Ho ritrovato questo racconto per caso: giuro che non ricordavo di averlo mai scritto, anche se la parternità è evidente. Suppongo sia stato ispirato dalle illustrazioni di Farrel.

VALERIA E IL DOTTORE

Dal diario della schiava Valeria:

14 Aprile 1995.

Questa mattina la Padrona si è svegliata molto presto, e decisamente di buon umore. Ero ancora addormentata sotto il suo letto, ovviamente, ma anche il mio risveglio è stato migliore del solito.
Ho aperto gli occhi per gli strattoni del guinzaglio: benché non mi sia precipitata a leccare i piedi della mia proprietaria come è mio compito, non ha mostrato di essersi arrabbiata particolarmente. Senza disturbare il Padrone, mi ha trascinato direttamente verso il suo sesso meraviglioso e si è fatta leccare subito, godendomi in bocca dopo poche lappate.

L'ho ripulita minuziosamente con la lingua, poi mi ha indicato con un gesto di inginocchiarmi sul pavimento, dal lato del Padrone. La Padrona si è infilata sotto le lenzuola, e mi ha sostituito nel mio compito mattutino di svegliarlo con un servizio orale. Alla fine della fellatio, la Padrona ha invitato poi il Padrone a servirsi della mia bocca per scaricare la pipì accumulata durante la notte: come mi accade da qualche giorno, sono riuscita a bere tutto senza difficoltà nonostante il sapore molto forte, e ho svolto bene il mio ruolo di latrina anche quando la Padrona ha voluto defecarmi in gola subito dopo.

Mentre lasciava scivolare le sue divine feci nel mio corpo indegno, la Padrona sottolineava la mia sottomissione al marito, che si godeva la scena ancora steso a letto: "Vedi com'è brava? Mangia tutto senza fiatare, la nostra schiavetta. Guarda, ormai ci ha preso gusto a essere il nostro cesso!". Io naturalmente ero molto orgogliosa del complimento, ma non capivo il motivo di tanto entusiasmo. Poi, quando la Padrona ha finito i suoi bisogni e mi ha spedita a preparare la colazione, ho ascoltato senza volere un indizio: "Va bene, portala da Dupont per la cura," diceva il Padrone.

Mentre cucinavo rapidamente, passavo in rassegna tutte le "cure" possibili. Non avevo mai sentito nominare questo Dupont, e fantasticare sulle mie sorti mi eccitava e spaventava al tempo stesso. A un certo punto, mentre tornavo in camera da letto sculettando sui miei tacchi a spillo e con il vassoio in mano, ho sentito addirittura gelarmi lo stomaco nel riconoscere lo sguardo crudele del Padrone - quello stesso che aveva preceduto l'apposizione degli anelli alle labbra della mia figa o la visita a quella coppia di depravati in Liguria, che mi avevano convinta a suon di scudisciate a spompinare tutti i loro cani.

Il resto della mattina è passato come al solito, almeno fino a quando la Padrona non si è presentata in salotto dove stavo spolverando e mi ha ordinato di indossare un cappotto per uscire. Mentre scendevamo in garage, la paura è aumentata: conosco bene la passione per l'abbigliamento della Padrona, e non era mai capitato che mi facesse uscire con un vestito così... "domestico" come quello da cameriera-puttana che avevo in quel momento. Era un segno di fretta e distrazione che mi faceva immaginare che avesse la mente da tutt'altra parte; magari a quello che mi sarebbe capitato di lì a poco.

Il viaggio è stato breve, e la Padrona non ha mai pronunciato una parola. Siamo entrate a parcheggiare nel cortile interno di una villa del centro, e siamo salite sui nostri soliti tacchi vertiginosi al primo piano del palazzo, dove ci ha ricevute una giovane ragazza con un completino da sexy-infermiera. Si trattava in pratica di un camice bianco molto corto, che arrivava appena sotto le natiche; lì partivano due gambe piuttosto belle inguainate in calze bianche, che sparivano in scarpe dello stesso colore e del modello che anch'io indossavo, con tacco altissimo e sottile, bloccate alla caviglia da un laccetto chiuso con un piccolo lucchetto dorato.
La cosa più incredibile della donna, che doveva avere circa 25 anni, non era però il suo abbigliamento feticistico ma il suo petto, che sbucava attraverso una notevole scollatura e costituiva uno spettacolo davvero unico. Le sue tette erano infatti enormi, come ne avevo viste solo ogni tanto in certe foto di riviste erotiche: avevano un diametro grottesco, di una ventina di centimetri, e rendevano la ragazza una sorta di versione tridimensionale di certi fumetti pornografici di bassa lega.

"Buongiorno, Signora," ci ha accolto rivolgendosi alla Padrona, "la aspettavamo più tardi, ma visto che è già qui il dottore la riceverà immediatamente, non appena avrà finito con la paziente. Se intanto desidera accomodarsi....". Con le ultime parole la ragazza ci aveva accompagnato verso una saletta d'aspetto, in cui erano già sedute alcune persone. Osservandole ho cominciato a capire dove fossi finita. Vicino alla porta era seduta una donna sui quarant'anni, che non si era nemmeno tolta l'impermeabile e leggeva tranquillamente una copia di <<O>>, la rivista internazionale di feticismo. Su un divanetto a due posti era invece rilassato un uomo anziano e molto ben vestito, con baffi e capelli grigi: inginocchiata al suo fianco nuda e con la testa bassa c'era evidentemente la sua schiava, che portava sul pube depilato il tatuaggio di un marchio di appartenenza. Di fronte a loro, su un divano identico, una giovane donna stava invece piangendo sommessamente fra le braccia del suo compagno: "No, ti supplico... Farò qualsiasi cosa..." singhiozzava, "Così è abbastanza...". Nonostante la sincera disperazione della donna, l'altro sfoggiava un ghigno soddisfatto, godendo evidentemente della sua stessa crudeltà.

Oltre a un'evidente appartenenza al mondo del sadomasochismo, la cosa che accomunava tutti i presenti - o meglio, le donne presenti - erano le dimensioni fuori dalla norma delle loro mammelle. Quelle più piccole erano simili a quelle dell'infermiera, mentre quelle della schiava nuda, che era evidentemente la più partecipe della sua sottomissione, avevano la misura di piccole angurie, e le pendevano turgide dal petto innaturalmente gonfie e rigogliose, con i capezzoli eretti e le areole larghe come piattini da caffé. Le fotografie alle pareti confermavano la mia intuizione: ritraevano in sequenza le fasi della crescita dei seni di una bionda dai bellissimi occhi verdi. Nella prima le tette erano del tutto normali, se non addirittura un po' piccole; nell'arco di una dozzina di foto aumentavano però sino a divenire più grandi della sua testa, a superare il diametro di palloni da calcio, e alla fine assumere misure assurde. Le foto erano riprese di tre/quarti, e nell'ultima i seni erano tanto grandi da coprire le braccia della donna da subito sotto alla spalla a oltre il gomito. Nell'ultima fotografia comparivano inoltre due anelli che trapassavano il capezzolo, e che per avere una proporzione adatta avevano lo spessore di un dito indice.

Eravamo appena entrate, però, che il mio sbigottimento ha lasciato il posto alla paura. Improvvisamente mi sono resa infatti conto che se ero stata portata lì... il mio destino... era di diventare come loro! Ci eravamo appena accomodate (la Padrona su una poltrona, e io accucciata davanti a lei a sostenerle i piedi con la schiena) quando l’infermiera è entrata a chiamarci, facendomi tremare di paura.
La Padrona mi ha trascinato per un polso in uno studio adiacente, e nel farlo abbiamo incrociato una donna che mi ha spaventata ancora di più, ma mi ha anche fatta eccitare tantissimo. Era una signora di circa trentacinque anni, vestita in maniera molto dimessa, con i capelli raccolti in una crocchia. Stava indossando lentamente un vecchio cappotto per uscire in strada, e aveva come tutte le altre due tette enormi, che dovevano evidentemente dolerle molto. Il suo viso era stravolto per il dolore, paonazzo e rigato di lacrime, e piangeva senza ritegno. Qualcosa in lei mi fece pensare che doveva essere stata sottomessa contro la sua volontà, e che ancora dopo molto tempo provasse molta vergogna del suo ruolo di schiava.

Non feci in tempo a guardarla bene, purtroppo, perché venni spinta rudemente nello studio di Dupont. La Padrona mi ha fatto mettere in ginocchio in un angolo, mentre il “medico” la accoglieva con un sorriso viscido. Era un uomo sulla cinquantina, calvo, robusto, con un leggero accento francese. Non saprei definire gli sguardi che mi mandava da sopra i suoi occhiali rettangolari se non come “da vecchio porco” - e dire che ne doveva vedere di puttanelle come me!
In quel momento ero tanto spaventata che non ho nemmeno ascoltato cosa si dicessero, e quando mi sono avvicinata alla Padrona devo avere ubbidito a un suo ordine in maniera del tutto automatica. Mi ha fatto togliere la parte superiore della mia uniforme da camerierina, e mettere con le braccia conserte dietro la schiena, mentre Dupont mi scrutava libidinoso. Con le mani fredde, l’uomo ha poi cominciato a palparmi le tette: prima in maniera leggera, poi soppesandole, e infine manipolandole in maniera dolorosa. “Sono abbastanza sode,” ha commentato schiacciandomi le mammelle fra i palmi delle mani: “buona attaccatura,” diceva, e intanto mi stirava i seni con forza. Alla fine dell’esame ha affondato le dita nella carne con una forza inaspettata, facendo scorrere le ghiandole e i tessuti fra i polpastrelli come se si fosse trattato di un rosario. Io mi sono morsa le labbra per non urlare, ma ho iniziato a piangere e singhiozzare.

“Allora?” ha chiesto innervosita la Padrona, dopo un minuto abbondante di strizzamenti. “Sì, certo, si può procedere. Che cosa aveva in mente, di preciso?” Avevo le tette che ancora mi pulsavano di dolore quando Dupont ha preso una scheda e ha iniziato a prendere appunti: “Voglio il massimo del trattamento, e il più in fretta possibile,” ha sogghignato la Padrona, osservando le mie reazioni terrorizzate. Il medico la ha interrotta: “Lei sa, naturalmente, che ci sono dei rischi...”. “Ha mai perso una paziente?” lo ha schernito la Padrona, gelandomi ancor più il sangue. “No, ma...” “Allora procediamo.” “Per i risultati che desidera, la cosa migliore è usare il trattamento intensivo, ma la devo avvertire che è più doloroso...” ha spiegato Dupont. “Ottimo. Questa troia incapace ha bisogno di soffrire il più possibile,” ha sorriso perfidamente la Padrona, “La prego anzi di farle più male che può”.

Non capivo più niente per la paura, ma quel dialogo mi ha inondato la figa di piacere, soprattutto quando Dupont ha messo giù la siringa che stava prendendo da un tavolino e ne ha estratta un’altra, più grande ma soprattutto con un ago molto più spesso. “In questo caso...” ha commentato, e ha preparato la siringa con un liquido giallastro, “forse è meglio legarla” ha concluso, indicando un lettino con dei lacci.
La Padrona non se l’è fatto ripetere due volte, e mi ha immobilizzata in men che non si dica sul letto. Poi Dupont ha iniziato.

Il trattamento consiste in una serie di iniezioni nella profondità delle mammelle. La prima è stata forse la meno terribile, dal lato esterno della tetta sinistra verso il centro. L’ago mi ha strappato la carne sensibile penetrando per tutta la sua lunghezza, e facendomi urlare come un’ossessa. L’iniezione vera e propria è stata tremenda, rapida e dolorosissima. All’improvviso mi sono sentita come se mi avessero infilato una palla di acciaio rovente nel seno, e per un attimo ho sentito quasi di svenire. Non ho nemmeno urlato, perché la sofferenza mi aveva tolto il fiato, e ho solo ansimato come un’asmatica.

Da quel momento in poi mi sono state fatte altre undici iniezioni, forse ancora più dolorose della prima perché le mammelle erano già in fiamme. Ogni tetta ha subito quattro punture, una da ciascun lato, più altre due proprio al centro: la prima, più vicina al petto, e un’altra per cui l’ago mi è stato infilato proprio attraverso il capezzolo. Non so dire se si sia trattata della tortura più intensa che abbia mai subito: forse la sofferenza è stata un po’ peggio quella volta che il Padrone mi ha fatto aprire il culo dai suoi amici americani, che mi hanno rivoltata per più di ventiquattro ore filate a suon di fist fucking profondi, clisteri e dilatatori grandi come pali, ma si trattava di un tipo di dolore diverso.

Dupont ha lavorato rapidamente, e la seduta è durata meno di mezz’ora, ma alla fine, quando sono stata slegata, mi sembrava di essere rimasta sotto i suoi ferri per un’eternità. Stravolta e piangente, sono rimasta a singhiozzare sommessamente sul lettino, priva di forze come un sacco vuoto. Mentre cercavo di farmi forza, con la gola che bruciava da quanto la avevo sforzata con le urla, ho visto la Padrona firmare un assegno per Dupont e stringergli la mano. “Allora, per la prossima seduta ci vediamo tra una settimana,” ha sorriso, e, se possibile, nel sentire quelle parole mi sono messa a piangere ancora più caldamente.

Con la sprezzante incuranza tipica dei suoi modi regali, la Padrona mi ha poi sollevato strattonandomi un polso, e mi sono resa conta di quanto mi facessero ancora male le tette. Il dolore sordo che mi comprimeva il petto si è tramutato per quel movimento brusco in una fitta fulminante, e mentre obbedivo agli ordini e mi rivestivo mi sono accorta che ogni tensione della pelle produceva una sensazione simile a quella delle scudisciate, distruggendomi.

Anche adesso, dopo un’intera giornata in cui i seni non mi sono quasi stati toccati, ho le mammelle doloranti e mi sembra quasi di sentire il liquido di Dupont fare il suo lavoro, attaccando la carne e facendola gonfiare di secondo in secondo. Per tutto il giorno, mentre svolgevo i miei compiti di sguattera lavando i pavimenti, ho ripensato alle parole della Padrona mentre tornavamo in auto, e ogni piccola buca mi colpiva come una frustata sulle tette ipersensibili. “Questo trattamento durerà almeno un anno, Valeria,” mi ha spiegato, “e ti farà diventare una schiava ancora migliore. Era da tempo che desideravamo avere una tettona al nostro servizio, ma non potevamo farti fare una plastica perché le protesi non avrebbero sopportato certi trattamenti. Il metodo di Dupont è stata una bella scoperta, e sono sicura che alla prossima seduta vorrà partecipare anche il tuo Padrone”. La Padrona ha sorriso, perfida: “Alla fine avrai due tette tanto grosse da non potere nemmeno farti vedere in pubblico: basterà un’occhiata per capire che razza di troia sei, buona solo per essere usata per godere”.

So che ha ragione. Tra pochi mesi sarò un mostro del sesso, una parodia di donna prigioniera del mio stesso corpo. Non oso neanche immaginare quali trattamenti abbiano in mente i Padroni per le mie nuove tette, e la sola idea di dover tornare da Dupont mi spaventa da morire. Però, nello scrivere questi ricordi, mi sono bagnata tutta e sono eccitatissima di essere così troia, così in balia dei miei Padroni. Se mi fosse permesso, mi masturberei.

Valeria

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