#Quellavoltache magari possiamo cambiare le cose

MeToo

Le guerre non sono mai divertenti. Per nessuno: nemmeno per chi alla fine in qualche modo le vince – figuriamoci per quelli che hanno la sfortuna di ritrovarsi presi in mezzo, fra i proiettili di un esercito e le cariche dell’altro.
Da un po’ di tempo però è proprio così che mi sento. Protetto – ma mica troppo – in una trincea sempre più fragile, col bisogno di fare qualcosa ma la certezza che basti sporgere un po’ la testa per rimanere falciato. E intanto la guerra continua, ogni giorno più feroce. Logico quindi che venga il momento di prendere il coraggio a due mani, mettersi l’incoscienza in tasca e tentare il tutto per tutto. Oggi si parla di cose più serie del solito, tipo gender gap e violenza di genere.

Salvo che siate asceti arroccati in qualche eremo – nel qual caso state visitando il sito sbagliato – dovreste esservi accorti che recentemente le tensioni che sobbollivano da tempo riguardo le questioni di genere sono esplose arrivando finalmente in cronaca e sotto i riflettori. Il casus belli è stato, come spesso capita, un evento tutto sommato minore. Il 5 ottobre sul New York Times è uscita un’inchiesta che, grazie anche alle testimonianze di alcune attrici famose, ha denunciato decenni di molestie e abusi compiuti dal produttore cinematografico Harvey Weinstein nei confronti di innumerevoli donne. Nel mondo del cinema il concetto di casting couchcioè del far carriera in cambio di favori sessuali – è un segreto di Pulcinella fin dai tempi di Charlie Chaplin, eppure il caso ha assunto subito dimensioni impressionanti portando al rapido licenziamento di Weinstein nonostante i suoi tentativi di insabbiare tutto. A fare la differenza hanno contribuito sia l’accanimento dei media che le dichiarazioni di un numero sempre crescente di star che, seguendo l’esempio delle prime, hanno raccontato di avere subito comportamenti simili.

La vicenda si sarebbe però fermata sulle pagine scandalistiche se il fenomeno non avesse travalicato i confini di Hollywood, ispirando le denunce di innumerevoli donne comuni. Spronato dall’attrice Alyssa Milano, oltre mezzo milione di persone ha dichiarato online di avere subito molestie usando l’hashtag #metoo (lett. ‘pure io’) in meno di 24 ore. Iniziative analoghe sono quindi spuntate in tutto il mondo, dimostrando l’universalità del problema: il tag italiano, per esempio, è #quellavoltache, e al momento di scrivere è stato usato 23.000 volte solo su Twitter. Qualunque sia la nazione, i numeri non smettono di salire.

Anche senza tenere conto di tutti i casi non dichiarati è evidente che la situazione sia orribile – soprattutto perché rappresenta solo una piccola parte delle discriminazioni e delle violenze cui viene esposta chi nasce femmina. In questo periodo sto lavorando a un libro sull’educazione alla sessualità, e le ricerche mi hanno messo di fronte alla vita francamente spaventosa che attende una bambina italiana media. Ecco in anteprima un estratto dalle pagine in cui ho raccolto i dati salienti:

  • Poiché solo il 15% delle scuole nel mondo ha un programma di educazione alla sessualità, e in Italia pressoché nessun genitore parla realisticamente di sesso e affettività con i figli, la sua unica formazione deriverà dalla pornografia

  • La prima esposizione a immagini porno avverrà fra i 9 e gli 11 anni online, probabilmente su smartphone

  • Il primo messaggio diretto specificamente a lei con contenuti sessuali espliciti arriverà a 12 anni. Col tempo arriverà a considerarlo normale, perché nel 7,1% dei casi la cosa si evolverà in vero e proprio stalking prima che compia 17 anni e peggiorerà ancora crescendo, dato che queste persecuzioni colpiscono ben il 16,1% delle donne

  • Il primo rapporto sessuale completo avverrà attorno ai 15 anni con un ragazzo di tre o quattro anni più grande. Poiché entrambi non avranno ricevuto alcuna formazione realistica a riguardo, più che dimostrarsi affetto lo vivranno come una performance atletica e di “superamento dei limiti”, proprio come nei video porno di cui saranno ormai esperti

  • L’ignoranza le creerà più problemi di quanto si possa immaginare. È infatti probabile – nel 56% dei casi, a voler essere precisi – che non si faccia un’idea chiara di come siano fatti e funzionino i suoi stessi genitali, nemmeno in età adulta. Anche per questo è facile che finisca col pensare, come 6,6 sue connazionali su 10, che durante i rapporti sessuali sia normale provare dolore

  • È praticamente certo (91% delle donne) che nessuno si preoccuperà di fornirle sufficienti informazioni sulla contraccezione. Non c’è quindi da stupirsi se una sua esperienza sessuale su cinque avverrà senza anticoncezionali. Addirittura, nell’85% dei casi non userà alcuna protezione da potenziali malattie a trasmissione sessuale (Fonte: Eurisko)

  • Anche nella migliore delle ipotesi, se a un certo punto vorrà avere figli la attendono una possibilità su cinque di subire violenze e maltrattamenti perfino durante il parto

  • Essere femmina la esporrà inoltre al rischio costante di subire molestie o vera e propria violenza sessuale. Le probabilità sono del 10,6% prima dei 16 anni, dopodiché aumentano al 27%. Nel corso della vita avrà un 21% di probabilità di essere costretta a compiere atti sessuali contro la sua volontà, nel 62,7% dei casi per mano del partner o di un ex, che il 40% delle volte le causerà ferite

  • Nel malaugurato caso in cui dovesse ricadere nelle percentuali sopra indicate, purtroppo sarà così spaventata e sfiduciata da denunciare la cosa solo nel 7% dei casi, rendendo molto difficile misurare e contrastare le violenze

Potrei continuare a snocciolare numeri, ma già questi bastano per comprendere come eventi del genere non potranno che segnarla psicologicamente, provocando danni anche seri alla sua autostima e a come si percepirà sia nel corpo che nel valore come persona. La sua identità sessuale ne verrà talmente traumatizzata da divenire per lei più un problema che un piacere, esponendola fra l’altro a una pericolosa vulnerabilità affettiva.
E non è finita qui perché, oltre a essere tormentata dalle difficoltà personali, la sua vita soffrirà di riflesso pure una brutta serie di pericoli sociali: sessismo, violenza di genere, malattie a trasmissione sessuale, discriminazioni affettive e altro ancora. Anche qui la radice comune sta nella mancanza collettiva di un’educazione alla sessualità, il cui costo per gli individui e la comunità è incalcolabile. Vi cito solo tre dati:

  • Essere nata femmina ha cominciato a darle svantaggi sociali fin dal primo giorno di scuola, dove la metà delle studentesse è vittima di bullismo che nel 9,1% dei casi si ripete con cadenza settimanale

  • Finiti gli studi le cose peggioreranno. L’italiana media guadagnerà infatti appena il 51% di un suo coetaneo maschio, e avrà solo il 27% di possibilità di raggiungere un ruolo di potere economico o politico. (Fonte: World Economic Forum)

I tanti riferimenti alla sessualità che avete appena letto dipendono dall’impostazione del libro che sto scrivendo, ma il concetto di fondo è che anche nel 2017 e in un paese del Primo Mondo come l’Italia nascere femmina sia un forte handicap sociale, semplicemente perché è la società stessa a descrivere la femminilità come un mistero e le donne come individui di serie B.
Ma mettiamo da parte le statistiche e concentriamoci piuttosto su quel vorticoso giramento di scatole che avete provato leggendole, senza che sia nemmeno stato tirato in ballo il discorso sul “femminicidio” o altre simili mostruosità. Quell’esasperazione è la stessa che ha fatto decollare gli hashtag e scrivere un’infinità di articoli di analisi, denuncia e incitamento a cambiare le cose. Tutti, guarda caso, scritti da donne.

Eh già, perché da parte maschile le reazioni mediatiche più frequenti si possono riassumere con «vabbe’, ma non fate scenate isteriche»; «se è sempre andata così conviene farsene una ragione»; «mi spiace, ma adesso ho cose più importanti di cui occuparmi» e il sempreverde «dai, che lo sapete che in fondo è colpa vostra». Naturalmente non mancano gli uomini che abbiano espresso pensieri più illuminati (o almeno non così stupidi)… però per tanti motivi legati soprattutto al funzionamento della macchina dell’informazione appaiono una netta minoranza. Così irrilevante, a dirla tutta, da essere già da anni una vera e propria barzelletta sotto forma del tormentone ‘not all men’ – che grossomodo significa ‘è inutile che vi chiamiate fuori, perché tanto tutti gli altri si comportano comunque in modi inaccettabili’.

Stando così le cose, è comprensibile allora che si stia assistendo a un ritorno del femminismo radicale di cinquant’anni fa, quello che sosteneva che l’impostazione patriarcale della società non si possa cambiare se non attraverso lo scontro fra i generi. Dopotutto, se il potere è in mano a porci ipocriti senza interesse ad aprire un dialogo che metterebbe a repentaglio i loro privilegi, come altro li si può convincere a cederne una parte per arrivare a una vera eguaglianza fra i sessi? Grazie al cielo oggi i toni sono generalmente più civili e razionali di quelli delle veterofemministe di quand’ero bambino, ma in tanti articoli e materiale in Rete è difficile non notare una velata chiamata alle armi.

oppressione femminile

“Ogni oppressione crea uno stato di guerra”

In un certo senso stupirebbe il contrario: oltre al “vecchio” caso del Gamergate, nel frattempo sono spuntate vicende di molestie nel settore della cultura digitale e perfino durante i vertici del Parlamento Europeo, dimostrando l’esistenza di un fenomeno pervasivo, presente in ogni ambiente e a ogni livello. Più le denunce aumentano, più l’atmosfera si fa bellicosa. Perfino un giornale inappuntabile come il Guardian ha pubblicato una “guida a come trattare meglio le donne” che si trattiene a stento dal mandare affanculo tutti i lettori maschi, mentre certe aree dei social network si stanno comportando secondo il solito copione ultrapopulista, e sguazzano nel fomentare la voglia di conflitto. E qui cominciano i guai – anzitutto per me.

Il fatto è che vorrei permettermi di dire la mia, ma in questo clima culturale essere nato portatore sano di pisello mi mette automaticamente dalla parte del torto per molte signore già – giustamente, lo ripeto – coi nervi a fior di pelle. Il mio peccato originale ha un nome: mansplaining. Questo neologismo inglese indica l’atteggiamento supponente di quegli uomini che pretendono di spiegare il mondo a donne che spesso ne sanno più di loro. E con che coraggio allora posso aspettarmi di essere ascoltato su una questione come questa?
A complicare le cose c’è il fatto che pratico BDSM e addirittura ne ho fatto il fulcro del mio lavoro. Se, come spesso capita, l’unica idea che ne ha l’interlocutore deriva da Cinquanta sfumature o peggio, anche se avessi la saggezza di Mosè verrei comunque bollato come “porco, deviato e magari violento”. Non proprio la posizione ideale per dialogare alla pari.
Sono troppo prevenuto? Forse. Può darsi che in realtà la conversazione sulle prevaricazioni di genere non sia così tossica e feroce quanto la percepisco; niente esclude che l’aggressività delle opinioniste sia solo una mia esagerazione; è possibilissimo che i pregiudizi che temo derivino solo da proiezioni che nulla hanno a che fare con la vera apertura mentale delle donne cui desidero rivolgermi. A dire la verità, lo spero. Ma tanta ansia evidenzia un aspetto sostanziale del discorso.

Quel che mi preoccupa, signore, è che questo momento senza precedenti di denuncia e di attenzione su un problema gravissimo vada sprecato o addirittura si ritorca contro il legittimo desiderio di una vera eguaglianza di generi. Per mandare tutto in vacca è sufficiente continuare l’attuale escalation di toni e cedere alla tentazione di ridurre tutto a uno stupido ‘donne contro uomini’. In fondo, non c’è nulla di più facile che generalizzare – soprattutto in questa epoca di comunicazione avvilita quasi sempre a tifoseria.

Fidatevi della stretta allo stomaco che sta sentendo il mio cromosoma Y… Se questa sensazione di dovermi mettere sulla difensiva la sto vivendo io, che l’eguaglianza la insegno tutti i giorni e su questi temi ho la coscienza pulita, là fuori ci sono un sacco di ometti che guardano ai vostri hashtag come al presagio dell’armageddon. E no, non è una cosa fica; non è una giusta vendetta, ma solo un gran pericolo.
Dal loro punto di vista questa campagna di visibilità che cresce ogni giorno fino a non poter essere più ignorata equivale a una minaccia gravissima. Di perdere privilegi; di non potere più disporre di metà della popolazione mondiale; di dover mettere in discussione interi pilastri su cui si fondano la loro identità e i rapporti con i loro simili; di venire costretti a cambiare linguaggio; di rischiare punizioni per comportamenti che considerano“normali”; di farsi imporre responsabilità che hanno sempre ignorato… la lista potrebbe andare avanti a lungo, ma credo ci siamo capiti. Naturalmente non c’è una cabala segreta del Grande Complotto Patriarcale (o meglio: c’è, ma solo in covi di estremisti tipo talibani e preti cattolici). Non c’è neanche l’intenzione consapevole di opprimere le donne, ma solo la paura fottuta di dover rinunciare alla supremazia e al controllo nei rapporti fra i sessi, che in questi tempi di incertezze erano rimasti l’unica area in cui sentirsi almeno un po’ al sicuro. La maggior parte di loro non ha nemmeno razionalizzato cosa stia accadendo, ma istintivamente sta preparandosi a fare ciò che gli viene meglio: combattere l’avversario e sconfiggerlo. Basta solo avere la scusa della provocazione “giusta”.

Perché è chiaro. Esclusa qualche fronda di berluscon-trumpisti, chi mai si azzarderebbe ad ammettere: «io le donne le preferisco zitte, in cucina e a star dietro ai miei figli, o tirate a lucido per divertirmici senza tante rotture di palle quando mi va»? Ma se per caso fossero le femmine stesse a dichiarare guerra… beh, difendersi è lecito, no?
E le difese sappiamo benissimo come sono fatte. La violenza la usano solo i più ignoranti. Gli altri si affidano alla ridicolizzazione delle accuse, al rovesciamento della colpa, alla resistenza istituzionalizzata alle istanze, alle menzogne insegnate come verità, agli abusi legalizzati, alla strumentalizzazione della religione, all’oggettificazione metodica che viene tanto interiorizzata da creare aberrazioni quali il fenomeno delle mamme pancine. Tutti strumenti saldamente in mano alla fazione maschile, che possono diventare cento volte più opprimenti in un batter d’occhio e per vincere una guerra sono più che sufficienti.

Evitare la rissa tuttavia non vuol dire rassegnarsi a subire. Semplicemente, significa spostare lo scontro su altri terreni – magari facendoci anche una miglior figura. Perché, lasciatevelo dire, in tutta questa storia c’è un aspetto che fa proprio cascare le braccia.
Più la protesta va avanti, più si polarizza, più le vittime assomigliano ai persecutori. Nella fattispecie, ciò che vedo è che salvo rarissime note a pie’ di pagina gli argomenti sono estremamente autoreferenziali: ‘i diritti delle donne’, ‘il rispetto per le donne’, ‘la dignità delle donne’ e così via. Che è giustissimo, per carità – però dimentica per strada tutti gli altri. Dove sono finiti la dignità e il rispetto per tutte quelle categorie vittimizzate che vediamo ogni giorno nei notiziari e attorno a noi?
Lo so che l’intenzione non è difendere solo il proprio proverbiale orticello fregandosene di minorenni, immigrati, minoranze, trans, precari e così via. Ma più urlate forte la parola ‘donna’, più il resto del mondo capisce ‘solo la donna’ e più quel patriarcato che volete cancellare vi inquadra nei suoi mirini, pronto a colpire. È un istinto naturale: quando metti un animale all’angolo, la paura lo rende iperaggressivo e lo fa appigliare a qualsiasi opportunità pur di tornare al sicuro.

insieme

Concedetemi allora di fare una modesta proposta. Anche se è difficile, spostate l’obiettivo di questo conflitto. Non invocate i diritti, la dignità, il rispetto delle donne… ma di tutti. Cosa c’è di strano, in fondo?
Facciamo un esempio pratico. Perfino il politicante ultraconservatore di turno, quello capace di trovare mille giustificazioni per le discriminazioni di genere «perché i rapporti fra i sessi sono sempre stati così» non avrebbe alcuna possibilità di ribattere alla richiesta di leggi severe contro le molestie di tutti. Magari potrebbe negare che le donne vengano molestate, ma ve lo immaginate a dichiarare che si oppone a una legislazione che protegga gli uomini dagli abusi sessuali? E voilà: approvata una norma universale, a beneficiarne sono quelle che ne avevano più bisogno fin dall’inizio.
Se serve una dimostrazione, basta pensare al precedente storico delle famigerate “dimissioni in bianco” obbligatorie che venivano usate per licenziare ingiustamente le dipendenti in gravidanza. Decenni di proteste e proposte non hanno ottenuto nulla – finché non è stata proposta una legge per regolamentare le dimissioni di qualsiasi lavoratore che impedisse tramite una banalità formale questa forma di ricatto, risolvendo finalmente la questione. Ingiusto, senza dubbio ma comunque efficace.

Se si vuole cambiare una narrativa bisogna avere la prontezza di spirito di essere le prime a uscirne. Non solo nel considerarsi parte di “tutti” anziché vedersi come una specifica categoria genetica, ma anche nelle forme della protesta. Non «noi contro loro» ma «tutti insieme»; non con il linguaggio francamente ridicolo dell’attivismo duro e puro (sapevate che si dovrebbe dire LGBTQQIP2SAA?) ma usando parole semplici; non con impalpabili like sui social network ma con un lavoro concreto e metodico a livello istituzionale. E, soprattutto, non oggi.

Ferme! Prima di indignarvi per l’ultima frase lasciatemi chiarire. Non sto suggerendo di rimandare la rivoluzione, ma di farla bene. Il fatto è che, nell’irruenza del momento, qui si è scambiato il sintomo per la malattia: come dicevo nell’estratto all’inizio dell’articolo tutti gli abusi, le molestie e le discriminazioni non sono infatti il problema in sé, ma l’espressione di un dogma di fondo molto più grande.
E allora certo, si potrebbe scatenare la guerra dei sessi. Abbiamo visto che le donne probabilmente ne uscirebbero sconfitte e messe ancor peggio di quanto stiano ora, ma con un volo di fantasia si può pure immaginare il contrario e che domani scatti improvvisamente una ginarchia illuminata di perfetta uguaglianza. Che però durerebbe appena pochi anni, perché la mal-educazione e il conflitto di fondo resterebbero in agguato, pronti ad avvelenare le generazioni future. Oppure si può affrontare il problema alla radice e toglierlo da torno una volta per tutte.   

evolvere l'eguaglianza

Se con la repressione non si ottiene nulla e, come dice il proverbio, le cose fatte in fretta non durano nel tempo, l’unica soluzione a mio avviso davvero efficace sta nell’educazione – e ne abbiamo le prove perché anche la situazione attuale è frutto di una specifica educazione, per quanto pessima. I problemi che vengono denunciati in questo periodo derivano tutti dal fatto che, da secoli, il tabù sulla sessualità impedisce un’educazione non solo su come funzioni il corpo femminile – etichettando così la donna come una creatura inconoscibile – ma anche sull’affettività e i rapporti fra i generi. Come ci si può aspettare una società equa se fin da piccoli sia maschi che femmine vengono abituati a una retorica di preda e predatore, di conquista e possesso anziché di sereno rapporto fra esseri umani?
L’alternativa è allora cambiare educazione: non potendoci fidare dell’intelligenza dei genitori che ormai hanno interiorizzato un modo di ragionare obsoleto, dobbiamo far sì che siano le scuole a insegnare ai nostri figli che – proprio come si diceva poco fa – ogni persona ha gli stessi diritti delle altre, indipendentemente dal suo sesso, genere, colore, etnia, abilità ed età. Non è un concetto difficile, non è strano ed è pure eminentemente cristiano per la buona pace dei fondamentalisti religiosi. Guarda caso, è oltretutto esattamente ciò che è previsto si faccia per legge in tutta Europa… se solo non dovessimo sottostare alle isterie in malafede di chi si arricchisce paventando la terribile “minaccia gender”.

C’è tuttavia un lato sgradevole della medaglia: perché questo piano funzioni è necessario ragionare a lungo termine. Prima bisognerà infatti far recepire le direttive europee alle istituzioni e formare gli educatori stessi; poi ci saranno almeno due generazioni di bambini che verranno educati all’eguaglianza, ma si dovranno scontrare con famiglie e con una società che ancora ragiona in termini di “sesso debole”; poi si dovrà fare i conti con il retaggio culturale del passato e con i suoi inevitabili restauratori… e solo allora, finalmente, potremo goderci una nazione e un mondo in cui tutti abbiano gli stessi diritti e ‘#quellavoltache’ verrà guardato con lo stesso orrore con cui vediamo oggi la tratta degli schiavi, il colonialismo o i lager.

È un percorso purtroppo lungo, che in nessuna sua fase prevede guerre fra sessi o vuote petizioni online. Le denunce e le campagne sono il carburante necessario per sensibilizzare la società e non devono fermarsi, ma il vero lavoro è un altro e sta appena cominciando. Si spezza il cuore a dirlo, ma dubito che ne vedremo i risultati. Però oggi si può scegliere che cosa fare: abbandonarsi alla rabbia e a un conflitto inutile, oppure riconoscere il problema, tirarsi su le maniche e – tutti insieme – cominciare a cambiare il mondo in modo efficace. Per noi, certo, ma soprattutto per chi verrà dopo.

E questo è quanto. Ora prenderò un bel respiro profondo, cliccherò il tasto ‘Pubblica’ e sarò fuori dalla trincea, sperando di schivare le inevitabili bombe di questa guerra assurda. Dovessi cadere, dite alle mie donne che le ho amate tanto, tutte.

Line
  • Maura Laurenti

    Trovo assolutamente valido l’invito a tenere presente che ogni lotta per un diritto vale se diventa parte di una lotta “per i diritti”, perché appunto di un aspetto dei diritti civili della persona qui si sta parlando. Quindi è giusto battersi per una giustizia ed equità di trattamento che riguardi tutti. Va cambiata la mentalità che giustifica gli abusi da parte di chi detiene un potere (anche solo contrattuale) verso chi ne ha uno minore. E una mentalità del genere o cambia verso tutti o non cambia verso nessuno, vede solo inversioni di ruolo vittima/carnefice. Secondo me un comportamento del genere non andrebbe vissuto e affrontato con meno indignazione se ad essere molestato fosse un uomo ad opera di una donna (e alcuni casi del genere esistono, nelle rare situazioni in cui sono le donne a detenere un maggior potere sociale ed economico). La lotta tra sessi non ha senso, ha senso il non tacere gli abusi e poi lavorare sulla consapevolezza (anche quella legata alla presa di coscienza dei pregiudizi e stereotipi sociali) di tutte le parti coinvolte. E coinvolti, se non altro nel ruolo di spettatori, opinion maker e “giudici sociali”, lo siamo tutti.

  • Michele Pierri

    A 71 anni, ma ancora sessualmente molto attivo ed esprimendo questa mia sessualità solo attraverso il BDSM, non impersono certo il maschio medio italiano, sono piuttosto un gentiluomo d’altri tempi, di quelli che aprono la portiera dell’auto e che “le donne non si toccano nemmeno con un fiore” nella vita di tutti i giorni, a parte la ricerca del piacere condiviso e consensuale nel BDSM.
    Non ho avuto un’educazione sessuale, né dai genitori, né dalla scuola, ma dopo i 17 anni mi sono documentato senza risparmio su tutto quello che potevo trovare in quegli anni oscurantisti, dalla “Psychopathia sexualis” di Richard von Krafft-Ebing, ai testi americani dei primi Leathermen, a quelli inglesi sul periodo Vittoriano, che mi hanno portato sin da giovane ad un’apertura mentale conscia delle proprie pulsioni dominanti e capace di controllarle.
    Tra l’altro, in gioventù ho rischiato di passare per molestatore, perché, appena assunto, ho utilizzato per qualche mese un bagno che era riservato alle femmine (ma senza alcuna indicazione visibile, né essendone mai stato messo al corrente dalla Direzione)…
    Penso che tutti abbiano sempre avuto l’impressione che in ogni luogo di potere si potessero verificare attività sessuali invisibili, ma pensavo che fossero più uno strumento di auto promozione che molestie subite, e comunque non avrei mai immaginato che fossero così frequenti e diffusi.
    Leggere di questi abusi mi riempie di orrore e di iniziale incredulità, su come sia possibile che persone che dovrebbero essere ben educate, possano solo pensare di comportarsi con tanto disprezzo della persona umana, indipendentemente dal genere. Per me il genere non è mai stato un problema, ho da sempre anche amici gay e amiche lesbiche, la mia educazione me le ha fatte sempre concepire solo come persone, indipendentemente da sesso, genere, colore, etnia, abilità ed età.
    Sono sicuro che l’unica soluzione stia in una seria educazione alla sessualità e che questa vada affidata innanzi tutto alla scuola, dove si svolgono i primi incontri e si sviluppa la socialità, e dove non debbono nemmeno nascere distorsioni come il bullismo od il nonnismo.
    Sono felice che un esperto e serio seminatore di conoscenza trasversale come te si sia deciso ad uscire allo scoperto ed attendo la pubblicazione del tuo libro, che, stando alle anticipazioni sulle realtà italiane, sarà certamente importante.
    Certo non immaginavo che una donna in Italia avesse un percorso tanto difficile da superare, e spero che i genitori si rendano conto della missione fondamentale di dare una buona istruzione sulla sessualità, che è parte centrale e non eludibile della vita di relazione.
    Solo una cosa, tra quelle che elenchi, non ho mai capito: “L’italiana media guadagnerà infatti appena il 51% di un suo coetaneo maschio”. Io non ho avuto questa esperienza, nel contratto nazionale delle Assicurazioni non esisteva differenza, perchè l’inquadramento è in funzione del titolo di studio, ho sempre avuto colleghe alla mia pari e negli ultimi anni di lavoro la mia diretta responsabile era femmina ed ha anche avuto una maternità, mantenendo le sue funzioni.
    Spero sinceramente che siano gli Insegnanti (sempre sottopagati ma fulcro) della scuola italiana a spingere per arrivare ad una apertura in questo senso nell’unico organismo che può prendersene responsabilmente carico.

    • Ayzad

      Grazie per l’apprezzamento!

      Quella statistica del 51% è relativa alla media nazionale. Non si riferisce quindi alla differenza di stipendio (inferiore, ma presente) fra generi nello stesso ruolo, bensì alla totalità delle donne rispetto alla totalità degli uomini.
      Quel che impatta maggiormente è quindi l’accesso alle posizioni meglio retribuite: da un lato ci sono, per intenderci, tante segretarie e dall’altro tanti amministratori delegati – e questo fa la differenza. Cliccando su quel link puoi esaminare i dati relativi anche alle altre nazioni, che sono illuminanti sull’efficacia di una sana educazione civica e di genere rispetto a questo parametro.

Line