In memoria di Hugh Hefner – Quel che nessuno vi dirà dell’ultimo dei romantici

Hugh Hefner

Articolo commissionato originariamente da Wired per essere pubblicato entro mezz’ora.

 

Pensa te la deformazione professionale. Quando mi hanno detto che Hugh Hefner era morto la prima cosa che ho pensato è che non avevo un “coccodrillo” pronto – e non mi riferisco al rettile diapside, ma a quegli articoli biografici che i bravi giornalisti tengono sempre aggiornati e pronti da pubblicare in caso un personaggio pubblico tiri le cuoia. Del resto, prima ci si tuffa tipo avvoltoi sulla carogna ancora calda, più aumenta la possibilità di avere un clic in più e qualche centesimo di centesimo della relativa commissione pubblicitaria.

Anzi, peggio ancora: non sono nemmeno come i cattivi giornalisti, che a quest’ora avranno già fatto copia&incolla da Wikipedia e da qualche testata americana per buttar fuori il “loro” articolo in memoria del fondatore di Playboy. Che ci volete fare:  avere un’etica è più forte di me. Allora mi tocca per forza raccontare ‘due o tre cose che so di lui’, come si dice, e che ho come il sospetto che non troverete altrove.

Eroe della controinformazione
Di solito la gente si immagina i pornografi come personaggi luridi e senza morale. La cosa che accomuna però Hefner, Larry Flynt e diversi altri editori “per adulti” fra cui anche l’italianissimo Saro Balsamo è una sincera passione per la cultura. O meglio: per la controcultura, cioè quel tipo di informazione senza ipocrisie che di solito non trova spazio sui mass media. Fin dagli inizi negli anni ’50 Playboy è stata in particolare una delle riviste in prima linea contro il razzismo, la censura, il maccartismo e a favore dell’emancipazione femminile, a partire dall’aborto libero e sicuro (di cui, manco a farlo apposta, oggi è la giornata mondiale). Questo spirito rivoluzionario era presente anche in molte edizioni internazionali, fra cui quella italiana negli anni ’70, e ha contribuito non poco alla diffusione del mensile.

Paladino delle playmate
A seconda della donna cui chiedete, Hugh Hefner viene presentato come un santo o come il peggior bastardo sulla faccia della Terra. Col tempo mi sono fatto l’idea che fosse, in fin dei conti, semplicemente una persona molto pragmatica. Le porte del suo impero erano sempre aperte per qualsiasi ragazza belloccia e disposta a stare al gioco: farsi fotografare e riprendere nuda in cambio di parecchi soldini e una fama su cui, con un po’ d’intelligenza, avrebbe potuto costruire una carriera. Chi pensava di poterne approfittare arraffando il possibile ma senza dare nulla in cambio (o tentando di ricattarlo, com’è accaduto diverse volte) veniva cacciata e ostracizzata per sempre dal giro dei fotografi glamour. Chi invece si comportava correttamente poteva contare sul suo supporto imperituro.
La storia più emblematica è forse quella di Bettie Page, che prima di diventare un’icona fetish ante litteram era stata sul paginone centrale del gennaio 1955. Quarantadue anni dopo, quando Hefner scoprì che Bettie era caduta in disgrazia dopo una brutta storia di persecuzioni e malattia mentale, scatenò immediatamente tutta la potenza dei suoi uffici legali per farle riscuotere quattro decenni di diritti d’immagine sfruttati illegalmente e renderla ultramilionaria senza che lei avesse chiesto nulla. E sorvoliamo sugli “aiutini” di carriera dati a Marilyn Monroe…

«Lo leggo per gli articoli»
Quella di Playboy come rivista letteraria viene spesso ripetuta come battuta, ma è la pura verità. Il nome stesso della testata rispecchiava l’idea di rivoluzione culturale di Hefner, che consisteva nel prendere un branco di buzzurri yankee ancora sotto shock per la Seconda Guerra Mondiale e trasformarli in gentiluomini raffinati. Gli ingredienti erano la controcultura di cui abbiamo accennato prima e i racconti di giganti come Roald Dahl, Ian Fleming, Gabriel Garcia Marquez, Margaret Atwood, Haruki Murakami, Norman Mailer, Jack Kerouac o Kurt Vonnegut. E le tette, naturalmente. Ma del resto serviva pur qualcosa per attrarre l’attenzione, no?

Il club ecumenico
Un’altra strategia di Hefner per diffondere l’idea che si potesse essere uomini anche senza comportarsi come cavernicoli – e vivere l’erotismo superando una mentalità da martello pneumatico – fu quella di aprire dozzine di Playboy Club in tutto il mondo. I requisiti per entrare erano soltanto tre: possedere la tessera vitalizia che costava solo 25 dollari, essere vestiti decentemente… e non cercare di portarsi a letto le cameriere, che erano specificamente addestrate a compiere ogni gesto e interazione con i clienti in maniera “carina” ma non volgare. Se la cosa non vi sembra tanto rivoluzionaria, provate a riguardare Mad Men per rinfrescarvi le idee di come funzionassero le cose in quegli anni…
A proposito: le regole non menzionavano alcuna esclusione, pertanto quando Hefner riceveva la lamentela di qualche cliente di colore a cui fosse stato rifiutato l’ingresso nei locali degli stati del sud, o di un disabile discriminato, procedeva d’ufficio a massacrare legalmente il titolare, ridurlo sul lastrico e cedere la gestione a qualcun altro. Offrendola in un paio di casi proprio a chi era stato maltrattato.

A letto con le conigliette
Benché la versione ufficiale giurata e spergiurata sia da lui che dalle sue playmate fosse che i rapporti carnali fra conigliette ed editore fossero vietati, e le “amiche” ospiti a dozzine nella mitica Magione fossero lì solo per imparare a diventare modelle più professionali e per condurre «cene eleganti con amici e partner d’affari» (uhm…), ovviamente Hefner se le portava pure a letto. Lo confermano le numerose biografie di ex-playmate, da cui però sappiamo anche cosa poi accadesse, in quei letti. E cioè poco o nulla, perché da mezzo secolo abbondante il signor Playboy preferiva semplicemente tenere le ragazze vicino mentre lui si guardava video porno, spesso con protagonisti solo maschi. Quindi si addormentava a metà come qualsiasi nonno davanti ai Bellissimi di Rete4, e le fanciulle potevano finalmente tornarsene in camera loro a pianificare la propria carriera post-Playboy.

Cacciatore di ideali
L’elemento comune di tutte queste storie è probabilmente la convinzione di Hefner di poter cambiare il mondo attraverso il buon esempio, anche quando la logica suggeriva esattamente il contrario. D’altra parte stiamo parlando di un ventiseienne che aveva deciso di diventare editore e ridefinire il giornalismo mondiale dopo essersi visto negare un aumento di stipendio di cinque dollari. Di un figlio esasperato dal bigottismo dei genitori che era riuscito a far accettare al mondo un’idea di sessualità serena e libera. Di un uomo orripilato dall’ignoranza e dal maschilismo dei suoi simili che era pronto a tutto pur di renderli persone migliori. Di un tale che, potendosi permettere di essere circondato da decine delle donne più belle del mondo (secondo i suoi canoni, almeno), si piccava di far sesso solo con la fidanzata di turno e considerare le altre solo gradevoli amiche «da trattare col massimo rispetto» – pretendendo che anche i suoi milioni di lettori fossero altrettanto corretti nel loro comportamento.
Nelle prossime ore, mentre il suo corpo verrà tumulato a fianco della sua prima playmate Marilyn come aveva disposto da sempre, chissà quanti coccodrilli si ricorderanno di dire che fosse soprattutto un romantico.

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