LO ZEN E L'ARTE DEL BDSM
Slavecraft |
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Una sana abitudine della
comunità Bdsm statunitense che purtroppo non ha attecchito nel nostro
paese è distinguere nettamente fra sottomessi (sub) e schiavi.
I primi si incontrano piuttosto spesso: sono quelle persone che amano abbandonarsi
alla volontà del partner, subire ciò che questo progetta per loro
e mettersi a sua disposizione per la durata dell’incontro.
Gli schiavi – e le schiave, naturalmente - sono una razza molto più
rara. Per loro sottomettersi occasionalmente non basta: desiderano appartenere
a qualcuno e vivere per servirlo. La disponibilità sessuale, le punizioni
e il resto sono solo aspetti secondari di una relazione molto più profonda,
cui dedicano ogni momento libero da impegni inevitabili – tipo il lavoro,
dormire e mangiare. Vivere il Bdsm in questo modo non è un gioco, ma
una scelta di vita che pretende grandissimo impegno ma offre emozioni senza
pari.
Slavecraft, che
tradotto letteralmente significa “l’arte di essere schiavi”,
è l’opera di uno schiavo così convinto da avere rinunciato
persino al suo stesso nome. L’autore ha scelto di esistere solo come proprietà
di Guy Baldwin, e per diventare un oggetto di cui
lui potesse andare fiero ha seguito un lungo percorso che non avrà mai
fine.
Non di addestramento, però. Come spiega in questo libro, l’idea
che la schiavitù possa essere imposta dall’esterno è un
mito pericoloso: il Padrone può guidare e plasmare, ma per farlo ha bisogno
di una disponibilità assoluta che deve nascere spontaneamente nello schiavo
stesso. Anzi, deve essere coltivata giorno per giorno, con la stessa dedizione
di un monaco che si impegna ad annullarsi come individuo per servire meglio
l’ordine cui appartiene, o di un militare che sceglie consapevolmente
di divenire non più un essere umano, ma un anonimo elemento della macchina-esercito,
presente solo per ubbidire.
Slavecraft è
il racconto traboccante di sincerità del percorso intrapreso dall’autore
– una sorta di breviario per chi volesse seguirne le orme approfittando
dell’esperienza di chi “c’è già passato”.
Non si tratta di una lettura particolarmente eccitante: l’impressione
è infatti di trovarsi di fronte all’opera di uno di quei maestri
zen che passano una vita in meditazione per poi descrivere con una semplicità
disarmante la via della perfezione. È illuminante, strano e fa provare
grande rispetto per chi ha scelto una strada tanto coerente.
Sfortunatamente, proprio come quei testi lascia a volte perplessi. Chiunque
sia “a grateful slave” sarà davvero un modello di vita o
si è fottuto il cervello strada facendo? Le sparate new age che compaiono
ogni tanto sono intuizioni geniali o il frutto di una mente (auto)plagiata?
Il dubbio è sorto anche ai curatori del libro, che nelle numerose prefazioni
e postfazioni tendono a distanziarsi un po’ dalle opinioni dell’autore.
Leggendo i loro interventi, tuttavia, la cosa che più salta all’occhio
è la differenza di stile con lo schiavo: tanto lui è limpido e
sereno, tanto loro (compresi alcuni mostri
sacri del Bdsm) appaiono impacciati e a disagio.
Slavecraft ha il pregio di non lasciare indifferenti. Che lo si legga con ammirazione o con compassione, il personaggio che vi viene descritto incarna quello stile di vita che moltissimi appassionati di Bdsm possono solo immaginare nei loro sogni. In un mondo pieno zeppo di sub, incontrare anche solo tramite un libro un vero schiavo è un’esperienza unica e sorprendente. Perdersela è davvero un peccato.
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