall’Italia, è l’artista grafico Ambrogio Ghislazzi! Benvenuto!»
        Quello sguardo stravolto che mi si delinea in faccia quando lui entra in scena è un misto di dolore micidiale e di terrore puro. Anche in quelle condizioni avevo troppa esperienza di inghippi per non accorgermi che vedere lì un mio ex collega d’ufficio fosse una coincidenza troppo sospetta. Anni dopo me l’ha confermato pure lui: nonostante avesse assegnato qualche voto, gli era sembrato stranissimo venir nominato maggior cliccatore al mondo. Ma sapete quel che si dice sui cavalli donati, pertanto Ghislazzi se ne è stato ben zitto quando è arrivato il momento di salire sul podio e ricevere il suo assegno da un milione di euro. Per non avere fatto niente riconoscerete che non è mica male – specie dal punto di vista di uno che si è beccato quasi un anno a cagare attraverso un tubo in sacchettini di plastica legati alla propria gamba, e solo perché avevo osato desiderare cinque volte di più.
        Voi però non siete qui per sentire questa storia, lo so. Queste sono informazioni di pubblico dominio, che per mia sfortuna ormai resteranno in circolazione fino alla fine dei tempi. Quel che mi volevate chiedere è la stessa domanda che mi sono sentito ripetere per anni, su cui hanno scritto perfino interi articoli e siti Internet pieni di ipotesi sballate. “Dove era scomparso quest’uomo dopo quella famosa diretta? Perché,” vi state interrogando, “le sue sole parole quando sono tornati a inquadrarlo con l’assegno in mano sono state solo “no! No! Noo!”? Cosa gli era successo?”
Beh, sarò sincero. Non si trattava del dolore al culo, che con tutti gli anestetici che mi ci avevano iniettato i medici ormai non sentivo nemmeno più. Non si è trattato neanche della consapevolezza del fisco pronto a saltarmi addosso non appena avessi rimesso piede a terra con tutti quei soldi. Men che meno si è trattato di una conversione mistica o tutte le altre stronzate che hanno detto in giro.
        Molto più semplicemente, in quei minuti in cui le telecamere erano tutte puntate su Berglind e i suoi moscardini, un assistente di scena si è avvicinato alla mia barella per informarmi che in via del tutto eccezionale il premio me l’avrebbe consegnato la fondatrice del Gioco in persona. Per ragioni di sicurezza non avevano l’autorizzazione a inquadrarla, però avrei avuto l’onore di passare qualche minuto con lei. Ne parlava come di un’imperatrice, una divinità.
Così, mentre voi non guardavate, dalle mie spalle attraverso l’ovatta della morfina che entrava in circolo ho sentito una voce sottile, in italiano.
        «Complimenti per la vincita» ha detto con un po’ troppa ironia. «E grazie. Non me la sarei davvero mai aspettata, ma questa è la più grande vittoria anche per me.» Vi sembrerò stupido, ma nella condizione in cui ero non l’avevo mica riconosciuta. «Era da tanto che sognavo di vederti così. Questo è esattamente ciò che ti meriti per quel che mi hai fatto, per ogni speranza frantumata, per tutte le umiliazioni che ho dovuto sopportare per colpa tua. Finalmente credo che tu ti senta come mi sono sentita io ogni dannato giorno da sei anni in qua.» È stato allora che è entrata nel mio campo visivo e ho associato la voce alla persona. Ricordo che l’istinto è stato di alzarmi e strangolarla, ma con tutta la droga che avevo in corpo sono riuscito a malapena a sollevare un po’ una mano. D’altra parte sarei dovuto arrivarci prima ad accorgermi che solo un simile genio della manipolazione e del marketing avrebbe potuto inventare un capolavoro come il Gioco. Uno migliore anche di me, capace di starmi sempre un passo avanti. «Adesso prenditi i soldi a cui tenevi tanto e sorridi per gli sponsor, se no ti applichiamo una penale del venti per cento» mi ha ordinato sbattendomi in grembo la gigantografia su polistirolo dell’assegno. «Poi vai a fare in culo e non farti mai più rivedere… papino.»
        È per questo che mi avete visto ripetere “no”. In effetti, è stata l’unica parola che sono riuscito a pronunciare per i quasi tredici mesi successivi. A volte mi chiedo cosa debba essere stato per Irina, che mi è venuta a prendere in porto e m’ha infilato subito sullo yacht di un suo amico di Mosca che non voglio nemmeno sapere che mestiere faccia. La mia puttana preferita mi ha sbarcato nel Principato di Monaco per salvarmi dalle tasse, e io le ho detto solo “no”. Mi ha comprato una villa con giardino a Les Révoires e io ho detto no; persino nella sala dei matrimoni del municipio ho annuito con la testa ma la bocca ha detto no – fortuna che, anche a giudicare dalle sue risate, il giudice di pace aveva ben chiara la mia situazione.
        La povera Irina si è beccata un milione di no ciascuna volta che mi ha dato da mangiare, che mi ha lavato o mi ha cambiato le medicazioni. Pensate che le ho detto no anche ogni volta che mi faceva uno di quei suoi meravigliosi pompini, ormai senza più preservativo. Le ho detto di no quando ha preso a vivere con noi Yuki, che si è rivelata una camerierina molto, molto, molto ubbidiente e fra l’altro adesso di bottiglie di latte è arrivata a usarne undici. Se però c’è una bella caratteristica delle figlie della Madre Russia è che sono testarde come degli aratri: lei ha ignorato ogni no ed è andata avanti per la sua strada.
        Il miracolo è avvenuto un pomeriggio di luglio scorso. Ero come al solito in giardino, sdraiato a fianco della piscina. La piccola Yuki mi stava strofinando la sua bella fighetta made in Japan sulla faccia, mentre mia moglie si occupava con gran foga di svuotarmi le palle nel modo che ama di più. Sarà stato per abitudine, credo, ma a un certo punto sento spingere qualcosa di tessuto contro il mio buco di culo restaurato di fresco. Non è stata una cosa drammatica come si poteva immaginare: ho solo spostato un po’ la nostra schiavetta e ho detto «No, guarda. Quello è meglio lasciarlo stare.» Una persona su sedici, dicevamo, no?
Per la sorpresa a Irina è andato tutto di traverso, così è finita che dopo avere ripreso a parlare ho ricominciato pure subito a ridere di gusto. Se aveste ancora tre milioni e mezzo di euro più interessi in banca ridereste anche voi, credetemi.
        E quella stronzetta presuntuosa della mia cara figliola deve solo aspettare. Vedrà che bella sorpresa le sto organizzando…

Nota: il protagonista per fortuna è frutto di fantasia e il Gioco non esiste (ma c’è di peggio: mai visti i video ceki di Pain Factory?). Tutti i dati forniti nel racconto, invece, sono assolutamente veri.

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